Ingeborg Bachmann e Paul Celan, come papavero e memoria

Anna Ruchat

È uscito da poco in Germania un libro che ricostruisce in parallelo, attraverso testi e lettere in gran parte inediti per il pubblico italiano, le vite irrimediabilmente divergenti di due dei più grandi poeti di lingua tedesca del Novecento, Paul Celan e Ingeborg Bachmann, uniti da una fatale quanto paradigmatica storia d’amore. Nuovi in questo libro non sono i dettagli sulla relazione tra i due, rimasta segreta per tutta la loro vita ma oggi conosciuta grazie al loro carteggio (Troviamo le parole. Lettere 1948-1973, a cura di Francesco Maione, nottetempo 2010), ma lo è la ricostruzione del contesto storico-culturale in cui i due poeti si trovano a combattere per affermare la propria identità artistica ed esistenziale. Di fronte a un’Europa che tace sul genocidio degli ebrei e sulle responsabilità dei tedeschi, di fronte a un’élite culturale che nega l’esistenza del problema fino a macchiarsi di antisemitismo (questa l’accusa rivolta a posteriori al Gruppo 47), Celan viene via via risucchiato dalla propria identità di sopravvissuto, mentre la Bachmann moltiplica le sue personalità per sottrarsi al ruolo di «figlia del carnefice».

La vicenda dei due poeti-amanti ha il suo nucleo vitale e segreto nelle sei settimane che Celan e la Bachmann, nella primavera del 1948, trascorrono insieme in una Vienna da Terzo uomo, ancora tutta attraversata dalle ferite della guerra, ma dove la vita, anche quella culturale e artistica, sta rapidamente riprendendo i suoi spazi. Il ventisettenne Paul Antschel (Ancel nella trascrizione rumena), ebreo di Cernovitz (oggi Černivci) i cui genitori sono morti in un campo di sterminio in Ucraina, è arrivato nella capitale austriaca a piedi da Bucarest, dove ha vissuto e scritto e pubblicato per due anni finché lo stalinismo non l’ha sospinto verso Ovest. La Bachmann invece decide poco più che diciottenne di andare a studiare a Vienna, lontano da quella Carinzia e da quel padre che avevano accolto con entusiasmo il nazismo. L’incontro è esplosivo, un fuoco d’artificio di vita e di testi per i due giovanissimi poeti; ma dopo sei settimane di euforia Celan parte per Parigi e i contatti tra loro si fanno presto sporadici e contrassegnati da malintesi.

Wir sagen uns Dunkles, «ci diciamo cose oscure», recita il titolo del libro: è un verso di Corona, la prima poesia che Celan dedica alla Bachmann, e che diventerà il fondamento delle reciproche citazioni. Helmut Böttiger procede cronologicamente per capitoli dedicati ora a Celan, ora alla Bachmann, ora ai momenti comuni; e, senza voler chiarire le «cose oscure» della poesia, indaga per capire come dall’una e dall’altra parte quell’oscurità abbia potuto generarsi e alimentarsi. Ogni nuovo incontro sembra spingere i due poeti su fronti opposti e al tempo stesso confermare il loro imprescindibile ruolo di testimone bifronte che nessuno vuole ascoltare. La vittima e il carnefice si abbracciano alla finestra e dicono «è tempo che si sappia, è tempo»; ma l’Europa intera è sorda e loro stessi non possono sentirsi.

Nel maggio del 1952 – quando in albergo Celan respingerà quella che a tutti gli effetti è una proposta di matrimonio della Bachmann, e le annuncerà di voler sposare la pittrice Gisèle de Lestrange –, a tavola, dopo una lettura pubblica della Todesfuge, Hans Werner Richter dirà «scherzando, con tono leggero», scrive Böttiger, che «la voce di Celan gli ha ricordato quella di Joseph Göbbels». Nessuno nel gruppo sembra rendersi conto della gravità di quell’affermazione, nemmeno la stessa Bachmann, su suggerimento della quale Celan era stato invitato al convegno del Gruppo 47. Fin da quel primo incontro lei avrà grande successo nel Gruppo e ne diventerà «una sorta di feticcio», scrive Böttiger; Celan invece non parteciperà più ai loro incontri; nella sua Parigi, con il matrimonio e la nascita del figlio Eric, sembra aver raggiunto un equilibrio affettivo e lavorativo.

