La via reputazionale alla selezione

Giorgio Mascitelli

Come di consueto la fondazione Agnelli ha divulgato nel mese di novembre le classifiche di qualità delle scuole superiori italiane redatte da Eduscopio. Le valutazioni, per quanto concerne i licei e gli istituti tecnici, riguardano gli esiti degli studenti nel primo anno di università attraverso i quali gli esperti di Eduscopio ritengono sia possibile dare un’idea abbastanza precisa della qualità dei singoli istituti, mentre per gli istituti professionali con gli stessi intenti si propongono classifiche relative alle assunzioni dei neodiplomati. Eduscopio si propone in questo modo di fornire un servizio alle famiglie nella scelta consapevole della scuola superiore.

Le classifiche, nel caso del rendimento universitario, presentano le scuole divise per indirizzo e collocazione geografica e si basano su un indice (FGA) espressione di una media tra voti degli esami universitari e i crediti ottenuti ponderata con altri fattori che possono incidere sul rendimento degli studenti ( per es. il tipo di facoltà o la distanza dalla sede di studio), anche se nei principali organi d’informazione le classifiche sono state rese noto senza punteggi FGA, ma solo tramite la posizione occupata dall’istituto. L’aspetto più significativo e statisticamente sicuro che emerge dai dati è che licei classici e scientifici, indipendentemente dalla posizione specifica in graduatoria di ogni istituto, garantiscono gli esiti universitari migliori per i loro studenti, che come notizia non è esattamente una sorpresa sbalorditiva. Un altro tratto importante sottolineato dagli stessi ricercatori di Eduscopio è che le classifiche di anno in anno cambiano di poco, segno a loro parere che per costruire una scuola di qualità ci vuole tempo, ma segno anche più prosaicamente che il modello matematico alla base della rilevazione è stato assestato, visto che nella fase sperimentale di qualche anno fa relativa al solo Piemonte uno dei dati che colpivano subito era la profonda variazione delle classifiche di anno in anno, se la memoria non m’inganna.

Potrebbe sembrare che abbia qualcosa di musiliano questa iniziativa da Azione Parallela in cui una prestigiosa fondazione di ricerca spende i propri denari per scoprire quello che la maggioranza degli addetti ai lavori e della famiglie sa già e tale scoperta viene riportata dai principali organi d’informazione con grande rilievo. In realtà nella nostra società la redazione e soprattutto la pubblicizzazione di classifiche gode di uno statuto logico e simbolico particolare che rende questa operazione qualcosa di simile da un lato a un atto linguistico, dall’altro a una sorta di epifania di un ordine morale superiore. Non si tratta infatti di descrivere semplicemente una realtà, ma da un certo punto di vista di orientare scelte e comportamenti con numeri e parole performative; da un altro invece la pubblicazione delle classifiche è connessa con la rivelazione di un ordine del mondo in cui i migliori vincono e meritocraticamente sono premiati. Questo spiega perché presso i mezzi d’informazione è invalsa la scelta curiosa di pubblicare la classifica senza i punteggi delle scuole, come se essa fosse un valore assoluto ossia sciolto da qualsiasi altra considerazione possibile, come potrebbe essere il fatto che per la riuscita universitaria sono decisivi, finché almeno sussiste una forma di scuola pubblica, le qualità e i comportamenti individuali e l’indirizzo di studi scelto.

Iniziative come questa, indipendentemente dai lodevoli intenti di partenza dei loro promotori, finiscono con il diventare parte integrante del sistema di governo della scuola e di orientamento alla costruzione di un determinato modello di scuola, fortemente caratterizzato sul piano ideologico e su quello del funzionamento sociale. L’enfasi posta tramite queste classifiche, specie nella loro versione mediatica, sulle performance dei singoli istituti servono a cancellare la percezione che in una realtà come quella italiana in cui l’offerta formativa è prevalentemente pubblica, uno studente brillante anche del più scassato liceo di periferia ha la possibilità di raggiungere livelli minimi di preparazione che gli consentono di affrontare tutte le varie opzioni universitarie, mentre in altri sistemi come quello anglosassone la scelta della scuola superiore, di solito privata, è decisiva per poter accedere all’università. Del resto anche le prove INVALSI, che sono invece un obbligo di legge per le scuole, mirano con altre modalità a verificare il merito degli istituti, creando nei fatti una graduatoria.

