Viaggio nella notte

Michele Emmer

Una notte, lunga, interminabile. Una notte per vagare in un paesaggio lunare, lontano, buio, un paesaggio né ostile né amico, indifferente. Delle persone su tre auto vagano nella notte. Cercano, stanno cercando un cadavere. Tra loro forse l’assassino. Sembra che si stia parlando di un film giallo, di un thriller ambientato nella notte cupa e misteriosa. Ma la notte non è né cupa né misteriosa, è solo la notte, che finirà, che continuerà e che non si cura di quelle persone, di quei personaggi che nella notte vagano alla ricerca di una fossa. La notte è lunga e i personaggi cominciano a parlare, parlando tra di loro, cominciano con delle banalità, sui loro interessi e sulla loro mancanza di interesse. E la notte continua, interminabile. Ogni tanto tutti scendono dalle auto, pensano di essere arrivati. Ecco il posto. Ma è notte, chi dovrebbe ricordare non ricorda o non vuole ricordare. Ma gli altri non sono turbati, solo un poliziotto di scarsa intelligenza. Gli altri, stanno vivendo una esperienza che si fa sempre più interessante. Continuano a vagare nella notte, cominciano a raccontare i fatti della loro vita. E il racconto procede, con il buio, i fari della notte e null’altro che le parole.

Non si tratta di un racconto, dell’inizio di un libro, ma di un film. Notturno, senza trama, con dei personaggi che parlano, ognuno con dei propri pensieri, forse. Ne conosceremo qualcuno alla fine, forse. Ma sappiamo tutti, come sanno i personaggi del film, che non è questo l’importante. Non è importante la storia, non è importante che cosa succede ai personaggi, non è importante se succederà qualcosa. Perché la nostra vita è importante? Non abbiamo qualcosa da raccontare, che si può raccontare solo in una notte buia, in un mondo desolato? Ma anche questo non importa. La notte è lì a ricordarcelo. Buia, indifferente, lontana. Sono tutti uomini i personaggi di questa avventura, perché di questo si tratta. Chiamarlo film è molto riduttivo.

È una avventura in cui entriamo a poco a poco e siamo anche noi a vagare in quella notte buia illuminata solo dai fari delle auto. Anche noi ci cominciamo a domandare, a porci delle questioni, e non solo, forse all’inizio, ma di che cosa parla questo film, dove finirà, che cosa succederà? E poi capiamo che sono domande che non bisogna farsi, siamo in una notte buia e stiamo vagando per i campi deserti e bui. E sappiamo che non ci sono risposte, non ci sono nemmeno domande. Solo il cercare di stabilire un contatto, dare un senso a quello che ci sta succedendo. Nel film, nella sala buia, illuminata solo dalle luci delle automobili del film? E il film procede, nel senso che ci dimentichiamo di stare guardando un film, stiamo sentendo qualcuno che ci sta raccontando una storia, e la racconta proprio a noi. E noi siamo sempre più affascinati, stiamo partecipando a questo girare nella notte, sappiamo che non ci sarà risposta, che la storia non finisce, e vogliamo che continui.

All’improvviso, tra tutti quegli uomini, in una fattoria dove sono giunti per mangiare qualcosa, appare una ragazza di straordinaria bellezza. Ci stanno raccontando una storia, una favola in fondo, e quella è la principessa della favola? Tutti sono abbagliati da quella apparizione luminosa, la donna che appare per poco tempo, per poi sparire anche lei nel buio. Tutti sono turbati, ma per poco. La notte continua, continua il viaggio, continua il racconto, il parlare, il cercare di farsi comprendere.

E poi la notte finisce, è un grande colpo di scena. Tutti pensavamo che quel viaggio sarebbe continuato per sempre, ed invece il buio sparisce, arriva il sole. La magia finisce. Ecco la vita nella città e la morte, il cadavere è stato trovato. Le cose di tutti i giorni, una autopsia, un colpevole, una vedova, un bambino senza padre. Ma il ritorno alla luce, alla vita, ci delude, resta la voglia del racconto nella notte, con i fari delle auto, con quella ragazza meravigliosa. Siamo senza speranza, in una vita senza senso? Da lontano il bambino gioca a palla, forse arriverà un’altra notte, senza luce, con dei fari di auto che vagano nella notte. Un film, un’avventura senza fine, che cosa possiamo vedere di nuovo nelle nostre notti? Le mille e una notte. E non parlate per favore di metafore! Lasciatele ai film che non hanno nulla da farci vivere.

