Un ordine della scienza?

Antonio Sparzani

«L’ordine era di disporre l’esercito in ordine di battaglia» questa frase mi si è formata nella testa appena ho cominciato a riflettere su quella formula magica foucaultiana dell’ordine del discorso, così che il campo semantico del lemma ordine mi si è presentato immediatamente polimorfo e non rettilineo, a leggerlo con sufficiente apertura e avvertendone quindi la forse voluta e dunque inquietante ambiguità.
L’accezione militaresca del lemma ― ma è Foucault stesso a usare l’espressione “l’armatura del sapere” ― tenta infatti di emergere sommessamente anche nella seconda accezione: l’ordine di battaglia è un modo preciso di disporre le proprie schiere e questo modo è però dettato e imposto da regole precise, che stanno scritte sui manuali di strategia e di tattica e guai a derogare da esse, sarebbe pur sempre disobbedire a un ordine!
Potente strumento interpretativo della realtà, questo sembra essere ovunque il ruolo ricoperto dall’ordine, che dal discorso passa facilmente all’uomo e al cosmo, come ci insegna Giordano Bruno, in queste materie grande e visionario innovatore:

«il vero Chaos di Anassagora è una varietà priva di ordine. Così nella stessa varietà delle cose possiamo individuare un ordine mirabile, il quale, stabilendo la connessione dei supremi con gli infimi e degli infimi con i supremi, fa cospirare tutte le parti dell’universo nella bellissima figura di un unico grande animale (qual è il mondo), poiché una diversità tanto grande richiede un ordine altrettanto grande e un ordine tanto grande richiede una diversità altrettanto grande. Nessun ordine si ritrova infatti, dove non esiste alcuna diversità.»