Tra i molti materiali che Böttiger cita per ricostruire l’atmosfera di quegli anni, vi è l’unica intervista che Celan abbia rilasciato alla radio tedesca, nel giugno 1955. All’epoca «del genocidio degli ebrei quasi non si parlava in Germania», scrive Böttnger, dunque il conduttore non fa che un vago accenno alle origini di Celan e alla sua storia. Parlando poi delle poesie, chiede se non possano ricondursi al mondo onirico dell’autore e Celan, in grande imbarazzo, conferma. «Si sente la tensione», scrive Böttiger: a pochi anni dall’uccisione dei suoi genitori, Celan si trova a parlare a una radio tedesca, senza che si faccia cenno né alla Todesfuge, uscita in Germania da poco più di un anno, né al ruolo, nella sua scrittura, del genocidio degli ebrei.

La Bachmann e Celan si rincontrano solo il 13 ottobre 1957 a Wuppertal. Di nuovo la relazione s’infiamma, ma questa volta è la Bachmann a frenare l’euforia. Per un anno si frequentano saltuariamente e si scrivono molto. La moglie Gisèle è a conoscenza di ogni cosa, le due donne sembrano addirittura allearsi per sostenerlo, ma l’equilibrio precario s’è infranto. Pur tra i grandi riconoscimenti che il mondo gli tributa, Celan comincia a vedere nel silenzio forzato sulla Shoah, nelle sporadiche ma pesanti stroncature sui giornali, nelle calunnie della vedova di Yvan Goll (il poeta franco-tedesco, di cui Celan era stato amico negli ultimi anni di vita) che lo accusa di plagio, e dei giornalisti che la spalleggiano, un complotto, una sorta di accerchiamento.

Quando comincia a manifestarsi in lui il malessere psichico, la Bachmann è un interlocutore possibile. Nel 1959 sarà lei a cercare di coinvolgerlo in una pubblicazione per i settant’anni di Martin Heidegger, sarà sempre lei a cercare di mediare nei rapporti tra Celan e gli intellettuali tedeschi che il poeta vede ormai come nemici. E anche nel 1960 (quando, in occasione del conferimento a Celan del premio Büchner, si ripresentano le calunnie di Claire Goll), Ingeborg Bachmann è la sola di cui lui riesca ancora a fidarsi. Ma se Celan negli anni successivi soggiace completamente alla paranoia, anche la Bachmann, con il fallimento della relazione con Max Frisch, entra in una spirale autodistruttiva.

Böttiger accompagna i due poeti fino alla soglia del silenzio: dal 1960 «la catastrofe esistenziale corre parallela». L’uno finirà schiacciato dal peso della propria storia e si butterà nella Senna nell’aprile del 1970; l’altra, annebbiata dai barbiturici, morirà accidentalmente a Roma solo tre anni più tardi. Insieme li incontriamo soltanto in Malina, l’ultimo romanzo della Bachmann pubblicato un anno dopo la morte di Celan, dove lui-Malina è il doppio dell’io narrante. Scrive qui la Bachmann citando ancora una volta Corona: «Lui mi fa vedere una foglia secca e allora so che ha detto il vero. La mia vita finisce perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione, era la mia vita».

Corona

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.

Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:

die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,

im Traum wird geschlafen,

der Mund redet wahr.


Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:

wir sehen uns an,

wir sagen uns Dunkles,

wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,

wir schlafen wie Wein in den Muscheln,

wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.


Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:

es ist Zeit, daß man weiß!

Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,

daß der Unrast ein Herz schlägt.

Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

Es ist Zeit.


da Mohn und Gedächtnis

Corona

Dalla mano l’autunno mi bruca una sua foglia: siamo amici.

Sgusciamo il tempo dalle noci e gli insegniamo a camminare:

il tempo torna indietro, nel guscio.

Nello specchio è domenica,

nel sogno c’è chi dorme,

la bocca dice il vero.

Il mio occhio scende giù al sesso dell’amata:

ci guardiamo,

ci diciamo cose oscure,

ci amiamo l’un l’altra come papavero e memoria,

dormiamo come vino nelle conchiglie,

come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Stiamo abbracciati finestra, ci guardano dalla strada:

è tempo che si sappia!

È tempo che la pietra accetti di fiorire,

che l’affanno faccia battere un cuore.

È tempo che sia tempo.


