Maga Renata

Augusto Illuminati

Maga Circe trasformò i compagni di Ulisse in porci. Maga Renata (Polverini, per chi è ignaro del greco) ha trasformato in porci i consiglieri regionali del PdL con famuli e squinzie al seguito, presenziando e presiedendo alla famosa festa a tema mitologico organizzata da De Romanis. Certo, ha dovuto impiegare meno magia, perché i suddetti consiglieri, come nel teatro kafkiano di Oklahoma, hanno spontaneamente impersonato se stessi. Le foto immortalano i tableaux vivants dell’immaginario della destra romana, che non osiamo riferire al genere peplum dei bei tempi di Hollywood sul Tevere e neppure al toga party di Animal House – lì c’era l’immenso John Belushi, mica er Batman e sora Renata.

Non vorremmo, però, che il corale sdegno per ruberie e sprechi dei Porci della Libertà diventasse ennesimo pretesto quaresimale per invocare la spending review e l’austerità, insomma per far pagare ai poveri il trash dei ricchi. I problemi dell’Italia sono lo smantellamento del Welfare e i bassi salari, l’abbandono della scuola e della ricerca, l’ottuso neoliberismo recessivo del governo dei tecnici e di tutti i partiti che si affollano avidamente intorno alla prossima scadenza elettorale. I festini di Arcore e la loro pietosa imitazione al Foro Italico sono solo schifosi dettagli.

Attenti piuttosto alla gente perbene, che mai scenderebbe a quei livelli ma fa danni maggiori, produce declino industriale e disoccupazione predicando rassegnazione a additando luci improbabili in fondo al tunnel. Attenti a quanti si appropriano con zelo servile dell’agenda liberista (l’agenda, l’agenda…) e si dondolano al ritmo l’Europa lo vuole. Forse non lo vogliamo noi.

 

La potenza della metafora sportiva

Giorgio Mascitelli

Nei giorni successivi a uno dei vertici europei, che nei giorni precedenti al suo svolgimento era stato presentato come risolutivo, due dei protagonisti di questo stesso vertice, il presidente del consiglio Monti e il ministro delle finanze tedesco Schaeuble, invitavano l’opinione pubblica a non interpretare i risultati del vertice e più in generale la crisi finanziaria in termini di risultati sportivi e in particolare calcistici. Se anche teniamo in considerazione le contingenze che hanno indotto i due importanti dirigenti a questa specificazione, resta comunque sorprendente il fatto che si sia sentito il bisogno ai massimi livelli dell’Unione Europea di rassicurare il pubblico su quella che dovrebbe essere un’ovvietà ossia che i risultati di un vertice economico non sono in alcun modo assimilabili ai risultati di una competizione sportiva.

Che il linguaggio della cronaca sportiva sia diventato una fonte metaforica fondamentale nella gestione della comunicazione della politica economica e di quella classica tout court non è certo una novità di oggi ( tutti abbiamo assistito a presentazioni di squadre e a rimonte spettacolari di un candidato, alle prestazioni deludenti o esaltanti delle borse, a casi di doping amministrativo o fiscale), ma le dichiarazioni dei due leader attestano piuttosto il timore di un’ autonomizzazione della metafora dal referente: infatti le rappresentazioni metaforiche, specie se inesatte, sono utili a comunicare certe cose e a nasconderne altre, ma quando prendono un po‘ troppo la mano finiscono con il rendere comprensibile ciò che si voleva nascondere e viceversa. Non ne ho le prove filologiche, per così dire, ma ritengo che la diffusione sistematica delle metafore sportive in questo ambito risalga probabilmente alla diffusione nelle tecniche spettacolari di quello che potremmo chiamare il metodo della classifica permanente ossia lo sviluppo dei sondaggi d’opinione, preferibilmente con esiti choc, come mezzo di pressione e controllo.

Ormai le metafore sportive stanno raggiungendo e probabilmente doppiando la famiglia di metafore finora principe nella gestione della crisi quelle che fanno riferimento all’ambito scolastico­-ospedaliero o, se si preferisce, della cura di sé. Proprio il passaggio da una famiglia di metafore di tipo fondamentalmente paternalistico come quella scolastica e sanitaria a una di tipo agonistico rivela implicitamente la profondità della crisi che stiamo vivendo e le difficoltà nella sua gestione. Nella prima è ancora implicita una promessa di salvezza per tutti.

Comunque nel suo genere iI vantaggi della metafora sportiva sono molteplici: innanzi tutto essa prepara il pubblico al fatto che ci saranno dei vincitori e dei perdenti esattamente come quest’anno i bianconeri hanno avuto la meglio sui nerazzurri e sui rossoneri, che però avranno la possibilità di rifarsi l’anno prossimo (che in una crisi come questa la prossima stagione arriverà dopo tanto tempo, è un dettaglio talmente ovvio che nessuno sente il bisogno di precisarlo); in secondo luogo induce l’idea che ogni esito è frutto di una competizione regolare in cui di solito vince il migliore perché tutti i concorrenti sono partiti con le stesse possibilità e quindi consente di mantenere una fiduciosa attesa nei confronti del mondo così come esso è (immaginiamoci, al contrario, se certi fasi dell’attuale crisi fossero state descritte con maggiore pertinenza con metafore tratte dalla cronaca nera anziché da quella sportive, che so venti bulli che si scatenano contro un extracomunitario addormentato su una panchina); infine la metafora sportiva ci abitua gradualmente a quella che potrebbe essere la famiglia successiva, se proprio le cose si mettessero molto male, quella bellica.