C’era una volta in Anatolia, (Bir zamanlar Anadolu’da), regia di Nuri Bilge Ceylan, sceneggiatura di Nuri Bilge Ceylan, Ebru Ceylan, Ercan Kesal, con Muhammet Uzuner (il medico), Yilmaz Erdogan (Il commissario), Taner Birsel (il procuratore), Firat Tanis (il sospetto), Cansu Demirci (la ragazza), fotografia (eccezionale) di Gökhan Tiryaki, Turchia, 2011, Gran Premio della Giuria a Cannes 2011.

La Triade Capitolina dell’inviolata

Michele Emmer

Si è parlato di recente a proposito di tagli nel bilancio dello Stato di chiudere parzialmente o totalmente alcuni piccoli musei di cui l’Italia è piena. Non ci sono dubbi che i più importanti e famosi musei e siti espositivi dell’epoca Romana si trovano a Roma. E attirano milioni di visitatori. Capita allora che una piccola mostra, in una piccola città in provincia di Roma rischi di passare inosservata, anche per le difficoltà oggettive per raggiungere la sede del museo. Vicino Roma, presso la città di Guidonia Montecelio si trova la località chiamata Tenuta dell’Inviolata. Negli ultimi anni, dal 2009, la Soprintendenza per i Beni Archeologici per il Lazio ha condotto una campagna di scavi che ha portato tra l’altro alla scoperta del percorso stradale della Tiburtino-Cornicolana che è perfettamente conservato. Sono state anche scoperte necropoli e ritrovati diversi oggetti. Ma di gran lunga la scoperta più sorprendente fatta alla Tenuta dell’Inviolata è stato il ritrovamento dell’unico esempio conosciuto di Triade Capitolina quasi integrale. Interessante la storia del ritrovamento.

Il gruppo scultoreo viene trafugato nel 1992, dopo essere stato ritrovato all’Inviolata. In origine doveva essere collocato in una lussuosa villa Romana di grandi proporzioni. Anni dopo il trafugamento il gruppo di statue venne recuperato dai Carabinieri, dal nucleo Tutela Patrimonio Artistico ed è stato posto nella sale del Museo Nazionale di Palestrina. Dallo scorso 27 aprile e fino al 5 novembre 2012 la Triade è visibile vicino ai luoghi dove è stata ritrovata, a Montecelio, sopra Guidonia, nell’ex convento di San Michele. Con le parole Triade Capitolina si indica un gruppo scultoreo composti da tre divinità, Giove, Giunone e Minerva. Il culto della Triade (nome recente del XIX secolo) è tipico di Roma e probabilmente serviva a definire un gruppo di divinità che identificavano la grandezza di Roma.

Sul Campidoglio sorgeva il Tempio di Giove Ottimo Massimo o di Giove Capitolino, che era dedicato alla Triade Capitolina. Era probabilemnte il monumento più imponente sul Campidoglio. La Triade in mostra a Montecelio raffigura al centro Giove, con la mano destra appoggiata che regge un fascio di fulmini mentre con la sinistra, perduta, reggeva lo scettro. Ai suoi piedi l’animale sacro, l’aquila ad ali spiegate. Alla sua sinistra Giunone, con il velo, tiene una patera ed uno scettro, manca l’avambraccio destro. Ai suoi piedi il pavone che fa la ruota. Dall’altra parte Minerva doveva avere nella mano sinistra, mancante, la lancia e nella destra l’elmo Corinzio sollevato sulla testa. Ai suoi piedi la civetta sacra. Dietro la testa delle tre divinità ci dovevano essere tre piccole Vittorie che incoronavano gli dei rispettivamente con foglie di alloro nel caso di Minerva, con foglie di quercia per Giove e di petali di rose per Giunone. Solo quella sopra Giunone è ben conservata. La datazione è dell’età tardo-antonina, l’età di Caracalla, Marcus Aurelius Antoninus, (188-217 d.C.).

“Apparve prima una testa, al centro. Una testa virile con una cascata di riccioli fluenti, una barba maestosa che incorniciava un volto severo e imponente, poi un’altra, coperta da un elmo corinzio che sovrastava il volto duro eppure delicato di una vergine guerriera. Da ultimo apparvero le fattezze solenni, regali ed al tempo stesso soavi di una sposa divina, assisa a fianco degli altri personaggi”. Così lo scrittore Valerio Massimo Manfredi ha descritto la scoperta del gruppo di statue nel suo romanzo giallo Gli dei dell’impero. La Triade Capitolina conclude la mostra, ma non è il solo oggetto di interesse. Vi sono molte altre cose da vedere. La mostra si intitola “Archeologi tra ‘800 e ‘900: città e monumenti riscoperti tra Etruria e Lazio antico”. Èdedicata a tanti archeologi, italiani e stranieri, da Rodolfo Lanciani a Ferdinand Gregorovius, ed è nata dalla collaborazione dei musei di Alatri, Lanuvio, Nemi,  Palestrina, Vetulonia e Montecelio.

