Barcellona in dicembre

Franco Berardi Bifo

Da mesi El pais è impegnato in una campagna di difesa del centralismo nazionale spagnolo che paradossalmente viene disegnato come un baluardo contro il nazionalismo catalano, come se il nazionalismo fosse un buon antidoto contro il nazionalismo. Negli ultimi giorni poi l’offensiva si è fatta assordante, insieme alle previsioni di una definitiva umiliazione degli indipendentisti. Il 17 dicembre un articolo di Mario Vargas Llosa critica le radici del nazionalismo, con motivazioni naturalmente ben fondate. Come non convenire con lui che il nazionalismo esalta i valori dell’istinto irrazionale contro la razionalità e la democrazia? 

Il problema è che parlando di nazionalismo si capisce poco di quel che succede a Barcellona (e, sia pure in maniera più complessa) nella Catalogna in generale. Barcellona è una città cosmopolita, libertaria, internazionalista: un nodo della rete sociale deterritorializzata del lavoro precario e cognitivo.

Vargas Llosa ridicolizza l’idea che il movimento indipendentista catalano possa definirsi come movimento anti-coloniale. Ma come? si chiede, da quando in qua l’area economicamente più ricca può essere considerata colonia di un paese più povero? Il problema è che Vargas Llosa, come quasi tutti, crede che il problema sia nel conflitto tra Barcellona e Madrid. Questa visione è misera; non capiamo l’attuale sollevazione indipendentista se non teniamo conto del fatto che il vero nemico di Barcellona non è lo Stato Spagnolo, ma il sistema bancario europeo. E’ il sistema finanziario globale, infatti, che esercita il suo dominio colonialista nei confronti della società catalana come di ogni altro paese europeo. In questo senso il movimento indipendentista catalano è anti-coloniale. L’attuale rivolta indipendentista infatti comincia nel 2011, dopo l’esplosione dell’acampada contro lo sfruttamento finanziario, quando ci si rese conto del fatto che la protesta democratica non serve a niente perché la controparte non è democratica, ma assolutista ed astratta: il sistema bancario globale.

Quel che è mancato durante questi mesi di intensissima attivazione delle energie sociali e di enorme mobilitazione è l’intelligenza autonoma, la capacità di comprendere dinamicamente la rivolta indipendentista, con tutte le ambiguità e i pericoli di nazionalismo che un movimento indipendentista porta con sé. 

E’ mancato il coraggio di fare della battaglia di Barcellona il punto di inizio di un processo di delegittimazione generalizzata della dittatura finanziaria europea. I franchisti di Madrid non sono altro che gli esattori della dittatura finanziaria, anche se svolgono il loro compito con particolare tracotanza.

Sia sovranisti che anti-sovranisti hanno frainteso il movimento che occupò la città il primo ottobre. 

I sovranisti catalani, in particolare il partito di Mas e Pudgemont si sono comportati con evidente malafede e strumentalità: proprio loro, che nel 2011 imposero il diktat finanziario e il Fiscal Compact, in seguito hanno sfruttato il malcontento generato dalla imposizione finanzista, per speculare elettoralmente.

Ma il movimento indipendentista che si è manifestato negli ultimi mesi non si può affatto ridurre alla sua rappresentanza politica, e soprattutto non si può identificare con una posizione di tipo nazionalista. Molti nella sinistra critica e nello stesso movimento autonomo, hanno assunto una posizione di totale estraneità e disprezzo per l’indipendentismo catalano. Le posizioni assunte da compagni come Carlos Prieto del Campo e tanti altri sono la prova del fatto che abbiamo perduto l’orecchio per le dinamiche di movimento reale. E’ inutile criticare il referendum del primo ottobre sulla base di motivazioni giuridiche e politiciste. E’ sbagliato identificare il movimento indipendentista catalano come nazionalista. Significa ignorare la dinamica interna di questo movimento, e soprattutto ignorare le potenzialità anticapitaliste che un movimento come questo può scatenare.

Certo, l’indipendentismo catalano è ambiguo, ma quale movimento emergente non lo è?

Non è forse compito delle avanguardie culturali e politiche misurarsi con quella complessità che i movimenti contengono per svolgerne le potenzialità autonome? 

