Non uccidete il Jazz a Ferragosto

Paolo Carradori

In margine all’editoriale di Luca Conti sulla rivista Musica Jazz

Fino a qualche tempo fa il periodo ferragostano veniva spesso sfruttato dai politici di casa nostra per far passare subdolamente, approfittando delle distrazioni vacanziere, leggi, regole o norme difficilmente proponibili in altri momenti. Oggi tutto è cambiato. Con la crisi economica che morde il nostro caro governo tecnico, massacrando giornalmente il tessuto sociale e culturale del Bel Paese, si comporta come se fosse sempre ferragosto. Purtroppo anche la maggioranza degli italiani. Ma, confidando anche sul fatto che oramai le vacanze sono un miraggio per molti, qualcuno prova a lanciare messaggi importanti anche con l’afa.

Lo fa, per esempio, nell’editoriale sul numero di Agosto della rivista Musica Jazz (sessantotto anni portati bene e senza un soldo di finanziamento pubblico) il neo-direttore Luca Conti. “Quando il jazz scappa da se stesso”, dietro questa etichetta Conti si fa una domanda: cos’è il jazz nel 2012? A qualcuno d’istinto potrebbe venire la tentazione di rispondere… se non lo sa lui che frequenta da anni il mondo del jazz e dirige una delle testate musicali più longeve e prestigiose del panorama europeo, siamo messi proprio male… Calma. A volte le domande non sono proprio quelle che sembrano. Se il direttore me lo consente provo una trasformazione. Questa: “Quale jazz si propone nel 2012?”. Messa così forse funziona meglio. Conti segue i concerti di Umbria Jazz per provare a dare e darci una risposta. Una scelta significativa, non si reca ad un festivalino qualunque, sbircia dentro uno di più grossi eventi musicali nazionali.

Nata negli anni settanta Umbria Jazz è stata trasformata da fascinosa e provocatoria (ricordate lo slogan “musica gratis per tutti” con espropri “proletari” connessi?) vetrina della contemporaneità del jazz ad una sua elefantiaca visione museale. Nostalgia ? No, realismo. Conti, con la classe di chi sa di jazz, fa finta di sorprendersi che alla fine della kermesse perugina gli unici musicisti vitali e propositivi risultino gli ottantenni Sonny Rollins e Wayne Shorter. Poi se la prende con la pochezza di Pat Metheny, non cita italiani in rispetto del proprio ruolo istituzionale, ma le sue parole sono come macigni gettati nelle acque ferme di una realtà non più sopportabile… I grandi nomi, su cui la rassegna perugina punta da tempo, finiscono spesso per mostrare una clamorosa povertà di idee e un altrettanto risibile assenza di passione…

foto di Maurizio Zorzi

Messaggio più chiaro di così non si può: chi ha poteri decisionali (artistici?) sulle scelte dei cartelloni di festival e rassegne prenda atto che rassicurare il pubblico e le casse con la riproposizione meccanica dei soliti nomi non pagherà nel lungo termine. Non solo, perseverare su questa politica rende anche pessima immagine di una musica che nella sperimentazione e nella ricerca si è sempre rinnovata, mantenendo la propria vitalità sin dai primi del Novecento. Il jazz questo è. Chi pensa ancora sia una formula data, ripetibile e immutabile lo uccide.

Come se non bastasse, o forse come possibile completamento della propria riflessione, Conti, nello stesso numero del mensile, affida alla penna di uno dei maggiori e raffinati indagatori dello scenario jazzistico italiano, Enrico Bettinello, un’inchiesta sui Collettivi. Anche qui il titolo è già un messaggio “Collettivi Jazz: tra innovazione e ardua visibilità”. Bettinello usa la propria lente di ingrandimento sulle esperienze di El Gallo Rojo, Improvvisatore Involontario e Franco Ferguson. Realtà diverse, inquiete, ricche di talenti, utopie e idee non solo progettuali, ma anche rivolte alle nuove modalità produttive e distributive della musica.

foto di Maurizio Zorzi

Artisti di generazioni diverse che studiano, lavorano, scambiano esperienze, combattono una difficile lotta giornaliera per ritagliarsi fette di visibilità, pretendono ciò che una società “normale” ai musicisti dovrebbe garantire: la possibilità di suonare. Relegarli in un angolo angusto, lasciare loro gli spazi minimi del parco concertistico, garantendo la fetta più grossa ai soliti, non solo è una scelta culturalmente miope ma anche un atteggiamento che nega futuro ad intere generazioni di musicisti. Chissà, forse rovesciando questa logica, i soliti noti potrebbero respirare, avere più tempo per recuperare le idee e le passioni perse. Chi poi, su questo fronte, tira in ballo come causa le difficoltà economiche del momento è sfacciatamente in cattiva fede. Senza dubbio queste ci sono, pesano ma non vanno che ad aggravare anomalie del panorama jazzistico italiano che vengono da lontano.