Il luogo, sulla collina dove sorge l’ex convento, è fantastico, con una vista eccezionale. Anche l’allestimento è ben curato e così il catalogo. MA… c’è un ma. Difficile sapere l’orario di apertura, nel sito della mostra non è indicato, difficile, difficilissimo trovare la mostra. Si arriva a Montecelio, si cerca una indicazione della mostra. Nulla. Nemmeno del convento. Si chiede a qualcuno. Bisogna salire per una piccola strada. Si sale, ci sono degli incroci, nessuna indicazione. Poi una scala Santa, con scritto a caratteri piccoli piccoli Convento di San Michele. Nessuna indicazione della mostra. Si sale a piedi, ecco il covento e, incredibile, davanti alla porta del convento, all’ingresso della mostra, finalmente un manifesto della mostra! Ma ne vale la pena, ne vale molto la pena. Ed i volontari archeologi che vi accolgono sono entusiasti e molto gentili. Andateci!

“Archeologi tra ‘800 e ‘900: città e monumenti riscoperti tra Etruria e Lazio antico”, ex convento di San Michele, via XXV aprile, Montecelio, sino al 5 novembre, www.guidonia.org, tel 0774 301290/303435 aperto L-V dalle 10 alle 13, e dalle 16 alle 19; S-D dalle 10 alle 19.

Dalla Peste al Presepe

Michele Emmer

“Era l’estate del 2013 quando scoppiò la Peste. Io avevo venticinque anni e me lo ricordo bene…” Parole di Jack London in The Scarlet Plague, pubblicato nel 1912 (La peste scarlatta, ed. it. Adelphi, Milano, 2009) e citato insieme con il romanzo del 2006 di Cormac McCarthy, The Road (La strada, ed. it. Einaudi, 2007) all’inizio del libro di Sergio Givone Metafisica della peste: colpa e destino (Einaudi, 2012). “La peste è un fenomeno della natura, che però non può essere spiegato su base puramente naturale. C’è qualcosa di fatale, nella peste, qualcosa come un destino – così, almeno per secoli, si è creduto di interpretare questa specie di maledizione che grava sull’umanità.” E citando il Camus de La peste Givone sottolinea che “è da sempre lo strumento per mezzo del quale Dio costringe l’uomo a mettersi in ginocchio e a riconoscere quel che l’uomo si rifiuta di rinoscere: il male che è ovunque ma soprattutto in lui, l’uomo.”

Tante chiese e templi sono stati costruiti per chiedere la fine o per ringraziare per la fine della epidemia della peste. Il più bello è forse la splendida basilica della Salute a Venezia che è stata costruita da Baldassarre Longhena per chiedere la fine dell’epidemia del 1630 e 1631. La costruzione terminò nel 1687. E la festa della Madonna della Salute è la vera festa veneziana, in cui tutta la popolazione percorre il ponte votivo in legno costruito sul Canal Grande solo per i tre giorni della festa.

Leggendo il libro di Givone mi è venuto in mente Calvi, un piccolo paese in Umbria ai confini con il Lazio. È molto difficile in Italia arrivare nel centro di un paese, di un borgo anche molto piccolo, e non trovare una bella piazza, una bella chiesa, dei bei palazzi. Non fa eccezione Calvi dell’Umbria. La piazza centrale è dominata sul fondo dalla Chiesa di Santa Brigida. Ed in questi piccolo paese arrivò uno dei grandi architetti del Settecento, Ferdinando Fuga (1699–1782) per realizzare un grande progetto. Rifare la facciata della chiesa e progettare l’ampliamento del complesso del Monastero delle Orsoline, che si trova subito dietro la chiesa. Il lavoro venne completato tra gli anni 1739 e 1743. Ma se si entra da una delle porte della chiesa di Santa Brigida si ha una sorpresa. Ci si accorge che ognuna delle due porte ha all’interno una chiesa, distinta dall’altra. In origine vi erano due chiese, quella di Santa Brigida, la porta di destra, e quella di sinistra, la chiesa di Sant’Antonio Abate.

