Ingeborg Bachmann e Paul Celan, come papavero e memoria

Anna Ruchat

È uscito da poco in Germania un libro che ricostruisce in parallelo, attraverso testi e lettere in gran parte inediti per il pubblico italiano, le vite irrimediabilmente divergenti di due dei più grandi poeti di lingua tedesca del Novecento, Paul Celan e Ingeborg Bachmann, uniti da una fatale quanto paradigmatica storia d’amore. Nuovi in questo libro non sono i dettagli sulla relazione tra i due, rimasta segreta per tutta la loro vita ma oggi conosciuta grazie al loro carteggio (Troviamo le parole. Lettere 1948-1973, a cura di Francesco Maione, nottetempo 2010), ma lo è la ricostruzione del contesto storico-culturale in cui i due poeti si trovano a combattere per affermare la propria identità artistica ed esistenziale. Di fronte a un’Europa che tace sul genocidio degli ebrei e sulle responsabilità dei tedeschi, di fronte a un’élite culturale che nega l’esistenza del problema fino a macchiarsi di antisemitismo (questa l’accusa rivolta a posteriori al Gruppo 47), Celan viene via via risucchiato dalla propria identità di sopravvissuto, mentre la Bachmann moltiplica le sue personalità per sottrarsi al ruolo di «figlia del carnefice».

La vicenda dei due poeti-amanti ha il suo nucleo vitale e segreto nelle sei settimane che Celan e la Bachmann, nella primavera del 1948, trascorrono insieme in una Vienna da Terzo uomo, ancora tutta attraversata dalle ferite della guerra, ma dove la vita, anche quella culturale e artistica, sta rapidamente riprendendo i suoi spazi. Il ventisettenne Paul Antschel (Ancel nella trascrizione rumena), ebreo di Cernovitz (oggi Černivci) i cui genitori sono morti in un campo di sterminio in Ucraina, è arrivato nella capitale austriaca a piedi da Bucarest, dove ha vissuto e scritto e pubblicato per due anni finché lo stalinismo non l’ha sospinto verso Ovest. La Bachmann invece decide poco più che diciottenne di andare a studiare a Vienna, lontano da quella Carinzia e da quel padre che avevano accolto con entusiasmo il nazismo. L’incontro è esplosivo, un fuoco d’artificio di vita e di testi per i due giovanissimi poeti; ma dopo sei settimane di euforia Celan parte per Parigi e i contatti tra loro si fanno presto sporadici e contrassegnati da malintesi.

Wir sagen uns Dunkles, «ci diciamo cose oscure», recita il titolo del libro: è un verso di Corona, la prima poesia che Celan dedica alla Bachmann, e che diventerà il fondamento delle reciproche citazioni. Helmut Böttiger procede cronologicamente per capitoli dedicati ora a Celan, ora alla Bachmann, ora ai momenti comuni; e, senza voler chiarire le «cose oscure» della poesia, indaga per capire come dall’una e dall’altra parte quell’oscurità abbia potuto generarsi e alimentarsi. Ogni nuovo incontro sembra spingere i due poeti su fronti opposti e al tempo stesso confermare il loro imprescindibile ruolo di testimone bifronte che nessuno vuole ascoltare. La vittima e il carnefice si abbracciano alla finestra e dicono «è tempo che si sappia, è tempo»; ma l’Europa intera è sorda e loro stessi non possono sentirsi.

Nel maggio del 1952 – quando in albergo Celan respingerà quella che a tutti gli effetti è una proposta di matrimonio della Bachmann, e le annuncerà di voler sposare la pittrice Gisèle de Lestrange –, a tavola, dopo una lettura pubblica della Todesfuge, Hans Werner Richter dirà «scherzando, con tono leggero», scrive Böttiger, che «la voce di Celan gli ha ricordato quella di Joseph Göbbels». Nessuno nel gruppo sembra rendersi conto della gravità di quell’affermazione, nemmeno la stessa Bachmann, su suggerimento della quale Celan era stato invitato al convegno del Gruppo 47. Fin da quel primo incontro lei avrà grande successo nel Gruppo e ne diventerà «una sorta di feticcio», scrive Böttiger; Celan invece non parteciperà più ai loro incontri; nella sua Parigi, con il matrimonio e la nascita del figlio Eric, sembra aver raggiunto un equilibrio affettivo e lavorativo.

