Le Olimpiadi a scuola

Giorgio Mascitelli

Se esaminiamo le politiche scolastiche degli ultimi anni, l’unica idea »«pedagogica»rintracciabile, accanto a provvedimenti che hanno a che fare con logiche economiche, è quello di rafforzare lo spirito di competizione degli studenti e di far così trionfare la meritocrazia. La recente idea del ministro Profumo di istituire un premio in ogni istituto per lo studente dell’anno non è certo un fulmine a ciel sereno, ma piuttosto il tentativo di dare una risposta sul piano simbolico, e quindi educativo, a questo tipo di discorso. Da un punto di vista storico non è una novità: tutte le società desiderose di introdurre forme di mobilitazione permanente dei loro cittadini hanno sempre utilizzato la scuola per finalità di questo genere.

Ciò che invece sorprende in questo tipo di discorso è che la scuola italiana è già molto competitiva: ha un sistema rigido di voti numerici, ottenere il massimo punteggio è più difficile che nella gran parte dei paesi OCSE, è uno dei pochi paesi in cui il voto finale dipende da una commissione parzialmente esterna, la maggioranza dei docenti e degli studenti è dell’idea che il raggiungimento di voti brillanti sia la finalità esclusiva dello studio e che esso esprima una realtà ontologicamente indiscutibile. Naturalmente è sempre possibile aumentare il livello di competitività, per esempio se si offrissero premi in denaro e, per i più abbienti, in giorni supplementari di vacanza, suppongo che ci sarebbe un incremento della competizione, ma anche adesso non è certo lo spirito competitivo che manca nelle nostre aule.

Il problema deve essere dunque relativo al tipo di competitività che evidentemente non piace alle nostre autorità scolastiche e ai loro referenti internazionali. L’aspetto probabilmente che rende inutile questa competitività ai loro occhi è la sua natura informale: i voti, cioè i numeri, sono semplicemente degli indicatori che riguardano il singolo studente. Che lo studente A abbia 7 o 9 in matematica, non interferisce minimamente con i voti dello studente B, in pratica questi voti non sono messi in nessuna graduatoria generale, ma identificano semplicemente un livello raggiunto. Misure invece come quelle dello studente dell’anno o la partecipazione obbligatoria per i migliori alle olimpiadi di italiano e matematica tendono a classificare nel senso sportivo del termine e a istituzionalizzare la competizione. Così come del resto si fanno graduatorie per le scuole e per i sistemi scolastici nazionali.

Questa sportivizzazione serve a rendere più sistematica, feroce e acritica la competizione, a quantificare i processi d’apprendimento e a semplificarli perché siano utili per ogni genere di operazione contabile. Non è superfluo aggiungere che una simile impostazione, soprattutto se vincesse non solo a livello normativo, ma culturalmente, renderebbe quasi inutile qualsiasi approccio didattico basato sulla consapevolezza critica o, più limitatamente, su un’idea analitica e non meccanica dei contenuti disciplinari. In una scuola caratterizzata da una cultura di questo genere il peso simbolico e psicologico dell’insuccesso sarebbe ancora più gravoso e pesante di quanto è già adesso per i più fragili, perché diventerebbe un giudizio assoluto sulla persona.

C’è da chiedersi se la scuola non rischi una metamorfosi come quella delle olimpiadi che nate con il decoubertiniano spirito dell’importante è partecipare si sono trasformate in una competizione di atleti professionisti. Con una differenza sostanziale, però: questi ultimi hanno scelto liberamente di partecipare alla loro gara.

Taranto fa l’amore a sen$o unico

Stella Succi

La scelta del presente è una piccola e densissima mostra. Un’installazione di Gianluca Marinelli che include un suo documentario sull’artista-operaio Antonio De Franchis e una serie di oggetti, potremmo definirle reliquie, di altri artisti pugliesi, disposte su tre mensole. Attraverso delle cuffie è possibile ascoltare le loro testimonianze, dalla pesante cadenza meridionale. L’estrema sintesi di un’esperienza completamente obliata: l’arte a Taranto nei primi anni dell’Italsider.