Ora il fronte nazionalista spagnolo si prepara a vincere le elezioni del 21 dicembre. Io spero che non le vinca, ma è probabile che invece questo accada, e sarà l’ennesima prova del fatto che le tenebre stanno scendendo sul continente europeo e la depressione prevarrà anche nell’ultima città non depressa del continente. L’Unione europea porta depressione come la nube porta la tempesta, per parafrasare Lenin che non c’entra niente.

Una delle poche città in cui esisteva un sentimento di solidarietà sociale rischia di essere calpestata dagli stivali del franchista Rajoy e dei suoi leccaculo socialisti e ciudadani. 

Quel che ben pochi hanno colto è la continuità del primo ottobre con l’acampada del 15M, e con l’ondata di lotte che oppose la società all’assolutismo finanziario europeo. 

Amador Savater lo ha detto nel suo articolo  Lo que tapan las banderas. L’europeismo degli anti-sovranisti, ripete una litania che in questo contesto puzza di collaborazionismo, mi dispiace dirlo. Certo, il crollo dell’Unione europea sarebbe una catastrofe, ma l’Unione europea è già morta, quel che resta è il suo cadavere finanzista. 

E non seppellire i cadaveri è pericoloso per la salute pubblica. 

Il cadavere europeo, dopo avere succhiato le energie economiche della società europea si appresta ora a distruggere l’energia politica residua, si appresta a infettare con la cadaverina anche l’ultima città viva d’Europa, Barcellona.

Non so come andranno le elezioni del 21 dicembre, ma è probabile che il nazionalismo spagnolo le vinca, in rappresentanza dell’assolutismo finanziario. Il gioco è truccato: i dirigenti dell’indipendentismo sono in carcere, le truppe coloniali spadroneggiano, la stampa stravolge i termini del problema sposando il nazionalismo centralista madrileno. Santiago Lopez Petit lo ha detto: queste elezioni occorrerebbe sabotarle, non si dovrebbero accettare elezioni in condizioni di occupazione coloniale, non si dovrebbero accettare elezioni sotto la pistola puntata del ricatto economico e della criminalizzazione.  Appoggiando la repressione nazionalista l’Unione europea ha toccato il fondo della sua infamia.

Purtroppo ben pochi hanno voluto o saputo vedere che l’aggressione nazionalista spagnola è parte integrante dell’aggressione finanziaria. Eppure la questione sta tutta in questo nesso.

19 dicembre 2017

Pensiero italiano

Franco Berardi Bifo

In un articolo di desolante provinciale conformismo pubblicato dal Corriere della sera il 29 febbraio (L’anticapitalismo all’italiana) Ernesto Galli Della Loggia se la prende con l’Italian Theory, e l’influenza che questa eserciterebbe sul mondo intellettuale americano (e non solo americano).

Sul Manifesto del 15 Marzo gli risponde Timothy Campbell. Non dovremmo parlare di Italian Theory, ma piuttosto di Italian Thought. Non esiste a rigore alcuna «teoria» italiana, e gli intellettuali americani (e non solo) sono ben lontani dall’accodarsi a una dogmatica interpretazione del mondo e della storia di cui Negri o Agamben sarebbero i sacerdoti.

Quello che accade – nell’editoria come nelle università di molti paesi meno oscurantisti del nostro – è una faccenda ben diversa. Mentre il pensiero viene unificato forzosamente e sottomesso manu militari alla verità eterna e indiscutibile del profitto della competizione e del pareggio di bilancio, nel paese di Mussolini e di Berlusconi qualcuno insiste cocciutamente nel voler pensare.

In un paese in cui la corruzione domina la politica, l’ignoranza domina l’accademia e il conformismo domina la comunicazione di massa, un gruppo piuttosto numeroso di donne e di uomini elabora analisi scientifiche, afferma principi etici ed esprime progetti politici che non si conformano alla superiore verità del Capitale. Questo è lo scandalo vero che a Della Loggia appare intollerabile.

La risposta di Perniola: una falsa polemica

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Mario Perniola risponde all’articolo di Franco Berardi Bifo Un falso Perniola (Alfabeta2, n. 16, febbraio 2012). Segue sotto la controrisposta di Bifo.