Tra i molti materiali che Böttiger cita per ricostruire l’atmosfera di quegli anni, vi è l’unica intervista che Celan abbia rilasciato alla radio tedesca, nel giugno 1955. All’epoca «del genocidio degli ebrei quasi non si parlava in Germania», scrive Böttnger, dunque il conduttore non fa che un vago accenno alle origini di Celan e alla sua storia. Parlando poi delle poesie, chiede se non possano ricondursi al mondo onirico dell’autore e Celan, in grande imbarazzo, conferma. «Si sente la tensione», scrive Böttiger: a pochi anni dall’uccisione dei suoi genitori, Celan si trova a parlare a una radio tedesca, senza che si faccia cenno né alla Todesfuge, uscita in Germania da poco più di un anno, né al ruolo, nella sua scrittura, del genocidio degli ebrei.

La Bachmann e Celan si rincontrano solo il 13 ottobre 1957 a Wuppertal. Di nuovo la relazione s’infiamma, ma questa volta è la Bachmann a frenare l’euforia. Per un anno si frequentano saltuariamente e si scrivono molto. La moglie Gisèle è a conoscenza di ogni cosa, le due donne sembrano addirittura allearsi per sostenerlo, ma l’equilibrio precario s’è infranto. Pur tra i grandi riconoscimenti che il mondo gli tributa, Celan comincia a vedere nel silenzio forzato sulla Shoah, nelle sporadiche ma pesanti stroncature sui giornali, nelle calunnie della vedova di Yvan Goll (il poeta franco-tedesco, di cui Celan era stato amico negli ultimi anni di vita) che lo accusa di plagio, e dei giornalisti che la spalleggiano, un complotto, una sorta di accerchiamento.

Quando comincia a manifestarsi in lui il malessere psichico, la Bachmann è un interlocutore possibile. Nel 1959 sarà lei a cercare di coinvolgerlo in una pubblicazione per i settant’anni di Martin Heidegger, sarà sempre lei a cercare di mediare nei rapporti tra Celan e gli intellettuali tedeschi che il poeta vede ormai come nemici. E anche nel 1960 (quando, in occasione del conferimento a Celan del premio Büchner, si ripresentano le calunnie di Claire Goll), Ingeborg Bachmann è la sola di cui lui riesca ancora a fidarsi. Ma se Celan negli anni successivi soggiace completamente alla paranoia, anche la Bachmann, con il fallimento della relazione con Max Frisch, entra in una spirale autodistruttiva.

Böttiger accompagna i due poeti fino alla soglia del silenzio: dal 1960 «la catastrofe esistenziale corre parallela». L’uno finirà schiacciato dal peso della propria storia e si butterà nella Senna nell’aprile del 1970; l’altra, annebbiata dai barbiturici, morirà accidentalmente a Roma solo tre anni più tardi. Insieme li incontriamo soltanto in Malina, l’ultimo romanzo della Bachmann pubblicato un anno dopo la morte di Celan, dove lui-Malina è il doppio dell’io narrante. Scrive qui la Bachmann citando ancora una volta Corona: «Lui mi fa vedere una foglia secca e allora so che ha detto il vero. La mia vita finisce perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione, era la mia vita».

Corona

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.

Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:

die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,

im Traum wird geschlafen,

der Mund redet wahr.


Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:

wir sehen uns an,

wir sagen uns Dunkles,

wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,

wir schlafen wie Wein in den Muscheln,

wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.


Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:

es ist Zeit, daß man weiß!

Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,

daß der Unrast ein Herz schlägt.

Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

Es ist Zeit.


da Mohn und Gedächtnis

Corona

Dalla mano l’autunno mi bruca una sua foglia: siamo amici.

Sgusciamo il tempo dalle noci e gli insegniamo a camminare:

il tempo torna indietro, nel guscio.