L’Italsider negli anni Sessanta e Settanta è una cattedrale nel deserto: e allo stesso modo sono isolate le sperimentazioni materiali e concettuali degli artisti. Nella condivisione di questa realtà, si instaura un dialogo tra industria e sistema dell’arte che in genere viene associato alla produttività nord italiana di quegli stessi anni, il cui apporto è profondo e aperto anche nei confronti di realtà d’avanguardia.

In seno ad esperienze esemplari come quella della Olivetti, è evidente come la relazione tra industria e cultura costituisca un luogo indispensabile di progresso sia dal punto di vista scientifico che comunicativo per entrambi gli attori di questo dialogo. L’industria da una parte apre al mondo esterno, dall’altro offre la possibilità di una formazione ampia e autonoma del personale all’interno dell’azienda stessa.

Sandro Greco, reliquie (1971)

L’Italsider tenta farraginosamente l’attuazione di una politica culturale di questo tipo: sostiene gli artisti attivi sul territorio, come Pietro Guida, al quale fornisce materiali e manodopera per le proprie sculture monumentali di tubi e lamiere. Mette a disposizione la propria tipografia per le ricerche di poesia visiva di Michele Perfetti. Sostiene i propri operai che si scoprono artisti, organizzando mostre presso il circolo del dopolavoro: Antonio De Franchis comincia in questo modo la personale ricerca che lo farà approdare all’arte programmata.

È però una madre cattiva, l’Italsider: nutre i suoi figli, li ammala, li uccide. Attorno ad essa nascono voci critiche. Nel 1971 l’artista Vittorio Del Piano durante una performance collettiva scrive sulla strada «Taranto fa l’amore a sen$o unico. Qui è l’olocausto». Contestualmente Sandro Greco e Corrado Lorenzo spargono boccette di aria, terra ed acqua pulita lungo la centralissima via D’ Aquino, in un precoce slancio ambientalista. Oggi l’Ilva non ha cessato di avvelenare la città dei due mari: un prezzo non ancora troppo alto per un territorio drammaticamente lasciato a se stesso.

La condizione di precarietà, di isolamento e di dimenticanza è il cuore del progetto Aboutart curato da Andrea Fiore, una serie di brevissime mostre di cui La scelta del presente costituisce il primo tassello. Un fil rouge, quello della precarietà, che caratterizza tutti i protagonisti di questa mostra. Gli artisti hanno abbandonato o lasciato decantare le proprie ricerche, vittime della totale assenza di un sistema artistico coerente nella propria città. Gli operai dell’Ilva vedono assottigliarsi le garanzie sindacali, e si può dire che siano in buona compagnia. Il giovane curatore della mostra, Andrea Fiore, e il giovane artista, Gianluca Marinelli, entrambi pugliesi, condividono il destino incerto di tanti operatori culturali, degli operai della conoscenza, in un intimo legame con la mostra.

LA MOSTRA
La scelta del presente
Galleria Monopoli via Giovanni Ventura 6, Milano
a cura di Andrea Fiore
artista: Gianluca Marinelli
12-18 marzo 2012

La lotta degli “intermittenti dello spettacolo” in Francia

Intervista a Maurizio Lazzarato

a cura di Andrea Inglese

Maurizio Lazzarato, sociologo e filosofo, residente a Parigi, si è occupato approfonditamente del movimento sociale più innovativo e duraturo che la Francia abbia prodotto nell’ultimo ventennio, ossia il movimento dei cosiddetti intermittents du spectacle, artisti, operai o tecnici, che lavorano nell’ambito del cinema, della televisione, della musica o del teatro. Lazzarato, con Antonella Corsani, ha pubblicato nel 2008 anche un libro, Intermittents et Précaires, che raccoglie i risultati di uno studio nato dalla collaborazione tra militanti del movimento e ricercatori universitari intorno alla figura ibrida del “lavoratore culturale”. Ci pare importante, oggi, ritracciare la storia di questa lotta e la riflessione sulla realtà che essa ha prodotto. Leggi tutto “La lotta degli “intermittenti dello spettacolo” in Francia”