All’architetto Fuga fu dato l’incarico di sistemare la facciata in modo tale che scenograficamente apparisse una unica chiesa con due entrate. In particolare la chiesa di sinistra era più bassa di quella di destra. Fuga, che tra l’altro aveva realizzato il Palazzo della Consulta al Quirinale e negli stessi anni stava realizzando la facciata della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, aveva anche il problema di realizzare proprio alle spalle delle due chiese l’ampliamento del convento delle Orsoline. In particolare per realizzare il Coro del convento decise di ridurre la lunghezza della chiesa di Sant’Antonio Abate. Sembra che uno dei motivi per il quale il famoso architetto accettò di lavorare a Calvi sia stato che due sue figlie erano nel convento delle Orsoline.

Il taglio della lunghezza della chiesa comportava lo spostamento dall’interno della chiesa di un insieme di statue di grande interesse. Era un presepe in terracotta policroma composto di 30 personaggi, alcuni in grandezza naturale, databile alla prima metà del XVI secolo. Durante lo spostamento le statue vennero anche in parte restaurate e ridipinte. Il grande presepio si trovava nell’abside alla fine della chiesa di Sant’Antonio e naturalmente la grande nicchia era stata distrutta durante i lavori per la realizzazione del convento. Fu quindi costruita una nuova abside in cui collocare il presepio e venne dipinto un nuovo fondale.

Le statue sono realizzate in diverse proporzioni per creare un effetto di prospettiva, sono distribuite su due piani, oltre agli angeli che sono appesi in cima al soffitto della chiesa. Si sa per certo che a realizzarlo nel 1545 furono Giacomo e Raffaele da Montereale, paese degli Abruzzi. Erano chiamati “li pintori del presepio”. In un atto del notaio Domenico Maggi datato 17 ottobre 1545 si legge che Raffaele, pittore, dichiara di aver ricevuto da Florio di Giovanni, priore della confraternita di sant’Antonio e dal tesoriere Jacobello, come pagamento della somma concordata con il fratello Giacomo, sedici e mezzo Ducati in Carlini per il gruppo della Natività nella chiesa di Sant’Antonio. Nel presepe, sotto i quattro angeli, i Re Magi che stanno compiendo il loro viaggio.

Ed ecco il legame con la peste. In due piccole nicchie, le statue di Sant’Antonio Abate e di San Rocco, patroni della confraternita e protettori contro la peste, la grande epidemia del 1528 e le successive che colpirono le campagne umbre. Nella parte in basso la scena della Natività con la Madonna e San Giuseppe che adorano il bambino al centro della scena. Il bue, l’asino, degli angeli, e due contadini completano la scena. L’abside è alta 8 metri e larga 4. Uno strano personaggio compare sulla destra, seduto, all’altezza dei Magi. Ha una gamba ripiegata sull’altra e tiene il piede con le mani. Forse si sta togliendo una spina, come suggeriscono studiosi della statuaria Greca e Romana. Nella tradizione popolare è considerata una figura maligna. Certo la sua espressione non è rassicurante, un ghigno gli deforma il viso.

Il presepe è stato riaperto al pubblico alla fine del 2011 e da pochi mesi è stato riaperto il museo del convento delle Orsoline posto alle spalle della chiesa di Santa Brigida. Una bellissima entrata, il palazzo di Demofonte Ferrini che lo lasciò al comune che ne entrò in possesso nel 1715. Un piccolo museo con alcune opere di grande interesse, che ha acquisito in donazione la collezione Chiomenti Vassali che comprende opere di Guido Reni, La Maddalena penitente, di Pieter Bruegel il Giovane La parabola dei ciechi, nel quale riprende un famoso dipinto del padre, Pieter Bruegel il Vecchio, attualmente esposto al Museo Capodimonte di Napoli; di Jacob Ferdinant Voet, ritrattista della Roma tardo-barocca, con due dipinti raffiguranti la Regina Cristina di Svezia e Isabella Strozzi Costaguti. Ed una incredibile Vanitas Memento Mori fiamminga del pittore Jan Sanders (circa il 1530-40) di una estrema realistica sensualità, con una donna con i turgidi seni appena velati che colpiscono non certo per il richiamo alla morte e alla vanità.

Si parla tanto di rilanciare l’economia, di rilanciare il turismo, di razionalizzare le spese per i piccoli musei. Valorizzare è forse la parola giusta. È difficile trovare in Italia paesi che non abbiano nulla da mostrare al mondo. Il problema è che nessuno lo sa.

Apertura Museo: giovedì e sabato, ore 16.00-19.00; domenica e festivi, ore 11.00-13.00 / 16.00-19.00. Visite su appuntamento, tel. 0744.710158.