Nello specchio è domenica,

nel sogno c’è chi dorme,

la bocca dice il vero.

Il mio occhio scende giù al sesso dell’amata:

ci guardiamo,

ci diciamo cose oscure,

ci amiamo l’un l’altra come papavero e memoria,

dormiamo come vino nelle conchiglie,

come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Stiamo abbracciati finestra, ci guardano dalla strada:

è tempo che si sappia!

È tempo che la pietra accetti di fiorire,

che l’affanno faccia battere un cuore.

È tempo che sia tempo.


È tempo.

da Papavero e memoria, traduzione di AR

Helmut Böttiger

Wir sagen uns Dunkles. Die Liebesgeschchte zwischen Ingeborg Bachmann und Paul Celan

DVA, 2017, 269 pp., € 22,70

Creditori di tutto il mondo

Daniele Balicco

Sophie Calle, da Suite vénitienne, 1983

«Siamo noi stessi a creare la nostra frenesia».  Ne è convinto Eric Packer, il giovane speculatore finanziario protagonista di uno dei romanzi più inquietanti di Don De Lillo: Cosmopolis. Eric appartiene al regno stregato di Wall Street; ne è un suo emissario. La sua vita scorre parallela alla realtà, in un universo forzatamente sovra-stimolato da un flusso inarrestabile di moneta che deve continuamente aumentare, senza pace. Questa, del resto, è l’unica legge che il suo mondo rispetta e che non può essere violata. La vita reale, storica, incarnata, fisica è altrove. E poco conta, visto che questo è il mondo che la assoggetta. Un mondo sicuramente post-edipico, privo di leggi e per questo, come ben argomenta Arturo Mazzarella nel suo ultimo saggio, un mondo di schiavi. In fondo anche Eric lo è. La sua estrema libertà è tanto potente quanto illusoria, se si involve di continuo nel suo opposto, in una condizione di «schiavitù involontaria» – così la definisce Mazzarella – rivolta verso se stesso, verso la propria compulsione, verso la forma delirante di un eccesso che non fa «che moltiplicare altri eccessi».

Cosmopolis è solo uno dei molti testi – anche se, probabilmente, insieme a Cecità di José Saramago, quello più emblematico – che il saggio di Mazzarella discute per provare a decifrare la nuova realtà psichica del capitalismo finanziario oggi trionfante. Rispetto a un determinismo sociologico oggi in voga, che quasi fa rimpiangere il rozzo binocolo marxista che pretendeva causalità fra struttura e sovrastruttura, Mazzarella sceglie un punto di vista felicemente insolito. Con un gesto che ricorda il capovolgimento soggettivista trontiano, si chiede: «siamo sicuri che l’economia neoliberale possieda oggi una forza egemonica, capace di infiltrarsi nell’intera articolazione psichica fino a dominarla, rendendola subalterna alle sue leggi come alle sue imprevedibili oscillazioni?» La sua ipotesi è invero opposta: «che non sia l’apparato psichico a preparare le condizioni da cui derivano la genesi e, poi, il radicamento delle modalità di produzione e consumo sulle quali si fonda il “finanz-capitalismo” per riprendere l’efficace formula coniata da Luciano Gallino?».

Insomma: prima il soggetto, poi il capitale; prima l’economia psichica, poi l’economia finanziaria. In realtà Mazzarella non attua, come potrebbe forse sembrare da questa prima ricognizione, un semplice capovolgimento cognitivo. Perché la sua tesi individua una contiguità fra universo delle pulsioni e mondo stregato della moneta. Medesima infatti è la radice, essendo la realtà psichica strutturata secondo principi squisitamente economici. E su questo, Freud, Jung e, soprattutto, Lacan, gli offrono più di un argomento a favore. Mazzarella li fa propri fino a leggere nelle nuove forme di indebitamento psichico – effetto di un’ormai pervasiva catastrofe del simbolico, ben raccontata dalla letteratura e dal cinema contemporanei – la condizione stessa di possibilità del manifestarsi storico del potere finanziario mondiale e delle sue forme brutali di assoggettamento.