È tempo.

da Papavero e memoria, traduzione di AR

Helmut Böttiger

Wir sagen uns Dunkles. Die Liebesgeschchte zwischen Ingeborg Bachmann und Paul Celan

DVA, 2017, 269 pp., € 22,70

Creditori di tutto il mondo

Daniele Balicco

Sophie Calle, da Suite vénitienne, 1983

«Siamo noi stessi a creare la nostra frenesia».  Ne è convinto Eric Packer, il giovane speculatore finanziario protagonista di uno dei romanzi più inquietanti di Don De Lillo: Cosmopolis. Eric appartiene al regno stregato di Wall Street; ne è un suo emissario. La sua vita scorre parallela alla realtà, in un universo forzatamente sovra-stimolato da un flusso inarrestabile di moneta che deve continuamente aumentare, senza pace. Questa, del resto, è l’unica legge che il suo mondo rispetta e che non può essere violata. La vita reale, storica, incarnata, fisica è altrove. E poco conta, visto che questo è il mondo che la assoggetta. Un mondo sicuramente post-edipico, privo di leggi e per questo, come ben argomenta Arturo Mazzarella nel suo ultimo saggio, un mondo di schiavi. In fondo anche Eric lo è. La sua estrema libertà è tanto potente quanto illusoria, se si involve di continuo nel suo opposto, in una condizione di «schiavitù involontaria» – così la definisce Mazzarella – rivolta verso se stesso, verso la propria compulsione, verso la forma delirante di un eccesso che non fa «che moltiplicare altri eccessi».

Cosmopolis è solo uno dei molti testi – anche se, probabilmente, insieme a Cecità di José Saramago, quello più emblematico – che il saggio di Mazzarella discute per provare a decifrare la nuova realtà psichica del capitalismo finanziario oggi trionfante. Rispetto a un determinismo sociologico oggi in voga, che quasi fa rimpiangere il rozzo binocolo marxista che pretendeva causalità fra struttura e sovrastruttura, Mazzarella sceglie un punto di vista felicemente insolito. Con un gesto che ricorda il capovolgimento soggettivista trontiano, si chiede: «siamo sicuri che l’economia neoliberale possieda oggi una forza egemonica, capace di infiltrarsi nell’intera articolazione psichica fino a dominarla, rendendola subalterna alle sue leggi come alle sue imprevedibili oscillazioni?» La sua ipotesi è invero opposta: «che non sia l’apparato psichico a preparare le condizioni da cui derivano la genesi e, poi, il radicamento delle modalità di produzione e consumo sulle quali si fonda il “finanz-capitalismo” per riprendere l’efficace formula coniata da Luciano Gallino?».

Insomma: prima il soggetto, poi il capitale; prima l’economia psichica, poi l’economia finanziaria. In realtà Mazzarella non attua, come potrebbe forse sembrare da questa prima ricognizione, un semplice capovolgimento cognitivo. Perché la sua tesi individua una contiguità fra universo delle pulsioni e mondo stregato della moneta. Medesima infatti è la radice, essendo la realtà psichica strutturata secondo principi squisitamente economici. E su questo, Freud, Jung e, soprattutto, Lacan, gli offrono più di un argomento a favore. Mazzarella li fa propri fino a leggere nelle nuove forme di indebitamento psichico – effetto di un’ormai pervasiva catastrofe del simbolico, ben raccontata dalla letteratura e dal cinema contemporanei – la condizione stessa di possibilità del manifestarsi storico del potere finanziario mondiale e delle sue forme brutali di assoggettamento.

Ma come fare a resistere di fronte a una forma di potere che ha ormai assunto tratti vistosamente cannibalici? Attraverso il confronto con il tardo Derrida di Stati d’animo della psicanalisi, Mazzarella pensa una via d’uscita possibile potenziando la reciproca contestazione di schiavitù e sovranità. Una volta che questa dialettica venga sospesa, infatti, si spalanca uno spazio vuoto di in-appartenenza. Uno spazio che può allargarsi fino ad assumere «un’apparenza an-economica», interdicendo possesso e assoggettamento. Imperativo etico diverrà dunque cartografare quegli eventi che permettono questa apertura, come ben testimoniano, da prospettive diverse, le opere di autori come Sebald, Boltanski e Sophie Calle. Il loro scopo è infatti quello di trasformare il debito che ci imprigiona in un credito verso se stessi. Un credito infinito. Che può continuare a crescere, ristabilendo mediazioni simboliche inattese, rendendo di nuovo desiderabile la vita; aprendo mondi. «L’investimento operato da Sophie Calle, al pari di Sebald e Boltanski, riesce a capovolgere, attraverso una metamorfosi radicale, le leggi dell’economia finanziaria: abolendo ogni debito per trasformarlo in un credito. Nel credito verso se stessi. Un credito davvero inestinguibile: premessa di una condivisione che ha liquidato qualsiasi proprietà. Incrementarlo giorno per giorno è il dovere di tutti noi».

