Radici e metafore

Giorgio Mascitelli

Tra i mendicanti che esercitano abitualmente la loro arte nei vagoni della metropolitana milanese ve n’è uno che spicca tra gli altri perché è biondo. Dall’accento con cui parla italiano e dall’aspetto fisico mi sembra che sia ucraino o polacco. Nonostante sia alquanto noto che l’immigrazione da questi paesi sia forte, la sua apparizione desta sempre una breve attenzione dovuta alla sorpresa prima che tutti ripiombino nell’indifferenza che di solito è riservata agli altri mendicanti. Non sono in grado di affermare se questo stupore si traduca per il suo oggetto in maggiori o minori incassi, ma certo mi sembra essere un esempio, sia pure al contrario, di quelle attese stereotipe nei confronti delle differenze altrui che sono così frequenti nella società: lo sguardo identitario che trasforma in icona ogni differenza, come ci ricorda Maurizio Bettini in Contro le radici, qui deve arrestarsi perché i capelli biondi sanno troppo di nord e il nord non chiede l’elemosina, ma la fa.

Proprio la lettura di questo piccolo libro di Maurizio Bettini è molto utile in questa travagliata fase della vita italiana ed europea. In esso Bettini dimostra in modo piacevole e rigoroso attraverso una serie di esempi nazionali ed esteri, drammatici e faceti che l’identità tradizionale è in realtà il prodotto di un processo di costruzione artificiale. A differenza di altre opere che ricorrono al concetto hobsbawniano di invenzione della tradizione, il pregio maggiore del testo di Bettini mi sembra che stia nel fatto di cogliere come centrale e fondativo l’aspetto retorico nel discorso tradizionalista. Quando Bettini ci ricorda che senza la metafora delle radici, e quella complementare della discendenza, il tema identitario quasi non sussisterebbe oppure se prevalesse la metafora da lui suggerita del fiume e degli affluenti nella rappresentazione delle identità, il discorso su di essa non assumerebbe un tono politicamente aggressivo, richiama un aspetto importantissimo. Non si tratta solo del fatto che la retorica, proprio nelle sue accezione classica e non solo nelle forme rinnovate mediaticamente, occupa ancora un aspetto centrale nel discorso sociale e politico. Mi sembra, infatti, che in questo modo Bettini ci indichi concretamente la porta dalla quale sta rientrando nel discorso pubblico e nella politica quella macchina mitologica che il secolo scorso ha tristemente visto nel suo pieno funzionamento.

Bettini dedica molto spazio all’analisi del discorso tenuto da Marcello Pera, allora presidente del senato, al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione nel 2005. È comprensibile questa scelta sia perché tale testo è un perfetto esemplare di gran parte dei topoi del discorso identitario sia perché il tono lontano da qualsiasi eccesso verbale evidenzia le forme moderate e poco vistose che esso può assumere. Se le esternazioni dei Bossi o dei Kaczynski hanno una loro evidenza giornalistica, non va dimenticato che il discorso sulle radici ha anche articolazioni più sofisticate alla Remy Brague.

Che la crisi economica e la depoliticizzazione della cittadinanza siano un terreno fertile per lo sviluppo delle mitologie identitarie è un’ovvietà talmente comprovata da esempi storici e contemporanei che non vale nemmeno la pena di menzionare. Piuttosto è interessante citare un’altra osservazione di Bettini relativa al fatto che la spinta identitaria si accompagna a un apprezzamento degli stili di vita moderni che cancellano le tradizioni. Insomma omologazione e rivendicazione identitaria andrebbero di pari passo: è chiaro che il nostro autore usando il termine pasoliniano ci offre implicitamente una lettura del fenomeno che è quella dell’universalizzazione della piccola borghesia e delle sue contraddizioni. In altre parole l’individuo medio (non tutti per fortuna) anela a una comunità antica, in realtà vivendo con favore una vita che tende a cancellare tutti i legami sociali, tradizionali o meno, allo stesso modo che i gruppi rock di estrema destra cantano la purezza della razza bianca attraverso un genere musicale meticcio e di origine afroamericana.