Ma come fare a resistere di fronte a una forma di potere che ha ormai assunto tratti vistosamente cannibalici? Attraverso il confronto con il tardo Derrida di Stati d’animo della psicanalisi, Mazzarella pensa una via d’uscita possibile potenziando la reciproca contestazione di schiavitù e sovranità. Una volta che questa dialettica venga sospesa, infatti, si spalanca uno spazio vuoto di in-appartenenza. Uno spazio che può allargarsi fino ad assumere «un’apparenza an-economica», interdicendo possesso e assoggettamento. Imperativo etico diverrà dunque cartografare quegli eventi che permettono questa apertura, come ben testimoniano, da prospettive diverse, le opere di autori come Sebald, Boltanski e Sophie Calle. Il loro scopo è infatti quello di trasformare il debito che ci imprigiona in un credito verso se stessi. Un credito infinito. Che può continuare a crescere, ristabilendo mediazioni simboliche inattese, rendendo di nuovo desiderabile la vita; aprendo mondi. «L’investimento operato da Sophie Calle, al pari di Sebald e Boltanski, riesce a capovolgere, attraverso una metamorfosi radicale, le leggi dell’economia finanziaria: abolendo ogni debito per trasformarlo in un credito. Nel credito verso se stessi. Un credito davvero inestinguibile: premessa di una condivisione che ha liquidato qualsiasi proprietà. Incrementarlo giorno per giorno è il dovere di tutti noi».

 

Arturo Mazzarella

Le relazioni pericolose. Sensazioni e sentimenti del nostro tempo

Bollati Boringhieri, 2017, 154 pp., € 14

Uno spettacolo neoliberista e digitale: Le Vergini suicide di Susanne Kennedy

Francesco Fiorentino

Diceva Karl Kraus che lo scopo dell’artista è l’enigma o, almeno, trasformare in enigma quel che sembra una soluzione. E per Adorno l’opera d’arte stessa è un enigma che si può risolvere soltanto indicando i motivi della sua indecifrabilità. Sono pensieri che tornano in mente con insistenza dopo aver visto Virgin Suicide, lo spettacolo di Susanne Kennedy, presentato al Palladium il 16 dicembre nell’ambito del XVI Premio Europa.

Nata nel 1977 a Friedrichshafen, Susanne Kennedy ha studiato regia in Olanda dove ha anche cominciato a mettere in scena, prima di passare ai Kammerspiele di Monaco, che hanno prodotto anche questo spettacolo, liberamente basato sull’omonimo romanzo di Jeffrey Eugenides, apparso nel 1993, noto anche per la trasposizione filmica di Sofia Coppola, del 1999.

Protagoniste del romanzo sono cinque sorelle tra i 13 e i 17 anni che si suicidano nel giro di un anno, negli anni Settanta, in una città della provincia americana. La vicenda è narrata a molti anni di distanza e dal punto di vista di un gruppo di uomini che da adolescenti avevano subito il fascino ossessivo per la bellezza pallida delle sorelle, che appare loro inspiegabile, come le loro morti. La casa in cui le ragazze sono tenute rinchiuse dai genitori diventa per quei giovani un luogo inaccessibile che ha a che fare con il corpo e il desiderio, con l’impossibilità di localizzare una sofferenza che porta a contatto con l’estraneità del corpo e conduce alla scoperta di ferite che possono essere anche bocche, «altrettanto calde e bagnate», bocche che parlano «ma noi non le sentiamo». Insomma ce ne è di materia per interpretazioni psicoanalitiche, ma anche socio-culturali, psico-sociali, dei suicidi e del fascino che esercitano sui narratori.