 

Arturo Mazzarella

Le relazioni pericolose. Sensazioni e sentimenti del nostro tempo

Bollati Boringhieri, 2017, 154 pp., € 14

Giorgio Agamben, sulla soglia del pensiero

Patricia Peterle

I versi di Dante «l’artista / ch’a l’abito de l’arte ha man che trema», tratti dal Canto XIII del Paradiso, già citati da Agamben in altre occasioni, riecheggiano anche nei suoi due ultimi libri pubblicati sul finire del 2017, Karman e Creazione e anarchia (ancorché, nel primo, non esplicitamente). L’immagine della mano che trema evoca nel suo gesto la contingenza e l’impercettibile o, come si legge in Creazione e anarchia, le tensioni tra «slancio e resistenza, ispirazione e critica». Il tremare è anche resistenza: nella misura in cui l’ispirazione non può essere dominata e padroneggiata in un’abitudine, cioè non si esaurisce nell’atto. L’artista è così senza opera, la sua potenza sta nella potenza-di-non, ossia nell’inoperosità.

Karman propone al lettore un percorso attraverso quattro capitoli («La causa e la colpa », «Crimen e karman», «Le aporie della volontà», «Al di là dell’azione»), introdotti da una pagina in bianco riportante nella parte superiore il titolo, Karman, e un po’ più in basso, nello spazio di solito dedicato all’epigrafe, una domanda-citazione di Franz Kafka: «Come può un uomo essere colpevole?». Lo spazio in bianco che segue indica le innumerevoli risposte possibili a questa domanda inquietante. Al centro della discussione sono i rapporti e i vincoli tra colpa, azione e volontà in momenti diversi nella nostra società e i modi, o per meglio dire i dispositivi, che li legano e cercano di imputare la colpa all’uomo.

Creazione e anarchia a sua volta è composto da cinque saggi («Archeologia dell’opera d’arte», «Che cos’è l’atto di creazione?», «L’inappropriabile», «Che cos’è un comando?», «Il capitalismo come religione», quest’ultimo titolo ripreso da un frammento postumo di Benjamin), che con piccole variazioni riproducono le cinque lezioni tenute all’Accademia di Architettura di Mendrisio fra l’ottobre 2012 e l’aprile 2013. Il secondo saggio, «Che cos’è l’atto di creazione?», era già stato pubblicato nel Fuoco e il racconto (nottetempo 2014); al suo centro c’è uno degli scrittori più cari ad Agamben, Kakfa. Non il Kafka della Metamorfosi, o del Processo (sul quale si apre Karman), ma quello di racconti dagli strani protagonisti: il nuotatore primatista mondiale che ammette di non saper nuotare o Josephine, la straordinaria cantante del popolo dei topi. Kafka, così come Dante in quei versi del Paradiso, fa crollare la percezione dell’arte come sapere o addirittura abito, consuetudine.

Dopo la soglia di Autoritratto nello studio, in questi due libri Agamben riprende alcuni concetti fondamentali del suo percorso di lettore e pensatore. Cosa significa essere responsabili delle nostre azioni? Questo è uno degli interrogativi portanti di Karman, in cui si discute di diritto, pena, morale, libero arbitrio: tutti elementi che sono diventati nell’Occidente paradigmi per la vita umana, e che ora Agamben pone accanto a testi di un’altra tradizione, quella buddista («si tratta di spezzare il nesso che lega il dispositivo azione-volontà-imputazione a un soggetto»). Domanda che ha degli echi anche in Creazione e anarchia, ma che qui potrebbe suonare così: è possibile l’atto della creazione al di fuori dei limiti del comando? Dio creò il cielo e la terra con un comando («E Dio disse: sia fatta luce»), relazione che si trova anche nel Vangelo di Giovanni quando si legge «en archei, nel principio, prima di ogni cosa, può soltanto essere il comando».