Secondo il grande sociologo tedesco Georg Simmel, un amore, che dà tutto e subito, si consuma molto presto, mentre è importante non solo ottenere nell’immediato, ma anche aspettare di ricevere qualcosa d’interessante nell’avvenire. Sicché l’amore che vuol durare, deve essere simile a un caleidoscopio in cui si vede ogni volta qualcosa di differente. La stessa cosa vale per l’amicizia, che è una specie di amore senza sesso. Le amicizie più sicure sono quelle in cui la trasparenza non è intesa come qualcosa di assoluto, ma implica l’indistinzione di molti aspetti del modo di essere della persona con cui si è in rapporto.

E’ questa la prima considerazione che mi viene in mente leggendo l’articolo di Franco Berardi Bifo Un falso Perniola (Alfabeta2, n. 16, febbraio 2012), il quale, recensendo il mio pamphlet Berlusconi o il ’68 realizzato (Milano, Mimesis, 2011), contrappone il mio modo di essere di quarant’anni fa a quello di oggi. Al contrario, se io ripubblico tale e quale un testo scritto nell’estate del 1971, nel 1998 e nel 2005 (I situazionisti, Roma, Castelvecchi) senza apportarvi alcuna variazione, e questo è tradotto in spagnolo nel 2008, in portoghese nel 2009 e in tedesco nel 2010, vuol dire che sono sempre lo stesso e che il Perniola di oggi non è diverso da quello di quarant’anni fa.

Nella recensione di Bifo si manifesta quello spirito dandistico, ironico e anti-dogmatico che ci accomuna. Né lui, né io nutriamo il sentimento tragico della vita, e pur riconoscendoci nello spirito battagliero del guerriero, siamo alieni dallo spirito settario e fanatico di chi emana condanne e pronuncia anatemi. Infatti, la guerra e l’odio son due cose molto diverse, che sciaguratamente le religioni e le ideologie troppo spesso hanno collegato, con risultati nefasti e in ultima analisi controproducenti per quanto riguarda l’esito dei conflitti.

Ciò non esclude che nella condotta della guerra ci siano tra Bifo e me divergenze strategiche profonde. Io non credo che il ’68 sia una bandiera da sventolare oggi, specie dopo gli studi di Jean-Pierre Le Goff, Mai 68: l’héritage impossible (Paris, La Découverte, 1998, pp. 496) e di Luc Boltanski e Ève Chiappello, Le nouvel esprit du capitalisme (Paris, Gallimard, 1999, pp. 848), che hanno reso evidente la connessione tra il ’68 e il capitalismo neoliberale. In particolare quest’ultima opera molto voluminosa ha mostrato che il capitalismo non è per nulla “dogmatico”, ma ha una tendenza costante a trasformarsi. Si tratta di una tesi ampiamente esposta e discussa in italiano dieci anni fa, nel n. 3 della rivista “Ágalma” (giugno 2002). Il riferimento ad essa si trova nell’ampia bibliografia al fondo del mio libro, che Bifo giudica troppo breve e addirittura “minuscolo”! Ma questa è una questione tattica e non strategica, sulla quale ho sempre seguito il precetto di Gracián: “Ciò che è buono, se è breve, è buono due volte; e anche il cattivo, se è poco, non è tanto cattivo. Più valgono quintessenze che farragini”. E poi tutti i generi vanno bene, tranne quello noioso!

Che il ’68 abbia avuto intenzioni esattamente opposte a quelle del capitalismo neoliberale, non vi è dubbio! Ma bisogna essere molto ingenui per non sapere che di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno, come dice il proverbio citato anche a Marx nel Capitale (vol. I, Parte III, capitolo 5, Sezione 2). Giustamente insieme a Nietzsche e a Freud, egli è stato considerato “un maestro del sospetto”. Già Hegel chiamava “astuzia della ragione” il fatto che quest’ultima faccia agire per sé le passioni, col fine di raggiungere scopi completamente diversi e perfino opposti. Infine Dilthey sosteneva che la vita non è qualcosa il cui significato possa essere colto immediatamente mentre si vive: solo gli storici e gli scrittori ricostruendo il passato gli conferiscono un senso. Perfino Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse, in una conversazione che ho avuto con lui tempo fa, mi disse che il suo compito consisteva nel fornire delle testimonianze (nei tre volumi Progetto memoria, Roma, Sensibili alle foglie, 1995), mentre la ricerca del senso di ciò che era accaduto, sarebbe stato compito degli storici.