L’effetto prevedibile della pubblicazione delle classifiche, ossia il loro atto performativo, è quello di indurre la maggioranza delle famiglie a iscrivere i loro figli alle scuole in testa alla classifica, le quali a loro volta avranno presumibilmente una tale abbondanza di domande di iscrizione che permetterà loro di ammettere solo gli studenti usciti dalle medie inferiori con i voti migliori. Questo fenomeno si tradurrà in un aumento e in un’esaltazione del divario di qualità tra le scuole, oggi sostanzialmente contenuto, che renderà ragione a posteriori della rispettiva reputazione. Così queste classifiche, che oggi possono ancora essere accolte con un certo ragionevole scetticismo, esprimeranno nel giro di pochi anni una realtà che loro stesse avranno contribuito in maniera decisiva a costruire. Questo effetto sarà anche rafforzato dalla riforma dell’esame di stato conclusivo: diminuendo il peso della commissione e aumentando quello della scuola sulla determinazione del voto di ogni candidato, che a partire dall’anno prossimo passerà dal 25% al 40%, questi esami perderanno progressivamente autorevolezza, nonostante restino con tutti i loro limiti il sistema più equo per valutare la preparazione del singolo studente, e questo si tradurrà in un aumento di credibilità di queste classifiche.

Si potrebbe chiamare tutto ciò la via reputazionale alla selezione: infatti la selezione classica, quella a cui, per intenderci, si opponeva don Milani, basata sull’esclusione dalla scuola superiore tramite le bocciature nella scuola dell’obbligo, non è più una strategia sostenibile né entro certi limiti compatibile con la razionalità di sistema. La selezione attuale, che spesso si presenta anche ricorrendo a una certa retorica dell’innovazione pedagogica, mira a creare un sistema di scuole di serie A e di serie B e forse anche di serie C, che attacchi il principio dell’universalità dell’istruzione. In questa logica la selezione non sarà tra chi è incluso e chi è escluso dalle scuole e nemmeno un’opposizione tra scuole professionali e licei, diventati ormai scuole di massa. Vi saranno semplicemente delle scuole più performative e altre meno. Se infatti la selezione è sempre una strategia con la quale le classi al potere certificano la trasmissione del loro capitale culturale e suggellano i saperi utili a questa trasmissione, oggi nel contempo la scuola ha anche l’imperativo di insegnare la competitività come fondamento ideologico della coscienza sociale del lavoratore/ consumatore. Questa forma di selezione sembra ottemperare meglio a questa duplice esigenza.

Il discorso sugli insegnanti

Giorgio Mascitelli

Negli ultimissimi anni, non solo in Italia, il discorso sugli insegnanti e in particolare su cosa si intende per buon insegnante si è fatto intenso. In sé è indubbiamente positivo che ci sia una grande attenzione sulla figura del docente, che fino a pochi anni fa latitava, a maggior ragione se altre figure professionali di prestigio sociale maggiore, dal medico al magistrato, dall’avvocato al giornalista, dal manager al banchiere, non suscitano altrettanto interesse.