(De umbris idearum, classici BUR 1997, trad. di Nicoletta Tirinnanzi, p. 70).
Tutta la scienza è nata per scoprire, descrivere, spiegare un ordine della natura, diciamo di più, per definire, inventare, costruire un ordine nella natura e cioè in tutto quanto ci circonda, quanto è esterno a noi. Così che subito il modello del discorso scientifico si propone come modello dell’ordine naturale, come paradigma interpretativo delle nostre percezioni degli accadimenti del mondo e un po’ alla volta diventa la nostra immagine del mondo, e dunque, in ultima istanza, il mondo. È qui la prima fonte di problemi per la comunicazione e il pensare collettivo sulla natura, ed è qui anche la presunta fonte della presunta necessità di uniformare il nostro pensare sulla natura, e dunque di dare un ordine al nostro discorso su di essa.
Una ricostruzione accurata del cammino percorso da questa pervasiva ― ma fortunatamente non sempre coronata da successo ― strategia uniformatrice è compito primario della storia della scienza: sarebbe buona cosa infatti che questa fosse in ogni istante consapevole dei propri strumenti e delle proprie inevitabili deformazioni e soggettività, anche, e soprattutto, per uscire dalle secche della normalizzazione del discorso e per riacquistare la pur mai completamente perduta capacità di sopravvivere in quella compresenza di diverse tradizioni che dovrebbe costituire il contesto più sicuro e propizio per una vera libertà, vitale e produttiva. Fu Stuart Mill nel suo On liberty infatti a sostenere con più forza innovatrice la necessità della contemporanea presenza nella stessa società di differenti tradizioni ― in tutti i campi del sapere ― tra loro indipendenti e contrastanti, al fine di garantire la possibilità per ogni individuo di seguire una propria strada di benessere e felicità, mantenendo il più rigoroso rispetto delle tradizioni diverse. Fu lui insomma ante litteramOn Liberty uscì circa 112 anni prima dell’Ordre du discours ― a chiedere a gran voce la contemporanea presenza di tanti ordini del discorso.
Un grimaldello dell’argomentare di Foucault è la parola del folle, quella parola immediatamente riconoscibile che fa saltare i meccanismi dell’accettabilità e della stabilità del discorso, quella che sta dall’altro lato della partizione, la linea divisoria che separa chiaramente il lecito dall’illecito, la ragione dalla follia, in ultima istanza l’umano dal non umano; partizione mai dimenticata, incalza Foucault, neppure ai giorni nostri:
« Mi si dirà che tutto questo è finito, oggi, o che sta per aver fine; che la parola del folle non è più dall’altra parte della separazione; che non è più resa nulla e senza effetto; che al contrario ci mette in agguato; che vi cerchiamo un senso, o l’abbozzo o le rovine di un’opera; e che siamo riusciti a sorprenderla, questa parola del folle, in ciò che noi stessi articoliamo, nel minuscolo strappo attraverso cui quel che diciamo ci sfugge. Ma tanta attenzione non prova che la vecchia partizione non sia più valida; basta riflettere su tutta l’armatura del sapere attraverso cui decifriamo questa parola; basta pensare a tutta la rete di istituzioni che consente a qualcuno ― medico, psicanalista — di ascoltare questa parola e che consente nello stesso tempo al paziente, di venir a portare, o a trattenere disperatamente, le sue povere parole; basta riflettere su tutto questo per sospettare che la partizione, lungi dall’essere cancellata, agisce altrimenti, secondo linee diverse, attraverso nuove istituzioni, e con effetti che non sono affatto gli stessi. E quand’anche il ruolo del medico non fosse che quello di prestare orecchio a una parola finalmente libera, l’ascolto si esercita pur sempre nel mantenimento di una cesura. Ascolto di un discorso che è investito dal desiderio, e che si crede, per la sua più grande esaltazione e la sua più grande angoscia, carico di terribili poteri. Se occorre veramente il silenzio della ragione per guarire i mostri, basta che il silenzio sia in allarme, ed ecco la partizione mantenuta.» (L’ordine del discorso, trad. di Alessandro Fontana, Einaudi 2004, pp. 6-7).
La storia della scienza è stata ricca di folli, grazie ai quali peraltro la scienza stessa ha spesso potuto compiere passi inaspettati: i nomi che più facilmente vengono in mente sono quelli di Copernico, di Einstein, o di Heisenberg, ma è forse più interessante cercare di scovare episodi meno clamorosi, ma ugualmente rappresentativi di una devianza più o meno sotterranea che percorre sotto traccia cammini alternativi a quelli della scienza standard. La prima caratteristica di questi cammini è quella di essere additati al pubblico ridicolo non appena se ne abbia notizia nel mondo dell’ufficialità scientifica.