Chi se ne va che male fa

Enrico Donaggio

Dall’antichità al Settecento si abbandonava il proprio luogo di origine, ci si metteva in strada o peggio ancora in mare, solo se costretti da guerra, persecuzione o fame. Le poche eccezioni alla regola – Ulisse o altri curiosi e vagabondi in cerca di gloria – fanno scandalo e leggenda. Con i Romantici inizia invece a prendere piede la fede che da un’altra parte si stia meglio che qui, per definizione. Alle prime legioni di anime in pena che si affollano a chiederle dove si trovi la felicità, la sfinge senza mistero della voce interiore fornisce sempre la stessa risposta: «Dove non sei tu». Un incitamento all’evasione e una nuova saggezza: muoversi da un punto all’altro del globo, disertare il destino, per fare un’esperienza di sé e del mondo più autentica e profonda. Una smania di altrove dapprima elitaria che, col tempo, diventa desiderio di moltitudini.

La fenomenologia della fuga si arricchisce così di un nuovo movente; al pane, alla galera, all’uniforme e alla vanità curiosa, si aggiunge il disgusto per l’aria di casa e la speranza che il senso della vita maturi davvero sotto altri cieli. Il risultato è che inizia a partire anche chi si immaginava designato a restare. Lo si chiami, per comodità, ceto medio riflessivo, figura dello spirito più che della sociologia economica; il destinatario non elettivo del regime di vita dominante, indispensabile però al suo successo e alla sua tenuta: quello che può aderire o defezionare, determinandone in modo non irrilevante la fisionomia.

Il capitalismo ha sempre trovato nella deportazione di massa e nella fuga coatta una fonte inesauribile di profitto. Migranti, apolidi e clandestini sono una risorsa energetica ambita, perché facile da sfruttare. Ma anche il suo materiale umano e ideologico privilegiato – il self made man – nasce da una precisa risposta al dilemma: «restare o partire?». Robinson Crusoe, matrice narrativa e mito dell’origine dell’individuo proprietario di se stesso e del mondo, si apre su una situazione familiare. Un padre, benestante sostenitore della «Classe Media» (le maiuscole sono di Defoe), che dà fondo a tutta la sua «gravità e saggezza» per convincere il figlio a fermarsi in eterno lì accanto. Un vecchio con le migliori intenzioni, pronto a tutto pur di imbalsamare e tutelare – a proprie spese, oltre che a sua immagine e somiglianza – il futuro di un giovane; a tramutare soldi ed esperienza in ansiolitico per sé e per quel ragazzo, affinché si sistemi, smettendola una buona volta di agitarsi: il presente italiano, e un singolarissimo modo di amare i figli, racchiusi nella scena madre che ha tenuto a battesimo, tre secoli orsono, la forma di vita oggi dominante.

Robinson, lo sappiamo, non ascolta quei consigli e si dà per mare. Lo possiede l’utopia capitalistica: salvarsi da solo; cambiare in meglio la propria vita, senza sovvertire la società e il mondo. Una fede allora rivoluzionaria, oggi tanto ovvia da risultare invisibile. Soprattutto a quelli convinti del fatto che, morta l’unica Utopia possibile (Berlino, 9.11.1989), ora si vegeti tutti in un deserto del reale che attende solo l’ennesima riproposizione della vecchia novella per tornare a fiorire. Incarnazione del capitalismo in un uomo solo, Crusoe prende il largo e realizza il suo sogno: consuma, tradisce, vende, uccide, accumula. E si realizza. Naufraga, e ricomincia da capo il ciclo di sfruttamento dell’altro e valorizzazione di se stesso. La ragione per cui parte – la fuga dal benessere senza desideri prospettato dal padre – e quel che compie quando naviga e approda stanno tra loro, e con il corso delle cose, in un rapporto di coerente armonia. Bisogna immaginare Robinson felice.

La sua fuga sprigiona una potente carica eversiva in due direzioni: rifiuta il destino che la tradizione di casa aveva da offrirgli e codifica in nuova ideologia un modo alternativo di stare al mondo. Disertando, il giovane Crusoe diventa, al contempo, se stesso e ciò di cui il sistema ha bisogno. Soggettivazione e assoggettamento, per scomodare il gergo di Foucault, procedono di conserva lungo le rotte della sua vita. Imperativi della coscienza morale e imperativi economici stringono nei suoi piani un patto di affinità elettiva.

Per gli emuli di Robinson, oggi, il problema nasce quando tentano di conferire alla loro replica di quel gesto un significato e un effetto antitetici a quelli di Crusoe. Attribuendole cioè una ricaduta politica – critica, nociva o destabilizzante – per i valori del capitalismo egemone e per gli assetti di potere del paese d’origine a cui voltano le spalle. Tutta la retorica, davvero insostenibile, intorno a bamboccioni, cervelli in fuga e civismo resistenziale obbligatorio, s’ingolfa in questa strettoia. Chi parte dice infatti giustamente di no – tra le molte cose che disgustano o costringono all’abbandono – anche alla felicità predisposta dall’associazione a delinquere, in salsa capitalistica, di genitori premurosi e figli consenzienti. La loro diserzione – che sempre più va assumendo le misure di una migrazione di massa del ceto medio riflessivo – costituisce un atto di accusa senza appello verso chi ha allestito in questi decenni un paese che riserva ai giovani soltanto il ruolo di comparse da ingozzare di ansia e amore parimenti malati.

Ma l’approdo della fuga, lo stile di vita inseguito e adottato una volta raggiunta la terra d’esilio, non mostra né insegue, almeno per ora, sovversione alcuna. A Barcellona, Londra, Berlino o Parigi si va per tentare di vivere un’esistenza decente, riconosciuta e rispettata. E in molti casi ci si riesce. Non basterà forse a mitigare il male inferto e patito nello strappo, né a migliorare il mondo, ma è già qualcosa che merita enorme rispetto: la sensata speranza di poter diventare almeno degli adulti. Poi si vedrà.