Il discorso sugli insegnanti, però, è alimentato soprattutto da interventi critici che provengono da alti funzionari di organizzazioni internazionali, docenti universitari, economisti e politici che hanno a che fare con la scuola più come macrostruttura economica che come pratica quotidiana. L’economista che ha scoperto l’algoritmo che consente di calcolare esattamente quanti soldi in più un buon insegnante faccia guadagnare al suo fortunato allievo in tutta la sua vita, il pedagogista che protesta contro l’ottusità di chi non si accorge che il videogioco ha una funzione centrale e sostitutiva del libro nello stimolo mentale dello studente, il funzionario che prevede l’assimilazione dell’insegnante all’assistente sociale, pur nella diversità dei loro punti di vista, hanno in comune un’implicita insoddisfazione non solo nei docenti come sono, ma anche nei criteri finora vigenti per giudicarli. Essi non dicono semplicemente che gli insegnanti non sono all’altezza del modello che dovrebbero rappresentare, ma che ciò che essi credono essere bene non lo è. Insomma è in atto quella che verrebbe chiamata una rivoluzione culturale con la differenza rispetto a quello originale, che ora è il quartier generale a sparare su tutto ciò che si muove.

La cosa curiosa di questo discorso è che in esso prevale quella che potremmo chiamare un’insoddisfazione permanente più che un’indicazione di valori professionali e sociali che si traducano in nuovi comportamenti. Qua e là è possibile scorgere alcune indicazioni di merito sulla necessità di dotarsi di una metodologia didattica rigorosa, scientifica o addirittura numerica oppure quella di adeguarsi maggiormente alle richieste del mercato del lavoro, ma nel complesso il messaggio prevalente è quello dell’inutilità e dell’inadeguatezza dell’insegnante. È possibile spiegare questa vaghezza in molti interventi come frutto di una certa confusione culturale su quale scuola si voglia, ma è probabilmente una strategia comunicativa obbligata per altri, che ritengono che gli insegnanti vadano semplicemente giudicati secondo criteri quantitativi come tutte le altre forme di lavoro dipendente. Allora l’insoddisfazione permanente diventa un metodo utile per giustificare senza discussione misure che altrimenti apparirebbero contraddittorie. Per esempio, quando si scrive sui giornali che gli insegnanti cominciano a tremare in occasione dell’introduzione di questa o quella verifica dei livelli di apprendimento degli studenti o di una graduatoria delle scuole, si dà già per scontato che i risultati saranno negativi e i colpevoli insegnanti perciò dovranno tremare, ma l’effetto retorico di un simile ragionamento preconcetto può essere garantito soltanto attraverso il metodo dell’insoddisfazione permanente.

Se è impossibile arrivare a vedere una nuova figura di insegnante nel discorso attuale, si può invece scorgere la matrice di fondo dell’insoddisfazione permanente verso il docente attuale. Ciò che non piace di questa figura è la sua funzione intellettuale, che è connaturata all’attività di trasmettere il sapere perché implica un atteggiamento riflessivo (infatti chi trasmette in maniera meccanica le proprie conoscenze finisce con il trasmetterle male anche da un punto di vista nozionistico), che ovviamente è ancora più necessaria negli aspetti formativi del lavoro del docente. Possiamo incontrare un dettaglio illuminante in un libro curato dall’OCSE nel 2001 sull’avvenire della scuola: nell’elencazione di alcune caratteristiche del corpo docente in uno scenario negativo per la scuola viene indicata innanzi tutto la persistenza dell’idea del lavoro di insegnante come arte individuale. Ora negare la dimensione di arte individuale del lavoro di docente significa considerare assolutamente secondari gli aspetti di relazione umana e di autoanalisi su ciò che si fa in classe. Tutto ciò può essere visto positivamente solo se si ritiene che l’insegnante non debba trasmettere un insegnamento ai propri allievi, ma eseguire operazioni standardizzate o addirittura addestrarli.

La scuola occidentale moderna ha avuto molti genitori, tra i quali sicuramente dobbiamo annoverare le seicentesche scuole dei gesuiti, e mi sembra che gli attuali cultori del metodo dell’insoddisfazione permanente condividano con i reverendi padri di allora il sogno di una scuola dove tutti ubbidiscano perinde ac cadaver.