Racconta Paul Feyerabend in Contro il metodo di essersi imbattuto, nel corso dei suoi studi universitari di fisica, a Vienna nel 1947, in quel singolare personaggio che fu Felix Ehrenhaft, fisico e viennese anch’egli, coetaneo di Einstein, che coinvolgeva i suoi studenti, tra i quali appunto il ventitreenne Feyerabend, in inusitati esperimenti, tali da far loro toccare con mano fenomeni assolutamente imprevisti dalla ― e talvolta in contraddizione con la ― fisica ufficiale, tipicamente l’elettromagnetismo maxwelliano, una delle meglio confermate e più eleganti teorie di tutta la fisica classica. Gli esperimenti di Ehrenhaft riguardavano la “impossibile” esistenza del monopòlo magnetico: se prendete una calamita, questa, come è abbastanza noto, ha due poli, ben distinguibili: se cercate di accostare tra loro due calamite tenendo i poli in un modo sentite una forte attrazione, ma se invertite i poli che accostate, avvertite un’altrettanto forte resistenza. Si potrebbe pensare che allora, dividendo una calamita a metà si ottengano due poli separati, appunto due monopòli, uno da una parte e l’altro dall’altra; ma non è così: per quanto dividiate ottenete sempre delle calamite, naturalmente più piccole, ma ognuna con i suoi due poli distinti; e questa è una conseguenza chiara e distinta della teoria classica dei magneti permanenti. Ma le esperienze di Ehrenhaft sembravano contraddire tutto ciò. Esulavano proprio dall’ordine del discorso. Ehrenhaft venne isolato e non creduto e dei suoi esperimenti non rimane memoria consolidata.
Un caso del tutto speculare a questo si ebbe invece quando nel 1938 fu assegnato a Enrico Fermi il premio Nobel per la fisica “per la sua dimostrazione dell’esistenza di nuovi elementi radioattivi prodotti da irraggiamento neutronico, e per la relativa scoperta delle reazioni nucleari indotte da neutroni lenti”: niente di più falso! Il Nobel venne assegnato con imperdonabile fretta e disinvoltura: Fermi aveva preso un terribile abbaglio, ben coerente con l’ordine del suo discorso: credeva di avere prodotto quei nuovi elementi chimici più pesanti che andava cercando, e invece aveva, senza accorgersene, scoperto la fissione nucleare, cioè era riuscito a spezzare un nucleo pesante in due o più nuclei più leggeri. La fantomatica “dimostrazione dell’esistenza di nuovi elementi radioattivi prodotti da irraggiamento neutronico”era frutto d’illusione, ma tutto quadrava così bene nell’ordine del discorso scientifico che l’Accademia Svedese delle Scienze conferì il premio (del resto, per leggere qualche altra storia interessante al proposito, basta andare su questo sito).
La scienza fa progressi malgrado se stessa e le sue regole e malgrado il suo ordine interno. Ma quest’ordine mantenuto per periodi più o meno lunghi da quei vincoli che Thomas Kuhn chiamava paradigmi è in realtà una grossolana approssimazione di una dinamica più complessa e sfaccettata: dinamica caratterizzata, in tempi normali, da una tale viscosità da non riuscire a modificare sensibilmente il proprio assetto; ma tale che gli spostamenti insensibili, le piccole incrinature, il pur esiguo esiguo peso dei “folli” al suo interno, si accumulano progressivamente fino ad apparire improvvisamente con sorprendenti metamorfosi. La fisica dei tempi di Copernico non era già più la fisica aristotelica, ancorché ne mantenesse una complessiva impalcatura, perché tutto il Medioevo aveva lavorato a minare a piccole dosi le basi stesse di quella fisica; si direbbe che aveva preparato il terreno per un folle, quello strano canonico polacco nato sulle rive della Vistola e pronto a rovesciare un ordine fissato da millenni.
Eppure questo stesso tema aveva trovato un altro folle, più di sedici secoli prima, un altro cioè che aveva provato a esplorare e a scardinare quasi lo stesso ordine: Ipparco di Nicea, vissuto nel II secolo a. C.: Ipparco ― davvero incredibilmente ― scoprì la precessione degli equinozi essendosi parallelamente formato con ogni probabilità una visione molto avanzata ― ovvero eliocentrica ― dei movimenti dei vari pezzi del sistema solare, pianeti, Luna e Sole. E accanto a lui anche altri: il panorama della scienza ellenistica non mancò di tentativi di uscire dall’ortodossia aristotelica, persino Seneca e Plinio il Vecchio, di area latina, sembra ambissero a respirare un’aria nuova.
E tuttavia una vera restaurazione arrivò chiara e distinta tre secoli dopo Ipparco, quando Claudio Tolomeo, pur servendosi degli stessi dati osservativi di Ipparco, impiantò l’intero Almagesto su una solida base geocentrica, ostinatamente ripristinando le tesi aristoteliche, e chiudendo dunque la strada, per un altro millennio abbondante, a qualsiasi diverso ordine, o comunque a qualsiasi deviazione dall’ordine così ri-costituito.
Per quanto mi riguarda, le suggestioni foucaultiane mi spingono alla fantastica utopia di una scienza diffusa nel corpo vivo dell’umanità che riesca a far convivere idee diverse, modi diversi di avvicinarsi alla realtà, ordini di discorso diversi, che perdano la loro stessa connotazione di ordine, una scienza non globalizzata, ma rispettosa della diversità dei vari miliardi di esseri umani che percorrono il pianeta, una scienza che costituisca un tessuto variopinto e molteplice, ascoltare la quale assomigli all’ascoltare quello che Roland Barthes chiamava Il brusio della lingua, in quel miracoloso frammento di scrittura che appunto così si concludeva:

«Ed io interrogo il fremito del senso ascoltando il brusio del linguaggio – di quel 1inguaggio che è la mia Natura peculiare di uomo moderno.»

Pauperismo e crisi

Alberto De Nicola

Ogni crisi economica, qualora assuma dimensioni e profondità sistemiche, si presenta sempre come una crisi che interessa la razionalità di governo. Si è detto e ripetuto più volte che i governi stanno, quasi per paradosso, applicando ricette neoliberiste per far fronte alla stessa crisi del neoliberismo. Dietro questa apparente tautologia, questa accanita e forsennata insistenza, tuttavia, si nasconde un’incrinatura, una rottura, che riguarda direttamente il progetto neoliberale, i suoi modi di presentarsi come discorso egemonico e la sua forza di penetrare nel tessuto sociale, per ordinarlo. Per afferrare questo punto conviene fare un passo indietro e chiedersi quale fosse, se è mai esistita, un’utopia propria del neoliberalismo.

Utopia neoliberale

Karl Polanyi, a cui il titolo di questo testo si richiama scherzosamente, ha sostenuto che l’utopia del primo liberalismo economico si era presentata nell’idea dell’autoregolazione del mercato. La generalizzazione di questo principio organizzativo all’intera vita sociale, ha comportato effetti distruttivi tali da innescare una crisi di governo senza precedenti.

C’è da chiedersi quale sia stata, invece, l’utopia incarnata dentro il discorso neoliberale a partire dalla metà degli anni Settanta. Come ci ha mostrato Foucault, lo spostamento di asse dal principio regolatore dello scambio a quello della concorrenza, ha mutato radicalmente la grammatica della governamentalità liberale. Si potrebbe affermare che l’utopia specifica del neoliberalismo non sia stata tanto quella dell’autoregolazione, bensì quella della completa de-proletarizzazione del corpo sociale. Quando si dice de-proletarizzazione qui non si intende affatto l’idea che per i neoliberali non ci dovessero essere disuguaglianze, né rapporti di subordinazione e dipendenza, ma che questi rapporti, queste differenze non debbano in alcun modo essere pensati come rapporti di sfruttamento. Questo il punto: lo Stato deve intervenire attivamente affinché la società sia segnata da disuguaglianze, anche radicali, condizione questa necessaria al funzionamento del principio della concorrenza di tutti con tutti. Tuttavia, il problema per i neoliberali rimane quello di far fuori l’opposizione tra capitale e lavoro. “Facendo di tutti gli individui dei capitalisti, istituendo un capitalismo popolare, si eliminano le tare sociali del capitalismo, indipendentemente dalla salarizzazione crescente nell’economia. Un salariato che sia a sua volta anche un capitalista, non è più un proletario.” (Bilger, citato da Foucault in Nascita della biopolitica)

Il neoliberalismo realizzerà questa sua idea-forza attraverso due figure principali. Da una parte quella dell’individuo proprietario. L’individuo proprietario è il rovescio di quella particolare forma di proprietà che si era sviluppata con la diffusione dei moderni sistemi di Welfare. Questi, in un certo senso, hanno rappresentato la risposta capitalistica e di Stato alle lotte contro gli effetti devastanti della proletarizzazione attraverso una forma, seppur parziale e verticale, di socializzazione della proprietà: le assicurazioni sociali (pensioni, assicurazioni contro gli infortuni, la malattia e la disoccupazione) e i servizi collettivi garantiti dallo Stato (università, scuola, sanità). Non va dimenticato, tuttavia, che questa forma di proprietà sociale è stata l’obiettivo di lotte grandiose, durante gli anni Sessante e Settanta, che ne contestavano la natura disciplinare, lavoristica e statuale. Questo insieme di istituzioni e di forme di assicurazione sociale che il neoliberismo attacca, erano già state in altri termini colpite dai conflitti dal basso che avevano tentato non solo di estenderle ulteriormente, ma anche di inserirle all’interno di un progetto di liberazione.

La seconda figura che incarna l’utopia neoliberale è quella, conosciuta e spesso richiamata, dell’imprenditore di sé. Qui la società pensata come un insieme di imprese individuali prende il posto della società segnata dal dualismo e dall’antagonismo che separa e contrappone il lavoro e il capitale. Le retoriche sul capitale umano convertono la crisi della società salariale innescata dalle lotte operaie e proletarie, in quel progetto che sempre Foucault definisce di «demoltiplicazione della forma impresa». Individuo proprietario e imprenditore di sé sono quindi i due poli su cui si definisce, non solo la retorica ma anche la pratica governamentale di quell’utopia che punta alla completa de-proletarizzazione del corpo sociale.