A questo punto, per chiudere, sarebbe fin troppo facile tirare un ideale filo rosso tra l’editoriale di Conti e l’inchiesta di Bettinello. Le cose sono ben più complesse. Meritano un approfondimento ampio, che speriamo questa volta si apra seriamente. Ècomunque un gran bel segnale quello di una rivista storica rivitalizzata che fa fino in fondo il proprio dovere di spazio di dibattito, dove lanciare casi critici, dove domandarsi, oltre il proprio specifico terreno di indagine, come sta oggi la cultura in Italia.

 

La sabbia del tempo

Paolo Carradori

Ai limiti della notte. Omaggio a Sciarrino

Il Museo conserva. Ferma il tempo. Il Bargello, nel cuore caldo di Firenze, con i suoi marmi sinuosi, fascinosi e vitali, pare invece voler competere con i suoni contemporanei come per ricordarci che questi vengono da lontano. Come si omaggia, in questo spazio unico, un compositore che ha scritto e dichiarato di non essere proprio convinto di creare opere musicali ? Non esistono formule. Ci si butta a capofitto nei grafici sciarriniani rischiando, con la voglia di esplorare, sorprendersi dei suoi mondi e modi sonori. Un’immersione difficile che presume controllo totale dello strumento, ampia visione creativa e comunicativa, indispensabile per non banalizzare quel suono, quel segno, quel silenzio. Sotto la loggia del Bargello si alternano musicisti che su questo fronte sanno il fatto loro.

Su tutti la pianista Ju-Ping Song della quale ti rimane dentro la folgorante energia, la seducente delicatezza quando serve, soprattutto il pieno dominio interpretativo di materiali complessi ai quali riesce sempre a dare senso e spessore. Le due sonate per pianoforte di Sciarrino (Sonata n.1 e Sonata n.4) offrono scenari contrastanti. La prima è zeppa di grovigli, schizzi, silenzi inquieti improvvisamente spezzati da onde sonore, tensioni, increspature. Linee che si scontrano. Cascate di suoni all’interno di masse sempre in movimento. La seconda è una vera performance visuale con i suoi ostinati violenti, percussivi, estranianti. La mano destra martella accordi sghembi, distorti, ossessivi.

Il pianoforte ingranaggio di un’alienante catena di montaggio dove la ripetizione gestuale-sonora accumula tensioni che si scompongono in mille schegge. La Song si confronta anche con Come un soffio di Rosario Mirigliano , ma qui il materiale è più etereo, lunghe vibrazioni, accenni descrittivi. Una musica che si consuma, vola via. Proprio come un soffio. Trova maggiori stimoli in Ficciones di Andrea Cavallari (prima esecuzione assoluta). Linguaggio scuro, saturo, nervoso, con ciclici quadri quieti ma irti di insidie, sospensioni, silenzi, ambiguità.

Con Sei Capricci per violino Sciarrino dilata, con accenti liberi e umoristici, il tradizionale carattere estemporaneo di questo tipo di composizione. Il gioco contrappuntistico si frantuma nella modulazione di suoni imperfetti, sublimi, prosciugati, incastrati in una ragnatela ritmica che si muove su un piano obliquo. Nella stasi sonora, quando tutto sembra fermo, impercettibili micromovimenti, piccoli dettagli sottopelle spostano continuamente elementi del percorso sonoro. Il violino di Egidius Streiff mette a disposizione della logica compositiva brillante virtuosismo, leggerezza, ironie e svolazzi.

