L’utopia? Non è in rete

Lelio Demichelis

«Un uomo andò a bussare alla porta del re e gli disse, Datemi una barca». Inizia così questo breve ma delizioso testo di José Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, del 1997. Che qui rileggiamo (Saramago ci perdonerà) per confrontare l’affascinante idea di navigazione da lui narrata (meglio: il voler cercare un’isola sconosciuta) – un navigare metaforico, ma molto reale – con l’altro navigare fatto oggi in rete, virtuale ma molto falso.

Falso perché in rete l’esplorazione è illusoria, le rotte sono già tracciate dalla rete stessa, non si va alla ricerca di isole reali davvero sconosciute. Tutto ciò che oggi facciamo lo facciamo tramite la rete e la rete è (ahimè) l’unica mappa che utilizziamo e che riconosciamo come vera. Per navigare davvero dovremmo avere mappe nostre, diverse da quelle che hanno tutti. Navighiamo invece grazie ai navigatori satellitari e ai motori di ricerca (che fanno la ricerca per noi), ma con la rete abbiamo perduto la capacità e il desiderio di andarenoi alla ricerca di isole sconosciute (un’utopia; un pro-getto; noi stessi; un amore che sia un’avventura-insieme; gli altri-diversi-da-noi).

Dunque, racconta Saramago, un giorno un uomo andò a bussare alla porta di un re. «E voi, a che scopo volete una barca», «Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta, rispose l’uomo, Che isola sconosciuta, domandò il re con un sorriso malcelato», isole sconosciute non ne esistono più, «sono tutte sulle carte». Sulle carte «ci sono soltanto le isole conosciute, E qual è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca», disse ancora il re; al che l’uomo, «Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta» – ma è comunque «impossibile che non esista un’isola sconosciuta».

Alla fine il re concede la barca, «ma l’equipaggio dovete trovarlo voi». D’accordo, dice l’uomo avviandosi al porto, ora seguito dalla donna delle pulizie del palazzo del re che si era messa a seguirlo «uscendo per la porta delle decisioni» convinta «che non ne poteva più di quella vita» a palazzo. Avuta la barca dal capitano del porto («una ancora del tempo in cui tutti andavano alla ricerca di isole sconosciute»; con l’ulteriore domanda: «Sapete navigare, avete la patente nautica», e la risposta: «Imparerò in mare»), l’uomo va dunque in cerca dell’equipaggio, ma torna a mani vuote e alla donna confessa: «non è venuto nessuno. Mi hanno detto che di isole sconosciute non ce ne sono più e che, anche se ci fossero, non hanno nessuna intenzione di lasciare la tranquillità delle loro case e la bella vita delle navi da crociera per imbarcarsi in avventure oceaniche, alla ricerca dell’impossibile». E tuttavia, pur deluso da tanto conformismo e dubbioso sul da farsi – ma subito sostenuto dalla donna – l’uomo non rinuncia a cercare la sua isola sconosciuta perché «voglio sapere chi sono quando ci sarò»; perché «se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei».

Ma se questo è il vero navigare, allora navigare in rete ne è l’esatto contrario:la rete ci offre l’illusione di molte rotte ma ci chiude in un autismo tecnologico e ci offre un chi siamo compensativo (il nostro avatar, il nostro profilo), di cui ci accontentiamo ma che non ci fa smuovere dalla mappa e dai saperi della stessa rete. L’uomo che voleva una barca per cercare l’isola sconosciuta aveva ancora un pensiero pro-gettuale e lungi-mirante («queste cose non si fanno da un giorno all’altro, occorre tempo»). In rete invece abbiamo un pensiero simultaneo e istantaneo, breve e compulsivo, senza tempo e senza futuro; e tante comunità/navi da crociera, comode sì ma che ci impediscono (la rete in sé ci impedisce) di navigare alla ricerca di realtà diverse da quelle offerte dal potere (Google, Facebook, Apple) e delle sue mappe di senso, di scopo, di conformismo di rete.

Alla fine della prima notte passata a bordo, l’uomo si svegliò «abbracciato alla donna delle pulizie, mentre lei lo abbracciava, confusi i corpi, confuse le cabine. Poco dopo, al sorgere del sole, l’uomo e la donna andarono a dipingere sulla prua dell’imbarcazione, da un lato e dall’altro, a lettere bianche, il nome che ancora bisognava dare alla caravella. Verso mezzogiorno, con la marea, L’isola Sconosciuta prese infine il mare, alla ricerca di se stessa».

Specchio specchio delle mie brame: qual è la relazione tra me ed il reame?

La relazione tra realtà digitale e realtà concreta si basa sulla finzione

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Chi ha paura del digitale? Rischi e opportunità da Facebook a Wikileaks

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E’ davvero importante – come sostengono, tra gli altri, Maria Rita Parsi, Tonino Cantelmi e Francesca Orlando (L’immaginario prigioniero, Mondadori 2009) – salvaguardare i più giovani dallo spettro del digitale? Ha un senso, quindi, tentare di recuperare “il significato e il valore di quella ritualità che rafforza e che consente di affondare solide radici nell’esperienza di tutti giorni” nell’epoca delle insurrezioni popolari e culturali innescate dai social network?

I casi di Tunisia, Egitto e Libia – anche su un piano politico – stanno dimostrando, una volta di più, la concreta realtà delle comunità che si creano e si sviluppano sulla rete. La nostra impressione è che i giovani non abbiano alcuna intenzione di recuperare una presunta “esperienza di tutti i giorni” – per altro, molto spesso  contraddistinta da monotonia, ripetitività, quando non addirittura da un sentimento diffuso di precarietà, professionale ed esistenziale insieme. Leggi tutto “Chi ha paura del digitale? Rischi e opportunità da Facebook a Wikileaks”