In che senso la povertà rovescia l’utopia

Ciò che a noi interessa è comprendere come l’attuale crisi economica, benché continui ad essere curata con le ricette neoliberiste, abbia incrinato tale utopia e in quale direzione tale incrinatura possa aprire, o stia già aprendo, processi di soggettivazione inediti. Per far questo conviene rivolgere lo sguardo ai processi di impoverimento e declassamento che la congiuntura economica sta accelerando e massificando. Quando parliamo dell’estensione della povertà qui non ci riferiamo unicamente agli indicatori tradizionali, assoluti e relativi, che spesso ne sottostimano la portata. Ci riferiamo a quello che alcuni studiosi hanno chiamato la «democratizzazione della povertà», ovvero a quel fenomeno che fa della povertà un’esperienza trasversale, temporanea o permanente, che finisce per toccare strati sociali sempre più ampi e variegati e che non si identifica necessariamente con l’assenza di lavoro. Il carattere maggiormente innovativo di questa esperienza è che essa si applica sempre di più a soggettività tutt’altro che isolate, nient’affatto escluse o prive di risorse (intellettuali o relazionali).

Nonostante gli effetti sociali e politici di questo fenomeno rimangano ad oggi del tutto ambigui ed imprevedibili, possiamo già da ora affermare che questi stanno producendo un rovesciamento dell’utopia neoliberale. Almeno in due sensi. Da una parte la pauperizzazione si presenta innanzitutto come povertà di potere. Quando il neoliberismo si propone di distribuire la proprietà, questa distribuzione, concretamente, si dà sotto la forma del debito e della finanziarizzazione della vita: l’individuo proprietario, per riprendere un’espressione di Deleuze, nasconde sempre l’uomo indebitato.

Dalla finanziarizzazione dei fondi pensione statunitensi nella prima metà degli anni Settanta fino alla recente crisi dei mutui subprime, è evidente che da tempo siamo entrati in un regime di differente natura nel quale le classiche pratiche di disciplinamento hanno lasciato il posto a metodi di prescrizione delle soggettività e di colpevolizzazione. E la forma del debito, come spiega benissimo Lazzarato nel suo ultimo libro (La fabbrica dell’uomo indebitato), porta con sé quella della colpa: da una parte la solitudine dell’individuo «privatamente» indebitato, dall’altra quella di intere popolazioni che pagano i costi della speculazione sui debiti «pubblici». I destini della vita delle popolazioni vengono legate in modo stringente alle variazioni e alle fluttuazioni dei mercati finanziari. Ciò che non passa per il comando diretto, si esprime attraverso dispositivi di potere che vedono nella forma-debito, un potente, benché non esclusivo, strumento indefinitivamente applicabile.

Dall’altra, il progetto di de-proletarizzazione si è dato attraverso una mutazione della stessa convenzione salariale. Il reddito, come suggerisce ad un certo punto Foucault, smette di essere la contropartita di un lavoro erogato, ma diventa un flusso derivato da un investimento individuale. Il capitale umano, sociale e intellettuale che ogni lavoratore possiede, benché in misura differente, è ciò che viene investito nel mercato e che gli consentirà di avere un reddito. Marazzi ha mostrato molto bene come questa coincidenza tra lavoro e capitale nel corpo della forza-lavoro postfordista, ha comportato un sostanziale disconoscimento monetario del lavoro, in particolare di quello che risiede nelle conoscenze, nelle relazioni, negli affetti e nella stessa corporeità. Cioè quello che origina dal comune. Che cos’è il capitale sociale e intellettuale se non il lavoro prodotto socialmente e collettivamente, accumulato nel tempo? Che cos’è questo capitale di cui parlano i neoliberali se non l’immagine capitalistica di quello che noi possiamo chiamare comune, ovvero le condizioni collettive della produzione.