Contrasta con questa ricchezza la proposizione di due lavori per clarinetto: Dal niente di Helmut Lachenmann e Let me die before I wake dello stesso Sciarrino affidati a Natalia Benedetti. Potremmo definirli esercizi dell’impotenza. Pur su piani compositivi diversi – il primo gioca su gestualità, ripetizioni di acuti, alternanze del piano e del forte, soffi. Il secondo più costruito prende forma in suoni lunghi, laceranti, urla – lo strumento impietosamente si mostra nudo. Confini e limiti come linguaggio. Chiude, sempre di Sciarrino, Ai limiti della notte per il violoncello di Carlo Teodoro. Un breve sogno dove si muovono ombre, forme sinuose, misteri. Suoni, sibili, in uno scenario dove tutto scorre senza un inizio ed una fine. La durata come elemento compositivo.

Domeniche alla periferie dell’impero

La seconda serata è un omaggio non dichiarato. Tre lavori di Romitelli su sei proposte. In apertura e chiusura rispettivamente la prima e la seconda delle Domeniche alla periferie dell’impero per flauto basso, clarinetto basso, violino, violoncello. Due affascinanti ambiti sonori dove gli strumenti, in un’audace logica antiaccademica, si inseguono, si intrecciano, si stimolano. Ne nasce una sognante polifonia, sottintesa, sospesa. Onde sonore, silenzi, voci inquietanti. Addirittura tentazioni melodiche.

Trash TV Trance per chitarra elettrica è una performance di grande impatto. L’amore di Romitelli per il rock esplode in modo inequivocabile. Rock è il suono, rock è il gesto, rock è la trasgressione. L’uso di oggetti, archetti, distorsioni, pedaliere, effetti, suoni sporchi, ripetizioni, amplifica potenza sonora ed emotiva. Mantra visionario. Non è nostalgia di una musica che fu, quanto un scaraventarla spregiudicatamente nella contemporaneità, riproporla come utopia di rivoluzioni fallite. Lucia D’Errico ne è musa perfetta, sfacciata, rigorosa.

Di Grisey Talea per flauto, clarinetto basso, violino, violoncello, pianoforte e Charme per clarinetto trascinano in ambientazioni estetizzanti. Nel primo grumi di suoni si muovono come isole galleggianti. Le corde pizzicate, la tastiera come cerniera di suoni che drammatizza i contrasti tra violino e flauto, ma il tutto rimane alquanto distaccato in un disordine che rimane tale, non affascina. Natalia Benedetti spettacolarizza il suo intervento presentandosi alle spalle del pubblico sul pozzo al centro del cortile.

Charme è un breve quadro composto da suoni lunghi, ondulati, dove lo strumento, grazie ad un’interpretazione fisica e passionale, sviscera dolcezze, dubbi, tra soffi e respiri. Troviamo poi ancora Sciarrino con i suo Lo spazio inverso per flauto, clarinetto, violino, violoncello, celesta. Qui i silenzi sono fondamentali nel delimitare, definire un pianeta sonoro frastagliato, sorprendentemente immaginifico. Su questo magma seducente irrompe la celesta con i suoi suoni d’acciaio. Interferenze purissime, celestiali.

La sabbia del Tempo
Museo del Bargello Firenze
Accademia di San FeliceFlame ( FlorenceArtMusicEnsemble)

Neumond

Stefano Nardelli

Ci sono molto modi di raccontare un autore. Un esempio è il piccolo ma agguerrito festival intitolato a Mozart che si svolge ogni due estati fra il Nationaltheater di Mannheim, che lo organizza in coda alla sua lunga stagione, e la settecentesca reggia di Schwetzingen. Di mezzi molto parsimoniosi, la Mannheimer Mozartsommer non ha proprio nulla della magniloquente spettacolarità tipica dei festival estivi, ma gioca piuttosto sul piano delle idee e della sorpresa. Di Mozart, in fondo, c’è poco (quest’anno la ripresa di La clemenza di Tito, un bello spettacolo di due anni fa firmato da Günter Krämer) ma «attorno a Mozart» c’è moltissimo, come la videoinstallazione di Peter Missotten, un ponte immaginario fra i due poli del festival (la grotta sotto il tempio di Apollo nel parco di Schwetzingen e il foyer del Nationaltheater), che si propone come personale riflessione sulla perdita a partire dall’Apollo et Hyacinthus del compositore dodicenne.