Susanne Kennedy, che al romanzo attinge solo per frammenti, non sembra interessata a niente di tutto questo. Nessuna denuncia della vita oppressa. «Lo scopo di questo viaggio è l’estasi», annuncia all’inizio la graziosa figura androgina che appare ripetutamente sugli schermi in primo piano – nuda, testa rasata, occhi azzurri, la voce distorta da computer – a scandire questo viaggio con frasi in inglese e in tedesco, attinte dal Libro tibetano dei morti e dagli scritti di Timothy Leary, il guru dell’LSD, eroe della controcultura psichedelica degli anni Sessanta. «Metti da parte dubbi e sospetti diffidenti, assumi invece un atteggiamento di gioiosa accettazione», sentiamo ancora. Ma a cosa ci si deve lasciar andare? Allo spettacolo? Oppure a un viaggio iniziativo «in cui lascerai il tuo spirito», come dice ancora – citando Leary – l’androgino dagli schermi, annunciandoci la lieta novella che ci troviamo in uno spazio virtuale e possiamo abbandonare le nostre paure: tutto è illusione perciò possiamo anche toccare la morte per mano, anzi possiamo anche vivere la morte come metafora dell’accesso a una più ampia coscienza. Nel Libro tibetano dei morti, che vuol essere una guida per i morenti nel loro viaggio verso la rinascita, il riconoscimento dell’illusione è un passaggio per giungere alla vera realtà. Lo stesso si può dire per The Psychedelic Experience (1963), il libro scritto da Leary insieme a Ralph Metzner, che si basa anch’esso su quel testo buddista del VIII secolo. Ma queste fonti vengono evocate da una scena di una artificiosità talmente eccessiva da risultare – non si sa quanto intenzionalmente – ironica: buddismo e pensiero psichedelico si combinano con un pop ultratecnologico che straripa nel posthuman.

Protagonista dello spettacolo è la scenografia di Lena Newton: qualcosa che sta a metà tra uno studio televisivo e una cripta, variopinta come una slot machine, inquietante come un altare votivo. Immagini dappertutto, fisse o in movimento su schermi di formato diverso: piante, giardini, figure anatomiche, prati e vasche da bagno, nuvole e stanze da letto, villette a schiera e primissimi piani di adolescenti. È tutto un lampeggiare, illuminarsi, luccicare. Incessante. Uno spettacolo per gli occhi, senza dubbio. Sullo sfondo, in un sarcofago di vetro, il simulacro di un cadavere, tutto bianco. Non vediamo volti umani se non sugli schermi. Perché gli attori sono curiosi pupazzi di ragazza a grandezza naturale in camicie da notte bianche e calzamaglie colorate, enormi occhi attaccati su teste di gomma simili a quelle dei Teletubbies. Un po’ Jeff Koons, un po’ Matthew Barney, un po’ estetica da videogiochi e manga. Rappresentano di volta in volta le giovani suicide e i loro osservatori ammaliati. Soltanto alla fine dello spettacolo si toglieranno la maschera per ricevere gli applausi e lo spettatore scoprirà che sono tutti uomini: Christian Löber, Damian Rebgetz, Hassan Akkouch e Walter Hess.

I costumi di Teresa Vergho si accordano in modo quasi giocoso con la ricerca teatrale di Kennedy che si muove ai confini tra teatro, installazione e rituale, conferendo ai corpi degli attori talvolta il carattere di statue viventi, a metà tra sculture e robot. La scena è organizzata da un’estetica postumana che esibisce un nuovo rapporto tra corpi, oggetti tecnici e pulsionalità. Così in questo spettacolo, non solo i volti degli attori sono sostituiti da maschere, ma spariscono anche le loro voci, sostituire da voci metalliche, prodotte da computer, come a far sentire allo spettatore che la voce dell’attore è sempre la voce di un altro, è sempre manipolata, estranea al corpo. Questo teatro postmoderno, quindi, non la fa finita soltanto con la trama e i personaggi, ma anche gli attori stessi, celati dietro maschere e voci artificiali, ma forse porprio per questo anche pienamente rivelati come attori: come esseri che scompaiono dietro una maschera e parlano per bocca di altri.