Nella crisi economica, proprio quando i meccanismi di ricompensa di questo investimento vengono meno e nel momento in cui l’impoverimento della forza lavoro diventa una condizione sempre più estesa, questo ribaltamento tra il capitale come dotazione individuale e il comune, inteso come proprietà collettiva, acquisisce una nuova visibilità. Esso mostra tutta la tensione che esiste tra la deprivazione materiale a cui siamo sottoposti e la potenzialità produttiva che vive, e si rende possibile, dentro l’agire collettivo.

Proletarizzazione

Se l’esperienza dell’impoverimento rovescia le due figure principali attraverso cui il neoliberismo ha costruito il suo discorso, è possibile interpretare in modo differente le politiche di gestione capitalistica della crisi. Gli stessi programmi di austerità che stanno colpendo il Welfare, secondo questa visuale, possono quindi esser visti come qualcosa di assai più complesso di puri attacchi al settore pubblico e alle prerogative dello Stato sociale. Molti autori marxisti hanno ripreso negli ultimi anni, e in modo convincente, il problema dell’accumulazione originaria proposto da Marx nel Capitale, vedendo in esso un processo che tende a reiterarsi nella storia del capitalismo. Secondo Marx lo spossessamento e la recinzione delle terre comuni ha comportato storicamente l’isolamento dei lavoratori dalle condizioni di sussistenza e, al contempo, di realizzazione del lavoro. Questo processo ha reso possibile la proletarizzazione della forza lavoro stessa. Nella mercificazione spinta dei servizi collettivi garantiti dal Welfare è in atto un processo molto simile a quello che ha caratterizzato la cosiddetta accumulazione originaria, laddove però, come ha sostenuto Marazzi, oggi la vita prende sempre più il posto che ha svolto storicamente la terra.

L’attacco al Welfare si concretizza su due fronti: da una parte viene attaccato il Welfare inteso come redistribuzione delle ricchezze prodotte, cioè vengono attaccate quelle forme di reddito che non passano per il salario che si scambia con il lavoro, ovvero per quelle forme che sono, anche se solo relativamente, indipendenti dal salario. Dall’altra parte il Welfare viene attaccato come produttore di servizi collettivi quali la sanità, l’istruzione, la cultura, ecc… Il tentativo di distruzione del welfare dal punto di vista dell’attacco al reddito sociale e alle istituzioni collettive, alle basi della sussistenza e alle condizioni sociali del lavoro, può essere forse interpretato come una riproposizione, anche se con caratteri del tutto inediti, dello schema storico della accumulazione originaria, cioè di quello che per Marx è il processo che renderà possibile la proletarizzazione della popolazione. Con alcune caratteristiche che però lo rendono non assimilabile alla forma classica descritta dal marxismo. Da una parte questa proletarizzazione non si dà come una riduzione dal lavoro complesso a quello semplice: la cognitivizzazione del lavoro rende impossibile questa riduzione e spinge fino alle estreme conseguenze la tensione esistente fra la miseria delle condizioni di vita e la pienezza dell’attività creativa. Dall’altro, questo processo non produce alcuna unità né omogeneizzazione del corpo sociale, neanche dal punto di vista della coscienza. Il lavoro di composizione di questa plebe intellettuale non lo si trova già pronto, ma occorre costruirlo.

Il neoliberismo nasce con il progetto di spezzare il potere accumulato dalle lotte durante il fordismo. Questo progetto di radicale trasformazione della società, ha avuto nell’utopia della de-proletarizzazione il suo cuore pulsante. Fino ad un certo punto, il ritorno della povertà in Europa, con il discorso imperante sull’esclusione sociale, è stato del tutto interno a questo programma. La crisi recente innesca invece un rovesciamento di questo fragile rapporto, aprendo nuove strade per le lotte sociali. Siamo solo all’inizio di una nuova stagione e di una nuova grammatica per i conflitti di classe.