Ponti del futuro

Giorgio Mascitelli

Le autorità della regione di Bratislava in occasione dell’inaugurazione di un ponte pedonale a Devin sul fiume Danubio hanno indetto questa primavera un referendum consultivo tra la cittadinanza tramite facebook sulla scelta del nome dell’opera. Nonostante fossero state proposte tre possibilità ossia ponte Maria Teresa, ponte della libertà e ponte della cortina di ferro ( le due rive collegate sono una in Slovacchia e l’altra in Austria e nel periodo del comunismo alcuni attraversarono a nuoto il fiume per fuggire dall’allora Cecoslovacchia), la maggioranza ha votato per l’intitolazione dell’opera a Chuck Norris.

A fronte di questo esito gli organizzatori della consultazione hanno dato segni di non voler dar corso alla volontà popolare, spiegando che occorreva anche ricorrere al parere della comunità degli esperti perché si deve scegliere un nome che tra cento anni non sarà cambiato. Non sono un esperto di onomastica pontile, ma confesso che questa fiducia nella continuità del presente da parte di abitanti di una città che ancora meno di cento anni fa aveva un altro nome ( si chiamava ufficialmente Poszony, Presburgo in tedesco, e l’attuale nome di Bratislava le è stato dato dal movimento risorgimentale slovacco) e la cui toponomastica ha avuto nel corso dell’ultimo secolo almeno tre drastiche riformulazioni, mi sorprende alquanto e senza dubbio fa loro onore. Quanto agli esperti, non è detto che le loro scelte siano poi così più durature e ponderate di quelle popolari: mi viene in mente per esempio che il premio Nobel per la pace è assegnato da esperti al massimo livello, eppure qualche anno fa essi attribuirono il premio a un capo di governo che solo quattro anni dopo l’assegnazione scatenò una guerra feroce in Libano.

D’altro canto, le autorità avevano fin da principio le loro contraddizioni perché la terna di nomi ufficiale presenta qualche incoerenza, infatti Maria Teresa, pur con tutti i suoi meriti, non fu esattamente una figura esemplare della libertà politica. Se fossi pertanto un cittadino di quella regione, consiglierei alle autorità di seguire il verdetto popolare senza esitazioni, perché la volontà della maggioranza va rispettata, e infondo vedere i film di Chuck Norris era anche uno dei modi di godere di quella libertà che esisteva al di là della cortina di ferro.

Purtroppo questa concezione per così dire retrattile della democrazia, secondo la quale si ricorre alle sue regole solo se non danneggiano determinati progetti, non è limitata alle sole autorità locali della regione danubiana, ma mi sembra alquanto diffusa in tutta Europa, non da ultimo nel nostro paese, e soprattutto su questioni meno innocue di quelle toponomastiche. Dall’ondata di panico che attraversò il continente quando Papandreu propose di tenere un referendum in Grecia sulla permanenza del paese nell’euro al fatto che in Italia all’indomani del referendum sull’acqua pubblica si levassero alcune voci che chiedevano apertamente di eludere i risultati del voto, è facile elencare molti esempi. Non è contraddittorio, ma perfettamente armonico con questa tendenza il fatto che oggi si faccia ampio ricorso a sondaggi d’opinione e indici di gradimento praticamente su tutto. Essi sono il confortevole simulacro della possibilità di continuare a esprimere qualsiasi opinione e nel contempo hanno la funzione didattica di abituarci a considerare la nostra opinione come un dato statistico e non come un fattore di costruzione di scelte collettive.

Sarebbe però sbagliato vedere nell’affermazione di questa concezione un fatto eminentemente politico, al contrario la sua origine non solo è extrapolitica, ma profondamente apolitica: infatti l’azione politica trae legittimazione in un modo o in un altro dal consenso popolare e il politico che lo ignora finisce con l’essere considerato un tiranno. Invece in una società in cui il potere reale non ha più alcuna relazione con la politica, che è al massimo esecutrice di decisioni prese altrove, questa distinzione perde di senso e il trascurare le regole del consenso popolare appare tutt’al più un peccato veniale, che forse non ha bisogno nemmeno di essere giustificato.