Una religione che nasce ogni volta per mantenersi e un capitalismo (culto senza espiazione) che agisce e si attua come religione: sono i due grandi (in)visibili poteri i cui dispositivi sono ormai sparsi e polverizzati. Ed è qui che Agamben precisa la sua scelta: «l’anarchia mi è sempre parsa più interessante della democrazia, ma va da sé che ciascuno è qui libero di pensare come crede». In queste parole riecheggiano Benjamin («Nulla è così anarchico come il potere») e il Pasolini di Salò («La sola vera anarchia è il potere»). Costruzione e distruzione si costituiscono come un’esigenza, di fronte alla profonda anarchia della società in cui viviamo. Seguendo i passi ancora una volta di Benjamin, la giustizia viene intesa come la condizione di un bene che non può diventare possesso: forse proprio per questo diviene decisivo in Agamben, a partire almeno da Altissima povertà (Neri Pozza 2011), l’avvicinamento fra giustizia e povertà (intesa come categoria ontologica). In effetti la povertà, andando oltre la dimensione negativa in cui è stata più volte inserita, è «la relazione con un inappropriabile; essere povero significa tenersi in relazione con un bene inappropriabile».

Kafka viene definito, in Karman, come un autore «che non ha mai cessato di riflettere sul nesso angoscioso che, nella forma della legge, stringe l’azione alle sue conseguenze, la causa alla colpa». L’epigrafe proviene dal dialogo col sacerdote, nel Processo: episodio in cui è riportata la parabola del contadino davanti alla Porta della Legge (elemento-soglia che può far venire in mente una poesia di Giorgio Caproni, da Agamben citata in Idea della prosa); e a questo punto del romanzo si legge una frase che può valere non solo per i testi di Kafka, ma forse anche per quelli di Agamben: «la comprensione di una cosa e l’incomprensione della stessa cosa non si escludono del tutto». Ancora una volta lo spettro della mano che trema davanti a un’esigenza. Come si legge nel terzo capitolo di Creazione e anarchia, «L’inappropriabile», i poeti devono lasciare dietro l’uso comune e le abitudini e «rendersi straniera la lingua [quella intima e propria] che devono dominare». L’appropriazione della lingua diventa paradossalmente un’espropriazione, «in modo che l’atto poetico si presenta come un gesto bipolare, che si rende ogni volta estraneo ciò che deve essere puntualmente appropriato». Estraneità impossibile da trovarsi nel diritto e nella religione, dove il linguaggio è sempre imperativo.

Non è una coincidenza che Kafka abbia richiamato l’attenzione di Walter Benjamin, uno dei riferimenti più importanti per Agamben. Nel decennale della morte di Kafka, così lo citava Benjamin: «ciò che la corruzione è nel diritto, nel loro pensiero è l’angoscia. Essa confonde gli eventi, ed è pur sempre, in essi, la sola fonte di speranza». E commentava: «Kafka è sempre così: egli toglie al gesto dell’uomo i sostegni tradizionali e ha così in esso un oggetto a riflessioni senza fine». Un passo che anticipa le pagine finali di Karman: laddove Agamben critica la considerazione aprioristica che qualsiasi azione presupponga un fine, e che tale fine sia il bene. Già nella Comunità che viene (Einaudi 1990) si leggeva: «Il senso dell’etica si chiarisce solo quando si comprende che il bene non è e non può essere una cosa o una possibilità buona accanto o al di sopra di ogni cosa o possibilità cattiva». In Karman il gesto diventa, semplicemente, ciò che un corpo può fare: la vita «è ciò che si produce nell’atto stesso dell’esercizio come una delizia interna all’atto, come se, a furia di gesticolare, la mano trovasse alla fine il suo piacere e il suo “uso”, l’occhio a forza di guardare s’innamorasse della visione, le gambe, piegandosi ritmicamente, inventassero la passeggiata».

Agamben rovescia il rapporto tra colpa e pena, non c’è colpa senza pena: la prima esiste solo in virtù dell’ultima che la sancisce (nel primo capitolo di Karman vengono chiamati in causa, al riguardo, Yan Thomas, Carl Schmitt, Ulpiano, Émile Benveniste). Nel secondo capitolo si ipotizza che il concetto di crimen (azione sanzionata) sia alla base non soltanto del diritto, ma anche dell’etica e della morale religiosa dell’Occidente. Il concetto di volontà, quindi, non sarebbe un dato della natura umana e al contempo non starebbe dalla parte delle libere scelte e delle responsabilità del soggetto. Praticamente sconosciuta al mondo antico, la volontà sarebbe un dispositivo della teologia cristiana che ha fondato l’apparente idea dell’azione libera, cioè il libero arbitrio. La volontà diventa così una specie di mistero esistente alla base dell’azione sanzionabile: senza di essa, tutto il castello dell’etica e della politica moderna crollerebbe. Il volere segna pertanto l’uomo moderno. Un essere di volontà, un soggetto che vuole. Mentre a segnare quello antico è il potere: un essere di potenza, un soggetto che può.