Sommario del n° 22 – settembre 2012

LA NEFASTA UTOPIA DEL NEOLIBERISMO
Alberto De Nicola Pauperismo e crisi (leggi online)
Francesca Coin «Innovazione, sviluppo, crescita»: la fine della ricerca
Giuseppe Caliceti Pagando s’impara La scuola in default

L’IMMIGRANTE LINGUISTICO
Paolo Mossetti Piccolo saggio sulla diserzione Fenomenologia della diserzione
Enrico Donaggio Chi se ne va, che male fa (leggi online)
Jacopo Galimberti Braccianti accademici (leggi online)
Charles Melman Nep. Nuova economia psichica Intervista di Ilaria Bussoni

ANARCHIA 2.0
Carlo Formenti Tra postoperaismo e neoarchia (leggi online)
Marco Rovelli L’altro nome della democrazia
Federico Campagna Lo sperpero: tesi dell’opportunismo irriverente
David Graeber Rivoluzione e senso comune

POTERE E VERITÀ
Giorgio Mascitelli Il disordine e l’ordine Per una geografia dei discorsi contemporanei
Nicola Fanizza Michel Foucault e il ladro di ciliegie La presa di parola del soggetto
Antonio Sparzani Un ordine della scienza? (leggi online)
G.B. Zorzoli L’incerta interpretazione della crisi

OSSESSIONI COLLETTIVE
Lelio Demichelis Contro la servitù volontaria dei social network
Geert Lovink: Critica del monopolio del tempo reale Conversazione con Valentina Bazzarin e Annalisa Pelizza
Bernardo Parrella Complessità e ricadute delle culture in rete (leggi online)
Navigare a vuoto (l. d.) (leggi online)

ACHTUNG PIRATEN
Ingo Schulze Quale società vogliamo? Intervista di Piero Del Giudice
Edoardo Toniolatti Impreparati al successo Il caso della Piratenpartei
Bert Papenfuß Istruzioni di montaggio
Gianluca Ranzi Artisti in fuga dal mito di Berlino

GIULIA NICCOLAI
Cecilia Bello Minciacchi Il linguaggio è vivo e sta bene (leggi online)
Giulia Niccolai Piccola antologia

AGOSTINO BONALUMI
Ho fatto un quadro bianco dove…

LA POLITICIZZAZIONE DELL’ARTE
Marco Scotini Non consumiamo il dissenso
Stella Succi dOCUMENTA(13) tra memoria e rimozione
Manuela Gandini La malattia dell’Europa Fabio Mauri in mostra a Milano (leggi online)
Gillo Dorfles: Milano anni Settanta Intervista di Manuela Gandini (leggi online)
Valentina Valentini Bill Viola. Reflections

IL TRAGICO QUOTIDIANO
Helena Janeczeck Supereroi da paura Cronache di ordinaria paranoia (leggi online)
Pierluigi Basso Fossali Bruto in ogni Cesare Dai fratelli Taviani al Piccolo Teatro
Juan Domingo Sánchez Estop Sulla violenza (leggi online)
Paolo Caffoni Composizione di classe e movimenti esistenziali Il caso dell’archivio Disobedience

VITE SERIALI
Valerio Coladonato Sit-com tra moderno e postmoderno (leggi online)
Daniela Panosetti Black mirror. Oltre il politically correct
Enrico Menduini Gladiatori esodati La televisione italiana del post-berlusconismo

METTERSI A REGIME
Alberto Capatti L’hai provata la Dukan?
Antonella Campanini Ricetta per la felicità
Antonio Paroli L’endocrinologo nutrizionista
Il vino fa bene? (a. ca.)

CFR.
Carla Lonzi
Michele Dantini
Laura Fortini

ALFARCHITETTURA – LO SPAZIO COME BENE COMUNE
Lucia Tozzi Common Ground or Battle Ground?
Massimiliano Guareschi, Federico Rahola Empty Grounds I vuoti urbani e l’immobiliare
Marco Navarra_ICSplat Mapping di resistenza
Vincenza Santangelo Resistenze propositive
San Rocco Sulla collaborazione in architettura
Fabrizio Gallanti La nuova architettura degli spazi pubblici
Silvia Lami Spazi in migrazione
Lorenzo Pezzani Il muro d’acqua Diritto allo sguardo e pratiche del comune nel Mediterraneo
Antonio Ottomanelli La retorica delle favelas

Alessandro Chiappanuvoli Bassa Padana-L’Aquila: terremoti a confronto (leggi)