Se però ci si chiede che tipo di discorso si opponga a quello identitario, allora si intuisce la pericolosità della situazione. Se si prescinde dalle varie incarnazioni mediatiche del politicamente corretto (dalla pubblicità progresso dei maglioni antirazzisti all’impegno dei divi per l’integrazione e contro le discriminazioni), non c’è un discorso politico che inquadri la denuncia delle mitologie identitarie in una prospettiva generale. Anzi nell’esperienza concreta l’unico discorso che apparentemente rivela un’opposizione implicita è quello che potremmo chiamare il cosmopolitismo delle multinazionali. Sottolineo la natura apparente di tale opposizione perché questo stile di vita che propugna come valore positivo una mobilità planetaria, naturalmente solo per ragioni aziendali, assomiglia alla vecchia esperienza del personale europeo nelle colonie, al quale veniva offerto la possibilità di riprodurre in luoghi esotici la madrepatria grazie alla scrupolosa eliminazione di ogni contatto con l’ambiente circostante. Oggi la tecnologia, l’omologazione e i non luoghi rendono possibile un livello ancora superiore di asetticità nell’incontro con l’altro. In fondo colui che si trasferisce perché globalizzato e colui che abbraccia il mito delle radici sono figli dello stesso processo di svuotamento del senso di cittadinanza.

IL LIBRO
Maurizio Bettini
Contro le radici
Il Mulino (2012), pp. 112
€ 10,00

 

Un piccolo popolo in lotta

Michele Emmer

Conoscono i primi nomi del fiume Rio Preto?
No. I suoi veri nomi: Adowina, Hokosewina e Kayawinalo.
E noi, gli Enawene Nawe, siamo i suoi veri proprietari.
Non sapevamo che i Bianchi si stavano prendendo la nostra terra.
Non sapevamo nulla della deforestazione.
Non sapevamo nulla delle leggi dell’uomo bianco.
La mia conoscenza è antica. So queste cose da molto tempo.
Non ho conosciuto l’Adowina recentemente, ma tantissimo tempo fa.
Non sono nato da poco.

Chi parla è Kawari, un anziano Enawene Nawe. Le parole di Kawari sono state riportate da Joanna Eede della associazione Survival International e pubblicate nel sito del National Geographic “Water Currents il 27 aprile scorso. Chi sono gli Enawene Nawe? Le prime notizie risalgono al 1962, il primo villaggio venne scoperto nel 1973, solo nel 1983 i missionari gesuiti individuarono con certezza questo nuovo gruppo che era chiamato Saluma. Il nome che questa popolazione utilizzava per autoindentificarsi era però Enawene Nawe. Si stima che la poloazione totale sia di circa 550 persone, in costante aumento negli ultimi anni. Ma un grave pericolo li minaccia.

Abitano nella foresta tropicale del Brasile, nello stato del Mato Grosso, ai confini dell’Amazzonia, nella valle del fiume Juruena. Il governo dello stato del Mato Grosso sta costruendo una serie di dighe idroelettriche a monte del loro territorio. Le dighe minacciano la foresta degli Enawene Nawe, il pesce di cui si nutrono e lo Yãkwa, il loro rituale sacro. Secondo le notizie raccolte da Joanna Eede per Survival International «le prime impressioni, raccolte nell’aprile 2012, fanno pensare che anche quest’anno le riserve di pesce della tribù potrebbero scarseggiare, così come è accaduto per la prima volta nel 2009».

Così descrive la cerimonia la Eede: «Alle prime luci dell’alba, gli uomini Enawene Nawe si riuniscono davanti alla haiti: la casa dei flauti sacri. Sono ritornati da poco dagli accampamenti nella foresta per celebrare la cerimonia di pesca più importante dell’anno: il banchetto dello Yãkwa. Gli Enawene Nawe sono una delle pochissime tribù al mondo a non mangiare carni rosse. All’inizio dello Yãkwa, gli Enawene Nawe costruiscono le waitiwina (dighe) sull’Adowina (il fiume Rio Preto). Gli sbarramenti sono costruiti con un sapiente intreccio di tronchi, tra i quali gli Indiani infilano decine di nasse di forma conica. Per legare la struttura usano viti e cortecce. L’acqua risucchiata dalle nasse scorre poi via, lasciando intrappolati i pesci diretti a valle dopo la fase di riproduzione presso le sorgenti del fiume. I pesci sono accumulati in piccole ceste di foglie di palma intrecciate e affumicati in capanne speciali. Alla fine, vengono trasportati al villaggio con le canoe. Terminato lo Yãkwa le dighe vengono distrutte per permettere ai pesci di risalire liberamente la corrente e continuare a riprodursi. L’UNESCO ha recentemente richiamato l’attenzione sulla urgenza di salvaguardare lo Yãkwa, definendolo patrimonio culturale d’incalcolabile valore. Negli ultimi anni, tuttavia, la tribù ha fatto fatica a praticare il rituale a causa della diminuzione della popolazione ittica, dovuta alla deforestazione e alla costruzione di una diga idroelettrica». Per ironia della sorte il Ministero della Cultura Brasiliano ha riconosciuto lo Yãkwa come patrimonio culturale del paese. Per vedere le foto della cerimonia ed il volto dell’anziano Kawari basta collegarsi a questo sito .