Solo un attore mostra il suo viso, ma non parla mai: un vecchio in camicia da notte che si siede al centro della scena e guarda verso il pubblico sorridendo, mentre i pupazzi lo pettitano e gli mettono sul capo una corona di fiori. A parlare con la propria voce sono invece le adolescenti che vediamo sugli schermi spiegare cose come il modo in cui ci si può truccare. Le sorelle recluse di Eugenides riappaiono nelle sembianze di youtubers che si esibiscono davanti alla comunità digitale come nel romanzo le protagoniste si mostravano all’osservazione dei ragazzi perché quello era per loro l’unica forma di contatto possibile con l’esterno. Il voyerismo dei giovani vicini del romanzo viene messo in relazione di rispecchiamento con il voyerismo dello spettatore, ma anche con quello dell’utente Youtube. Che poi possono essere la stessa persona.

Uno degli elementi che Kennedy attinge dal romanzo è l’adorazione feticistica che i narratori mostrano per oggetti appartenuti alle sorelle suicide, tutti rigorosamente numerati come “reperti”: un diario, un reggiseno, foto, disegni, bigliettini, capelli. Reperti non che non provano nulla, che diventano vere e proprie reliquie. Che cosa sono le reliquie se non il segno di un desiderio di contatto con il sacro? Con qualcosa che è insieme beatificante e terrificante? Cosi appare la morte in questo spettacolo. Che cosa spinge i viventi – sembra chiedere Susanne Kennedy – a non lasciar andar via i morti se non il desiderio del contatto con questa sfera? In un’intervista chiede. «Perché abbiamo continuamente bisogno sulla scena di personaggi che ci mordono, che come Medea uccidono i loro figli? Ora si muore di nuovo – e noi stiamo a guardare». Abbiamo bisogno di vedere Medea uccidere i figli, di vedere Amleto morire, Orfeo vagare negli inferi, dice ancora Kennedy in un’altra intervista. La morte è un’ossessione e una prospettiva di osservazione nel suo teatro. Alla sua messinscena dell’Orfeo di Monteverdi nel 2015 ha dato come sottotitolo: “Eine Sterbeübung”, ovvero “un esercizio a morire”.

Virgin Suicide è coprodotto dalla Volksbühne di Berlino, dove Kennedy dalla stagione 2017/18 lavora come regista e componente del team del nuovo direttore Chris Dercon. Dopo il teatro politico e postdrammatico della gestione Castorf, insuperabile laboratorio di critica teatrale al tardo capitalismo, avremo dunque un teatro postdrammatico e tecno-spiritualista, perfettamente in linea con il nostro capitalismo neoliberista e digitale. «Naturalmente io credo che abitiamo in un sistema che rende malati. Ma noi abbiamo molte forze proprie per poter dar forma alla nostra vita. In questo paradosso noi dimoriamo», ha dichiarato Kennedy. Cancellata perciò è la tragedia borghese raccontata nel romanzo. Non c’è tanto da temere: la vita offesa ha ancora molte forze per rigenerarsi. Non c’è più bisogno di impegno politico, preoccupazione per il comune. La meditazione offre sempre la possibilità di sottrarsi a tutto. Come alle cinque ragazze il suicidio. Timothy Leary ha l’ultima parola: «Each moment a joyous discovery. The world will glow for you». E poi ancora: «Accept. Enjoy. Merge. Glorify. Glorify. Glorify». Lasciarsi andare, lasciarsi portare da quel che è, trovare la gioia e la scoperta nell’attimo. Consegnarsi al puro presente, abbandonando ogni disposizione critica per la ricerca dell’estasi? Quel che più colpisce dello spettacolo è proprio la mancanza di una distanza critica. Tutto si muove in una zona grigia tra ermetismo e kitsch esoterico, tra esperienza autentica di sconfinamento e affermazione dell’esistente. La spiritualità porta abiti talmente goffi e improbabili che si stenta a credere che non si tratti di satira. Ma poi ci si chiede quanto quest’effetto sia voluto. La regista ha pubblicamente dichiarato che ciò che le interessa più di tutto è l’ironia. L’ironia, però, può essere cose molto diverse: può essere animata dal desiderio di un altro stato del mondo oppure – come pare in questo caso – può essere cieca, perfettamente complice del presente, e preoccupata solamente di se stessa. Proprio come l’individuo neoliberista, e l’arte ch’egli predilige.