Venendo all’essenziale, la differenza fondamentale tra la posizione di Bifo e la mia è sempre consistita in una diversa scelta strategica nei confronti dell’eredità culturale dell’Occidente: per me questa non deve essere demolita, come vuole l’oscurantismo neoliberale. L’impegno della politica culturale cinese da trent’anni a questa parte è consistito nel riappropriarsi dell’insegnamento di Confucio e del confucianesimo chiudendo definitivamente la parentesi della cosiddetta “Rivoluzione culturale”. C’è una carta geografica di un atlante inglese in cui Guy Debord, che era una persona veramente dignitosa, traccia la geografia della sua formazione culturale: che cosa vi trovate? Omero, Tucidide, l’Ecclesiaste, Orazio, Svetonio e poi i classici moderni da Dante a Shakespeare, da Villon a Bossuet, da Machiavelli a Clausewitz: l’autore che forse più l’ha influenzato è, come mi scrisse in una lettera del 1968, il cardinale di Retz, sul cui grande stile secentesco ha modellato la sua prosa.

Infine possiamo consentire che nostri discendenti facciano proprio lo slogan degli studenti messicani del ’68: “Nati per essere vinti, ma non per negoziare?” Come tutti i veri guerrieri, io mi auguro che dicano: “Nati per vincere, ma non per odiare”.

 

La successiva risposta di Bifo:

Il compagno Perniola, cui sono legato come lui stesso osserva dal comune disprezzo per la serietà :=), ricorderà che l’ultimo dei nostri purtroppo rari incontri avvenne nella meravigliosa città di Siviglia, in occasione di un convegno organizzato presso la Universidad internacional de Andalucia da Amador Fernandez Savater. Tema del convegno era – guarda caso – il ’68.

Il suo intervento mi parve molto interessante e se ben ricordo (la mia memoria in generale non vacilla) Perniola mi disse di aver apprezzato il mio intervento: sei stato bravissimo mi disse, se posso essere impietosamente preciso. Ebbene, il mio intervento era una confutazione anticipata di quello che Perniola scrive in questa sua risposta (acuta, cortese, in molto condivisibile ma non in tutto).

La mia tesi infatti era (ed è) che il movimento operaio e studentesco che passa sotto il nome di Sessantotto non va giudicato per le sue intenzioni (perché di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno come dice Perniola), ma per i suoi risultati. E i risultati di quel movimento sono straordinariamente ricchi, emancipatori, progressivi. Gli operai si battevano contro la sfruttamento e chiedevano una più egualitaria distribuzione delle ricchezze e una riduzione del tempo di lavoro.

L’orario di lavoro venne ridotto da 48 a 40 ore, e i salari aumentarono quasi del doppio nel biennio 68-69, non solo in Italia ma in gran parte del pianeta terra.

Gli studenti si battevano per la libertà di parola e per l’autonomia del sapere. E furono studenti contestatori e hippies sessantottini coloro che (come Timothy Leary, Steve Wozniak e Steve Jobs) crearono i concetti, la sensibilità e le interfacce tecniche grazie alle quali prese forma l’Internet, mentre la grande forza del movimento studentesco si trasformava in potenza attiva del general intellect, fino a produrre l’enorme arricchimento conoscitivo e sociale che negli anni ’90 si espresse nell’economia di rete.

Che poi molti Ferrara e molti Glucksmann – autoritari piuttosto ignoranti già nel 1968 – si siano convertiti al neoliberismo, al sionismo aggressivo o al fascismo puro e semplice dice poco a proposito del 1968. Giuliano Ferrara era un nemico dell’intelligenza e della libertà già nei giorni di Valle Giulia, anche se gli è sempre piaciuto star dalla parte di chi mena la mani.

Il berlusconismo interpreta certamente la spinta che viene dal Sessantotto, nel senso che ne è il nemico adeguato, il nemico se così posso esprimermi, all’altezza della nuova forma sociale e tecnica che il Sessantotto ha suscitato. E la dittatura neoliberista si afferma proprio come rovesciamento antiegualitario della nuova forma culturale e tecnica (di tipo rizomatico, policentrico, antiautoritario) che il Sessantotto ha saputo costituire.