Proprio in questi giorni (7-18 maggio) si sta svolgendo a New York, nella sede centrale delle Nazioni Unite, l’undicesima sessione del UNPFII (United Nation Permanent Forum of Indigenous Issues), il Forum permanente per le questioni che riguardano i popoli indigeni. Solo il 13 settembre del 2007 è stata adottata dall’ONU The Declaration on the Rights of Indigenous Peoples (la dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni, con una maggioranza di 144 stati a favore, 4 contrari, Australia, Canada, New Zealand, United States) e 11 astensioni (Azerbaijan, Bangladesh, Bhutan, Burundi, Colombia, Georgia, Kenya, Nigeria, Russian Federation, Samoa e Ukraine). In seguito Australia, New Zealand, Canada, United States, Colombia e Samoa l’hanno ratificata. Alla conferenza di Durban del 2009 182 stati del mondo hanno votato una risoluzione in cui affermano che la dichiarazione dell’ONU sui diritti dei popoli indigeni ha avuto un buon impatto per la protezione delle vittime e impegnano gli Stati ad adottare tutte le misure necessarie ad aumentare le misure a favore dei diritti degli indigeni in accordo con gli strumenti di difesa dei diritti umani.

Nella nuova sessione di questi giorni tra le altre cose si parlerà della «Dottrina della scoperta: quale grave impatto ha sui popoli indigeni» che, come spesse volte è accaduto nel corso dei secoli, non avevano nessuna voglia di essere scoperti. Quando ero piccolo, andavo sempre alle dighe insieme a mio padre, noi lasciamo che il pesce risalga fino alla sorgente per deporre le uova. Ma se verranno costruite le dighe idroelettriche, le uova scompariranno e il pesce morirà. Dice sempre Kawari. Chissà se anche il grido di aiuto degli Enawene Nawi verrà ascoltato. Loro che non hanno alcuna colpa della globalizzazione finanziaria del mondo.

Finanzcapitalismo, ultima chiamata

[Questa intervista è apparsa il 2 maggio 2011 sul sito Nazioneindiana]

Marco Rovelli

Definirei il libro di Luciano Gallino Finanzcapitalismo (Einaudi, 19 euro) decisivo,  per comprendere il mutamento radicale di paradigma avvenuto negli ultimi trent’anni. Siamo in un altro mondo, e conviene capirlo più in fretta possibile. Perché il tempo è davvero agli sgoccioli. Ho intervistato l’autore per l’Unità, qui pubblico l’intervista in versione integrale.

Sappiamo che l’alternanza tra fasi espansive e produttive e fasi speculative sono sempre state una costante nella storia del capitalismo (ce lo ha spiegato ad esempio Giovanni Arrighi). Ma lei ci fa capire che oggi siamo in presenza di una sorta di salto quantico: ci dice con molta chiarezza che siamo in una fase del tutto nuova, non più nel classico capitalismo industriale, ma nel finanzcapitalismo. E ci dice che questo salto quantico è un salto con esiti potenzialmente tragici.

Vi è stato in questi ultimi trent’anni un enorme sviluppo del sistema finanziario a paragone dello sviluppo del sistema dell’“economia reale”: se all’inizio degli anni ottanta il volume degli attivi finanziari corrispondeva al Pil mondiale, al momento della crisi ammontava a oltre quattro volte il Pil. Il mondo è stato radicalmente trasformato da un processo patologico. Leggi tutto “Finanzcapitalismo, ultima chiamata”