Di fronte a tutti questi dispositivi, in Creazione e anarchia si capisce perché la nostra società abbia bisogno, per mantenersi, della volontà, del bisogno e, di conseguenza, della libertà. La tensione tra volontà e potenza si ritrova in un altro personaggio caro ad Agamben, Bartleby, lo scrivano di Melville. Bartleby risponde all’avvocato – uomo di legge – I would prefer not to: formula agrammaticale che, come aveva già accennato Deleuze, rende la lingua straniera e straniante e mette in evidenza la sua volontà e la sua potenza.

Nell’archeologia del gesto di Karman scrive Agamben: «A ogni essere umano è stato consegnato un segreto e la vita di ciascuno è il mistero che mette in scena questo arcano, che non si scioglie col tempo, ma diventa sempre più fitto. Fino a mostrarsi in ultimo per quello che è: un puro gesto, come tale – nella misura in cui riesce a restare mistero e non si iscrive nel dispositivo dei mezzi e dei fini – ingiudicabile». L’espressione «mettere in scena» sta a indicare quello che viene subito dopo, cioè appunto il gesto. Dalle letture di Varrone a proposito della lingua latina, si arriva a un «terzo genere di azione»: «fare [facere] qualcosa e non agire [agere], come il poeta fa un dramma e non lo agisce [facit fabulam et non agit: agere […] al contrario l’attore [actor] agisce il dramma e non lo fa». E sulla stessa linea, in Creazione e anarchia: «il mio corpo che mi è dato originariamente come la cosa più propria, solo nella misura in cui si rivela essere assolutamente inappropriabile».

Il gesto dunque, in Karman, è un «terzo modo dell’attività umana» che rompe il nesso tra il fare e il fine; esso è un mezzo puro. Risuona di nuovo il saggio di Benjamin su Kafka: «Una delle funzioni più importanti di questo teatro naturale è la risoluzione dell’accadere nel gesto». Il gesto si profila come «un’attività o una potenza che consiste nel disattivare e rendere inoperose le opere umane e, in questo modo, le apre a un nuovo e possibile uso». Perciò il gesto espone e al contempo contempla «la sensazione nella sensazione, il pensiero nel pensiero, l’arte nell’arte, la parola nella parola, l’azione nell’azione». Ora si può capire l’impossibilità di fissare il gesto in un’unica e identificabile azione e, di conseguenza, l’impossibilità di definirne il soggetto. Perciò Agamben predilige le maschere ai personaggi, come si legge in Mezzi senza fine (Bollati Boringhieri 1996) e in Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi (nottetempo 2015): «Il suo gesto è la liberazione del carattere empirico da ogni riferimento a un carattere intellegibile e del carattere intellegibile a ogni funzione di imputazione giuridica o morale».

L’inoperosità diviene dunque una politica dei mezzi puri, ossia «lo spazio – provvisorio e, insieme, intemporale, localizzato e, insieme, extraterritoriale – che si apre quando i dispositivi che legano le azioni umane nella connessione dei fini e dei mezzi, dell’imputazione e della colpa, del merito e del demerito, sono resi inoperosi». In questa prospettiva, ogni uso può essere visto come un gesto, appropriazione e abito; e, al contempo, perdita ed espropriazione. La riflessione di Agamben si apre così verso un nuovo soggetto etico. Un abitare che si fa tra patria e esilio, le cui tracce probabilmente possono essere colte nell’ultimo paragrafo di Note sul gesto: «La politica è la sfera dei puri mezzi, cioè dell’assoluta e integrale gestualità degli uomini». Segue, non a caso, uno spazio tutto bianco, che ora può aprirsi e dispiegarsi e «pensare diventa nuovamente possibile».

Giorgio Agamben

Karman. Breve trattato sull’azione, la colpa e il gesto

Bollati Boringhieri, 2017, 150 pp., € 14

Creazione e anarchia

Neri Pozza, 2017, 139 pp., € 12,50