Un falso Perniola

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Franco Berardi Bifo

Sono un appassionato lettore di Mario Perniola. Fin dall’anno 1971 quando lessi L’alienazione artistica, ne fui conquistato. Perciò credo di poter affermare che il libretto messo in circolazione dall’editore Mimesis è un falso. L’autore della Società dei Simulacri e del Sex appeal dell’inorganico non può avere scritto questo libriccino (per fortuna minuscolo) intitolato Berlusconi o il ’68 realizzato.

Lo pseudo-Perniola parte da una costatazione calzante: la cultura del ’68 ha saputo comprendere, anticipare, concettualizzare la nuova forma di potere che si è dispiegata nell’ultima parte del secolo ventesimo e che oggi giunge alla catastrofe annunciata dal ’77 e dal punk. La cultura del ’68, non certo l’ideologia emme-elle erede tardiva del Novecento, ma quella libertaria del maggio parigino e mondiale, ha saputo porsi all’altezza della dimensione post-industriale e post-borghese che il dominio capitalistico ha assunto dopo gli anni ‘70.

In questo senso si può dire che il ’68 ha saputo anticipare Berlusconi.

Ma lo pseudo-Perniola confonde le acque come se invece di scrivere un libro (per quanto esiguo) dovesse arringare i clienti del bar Mexico all’ora dell’ultimo bicchierino.

Più o meno la sua tesi si può sintetizzare così: il ’68 ha predicato la fine della politica come cosa seria, la fine della scuola come ordine e disciplina, quindi ha preparato il terreno alla barbarie spettacolare berlusconiana che ha trasformato la democrazia in una farsa, e la scuola in un cumulo di macerie.

La cultura libertaria ha aperto le porte al regno della licenza e dell’arbitrio.

Lo pseudo-Perniola dimentica che il ’68 voleva anzitutto la fine del capitalismo, (la fine del predominio del profitto sull’interesse sociale) e come sappiamo Berlusconi è andato in una direzione ben diversa. E non solo lui. Nella cultura del ’68 – e quindi anche nelle sue responsabilità, nelle sue conseguenze -l’istinto libertario non è disgiunto mai dallo spirito egualitario.

E al tempo stesso l’istinto egualitario non è disgiunto mai da quello libertario.

La semplificazione che lo pseudo-Perniola opera, parlando della Rivoluzione culturale cinese, non tiene conto di questo: il complesso fenomeno detto Rivoluzione culturale contiene elementi di ’68, ma nella sua gestione complessiva, che impose la forza delle strutture militari e statali sulla dinamica del movimento sociale, non è ’68, ma è anti-’68.

E’ sul piano del linguaggio che più profondamente si può cogliere la continuità-discontinuità tra i movimenti (quello del ’68 ma ancor più chiaramente il movimento del ’77 nelle sue versioni italiana e inglese) e l’epoca del dominio spettacolare – che coincide con la forma produttiva semiocapitalista, in cui ogni processo di produzione è mediato da segni e si determina in segni.

I movimenti furono il luogo dell’ironia: dissociazione del discorso dall’esistente, moltiplicazione dei piani di possibilità, perenne fuga dal dogma.

Quando essi mancarono il loro scopo – che era la liberazione dal capitalismo, dal suo dogmatismo e dalla sua violenza, il potere spettacolare si appropriò della loro polisemia e la trasformò in cinismo.

Questo passaggio sfugge del tutto allo pseudo-Perniola. Preso da un furore di restaurazione nell’ultima pagina indica il ritorno alle origini (l’insegnamento dell’antichità classica e cristiana, nientepopodimeno) come unica possibilità di restaurare la nostra dignità.

Altrimenti non abbiamo il diritto di essere indignati perché non siamo degni. Infatti per quel che mi riguarda ho sempre avuto in sospetto la predica dell’indignazione, perché preferisco continuare a giocare con lo scivolamento ironico infinito, unico gesto linguistico che possa confrontarsi senza ingenuità con il potere, e sovvertire il linguaggio cinico della dittatura finanziaria.

Continuando il ’68 di chi non si sottometteva ai dogmi allora né si sottomette adesso.