E attorno alla sua favola più bella, Il flauto magico, c’erano due racconti molto diversi e molto contemporanei. Il primo arrivava per la prima volta in Germania: era quello dell’Orchestra di Piazza Vittorio, che, come un racconto della tradizione orale, somiglia alla schiera di straordinari musicisti da ogni angolo del pianeta che ne raccontano un frammento come fosse un passaggio delle loro storie personali.

Il secondo era la novità del festival: Neumond (Novilunio), un’opera da camera per un pubblico giovane che è «un’esplorazione drammaturgica dell’adolescenza». E per parlare al suo pubblico, a Mannheim hanno affidato il testo a un giovane ma consacrato talento della drammaturgia il trentaseienne Kristo Šagor, in attività dal 1999 con già una ventina di lavori alle spalle. Muriel è un’adolescente come tante. Il padre se n’è andato a farsi un’altra famiglia. Con la madre Magdalind, che non mai superato l’abbandono, il rapporto è tormentato e conflittuale. E Muriel il suo amore non sa a chi darlo: a Frederik, il concreto, che sogna di andarsene (e prima o poi lo farà), o a Jasper, il sognatore, che crede a ogni parola gli viene detta? Ossia, il solito dilemma riveduto e normalizzato fra φύσις e λόγος. In una alternanza incalzante di giorni e notti di luna calante, quando Muriel, sempre più febbricitante, si abbandona a lunghi monologhi e si tormenta di domande alla ricerca del suo equilibrio fra tensioni opposte – la madre e il padre, assente – che la simbolica congiunzione di sole e luna del novilunio non scioglie ma, al contrario, acuisce perché più incerti sono i confini e più confuse sono le identità nel cono d’ombra della luna nera.

Per la compositrice Lucia Ronchetti, la sfida era molteplice: esprimere un linguaggio musicale intelleggibile a un pubblico giovane, mettere in musica un testo quasi indeclinabile al linguaggio musicale, e rendere esplicita la trama dei rimandi all’opera mozartiana. Ronchetti non è personalità musicale incline alle soluzioni facili e evita la facile parodia di un «flautino magico» ad usum Delphini. E, sebbene anche qui il buio illumini le persone più di quanto non faccia la luce del giorno, non rifá una «Lezione di tenebre» per giovani, come quella, leggiadra e immaginifica, del suo racconto musicale dell’amore «al buio» fra Giasone e Medea secondo Cicognini. Compone invece un contrappunto dialettico al testo, fatto di un abile e complesso impasto di suggestioni coloristiche affidate ai soli degli otto strumenti e alle voci, trattate, secondo un procedimento a lei consueto, con estrema libertà e come la sua elaborazione drammaturgica impone.

E capita che il suo trattamento musicale «smaterializzi» alcune presenze molto fisiche, come quella della madre Magdelind, che si esprime con i vocalizzi stellari della Regina della notte (cui presta la voce e il fisico la fascinosa Antje Bitterlich) e il dubbio viene che anche lei non sia poi così diversa dal padre solo immaginato. Come spesso nei suoi lavori teatrali, Ronchetti gioca di riflesso con i temi della partitura mozartiana attraverso frequenti rimandi al Flauto magico, talora evidenti (i tre geni, che scortano Muriel nelle sue escursioni mentali notturne) talora più sottili e al limite del percettibile, ma senza trascurare un segno personale attraverso le melopee notturne del clarinetto, i mormorii delle percussioni e gli interventi di raccordo dei trii di ottoni e di archi, cui toccano anche i rimandi mozartiani.

L’operina prende corpo nella «non scena» dello Studio del Nationaltheater, allestito da Alexander Lintl come un playground circoscritto da una rete metallica con una grande luna incorniciata in un manifesto montato su un girello per bimbi. Il regista Christian Pade, libero da pre-concetti (che sono spesso la regola da queste parti) ascolta la suggestioni del lavoro e guida con mano leggera il giovane gruppo di interpreti, tutti adatti nei ruoli. Sotto il cesto da basket, Joseph Trafton dirige gli otto validi strumentisti dell’Orchestra del Nationaltheater con sensibilità attraverso la delicata partitura. Il «suo» pubblico segue attento, simpatizza con i turbamenti della giovane Muriel, sorride alle riminescenze mozartiane e, alla fine, risponde festoso. Mozart è più vivo che mai.