Tradurre il mondo

Luigi Marfè

Un uomo giapponese, in vacanza in Marocco, regala un fucile alla sua guida, che lo vende a un pastore, che lo presta ai figli; uno di loro spara verso un pullman e colpisce una turista americana in vacanza con il marito, i cui figli, a loro volta, rimasti in California, sono portati dalla governante messicana a una festa di matrimonio, oltre il confine, e al ritorno, per evitare la polizia, finiscono a vagabondare nel deserto… La storia che Alejandro González Iñárritu racconta in Babel (2006) è un’istantanea del presente, che rappresenta la trama di relazioni che si intrecciano, a livello globale, tra gli spazi della modernità.

Del resto, che l’esistenza individuale si allacci a eventi che avvengono dall’altra parte del mondo, o, come diceva Gadda, che il battito d’ali di una libellula che vola a Tokyo possa innescare reazioni capaci di raggiungerci, è ormai esperienza di ogni giorno. L’immaginario comune attribuisce a questa interrelazione di eventi su scala planetaria una serie di etichette-feticcio – “globalizzazione”, “mondializzazione”, e così via – che ciascuno è convinto di conoscere perfettamente, fino a quando non si trova a doverle definire. Allora il discorso si arena, poiché le categorie che tradizionalmente associamo al discorso sui luoghi – locale/globale, universale/individuale, identità/differenza, estraneo/familiare, e così via – risultano quasi inservibili. Il mutamento di scala è così ampio da trasformarsi, per parafrasare Paul Valéry, in un mutamento nell’ordine delle cose.

Tra i libri che meglio hanno saputo spiegare le ragioni e le conseguenze di queste trasformazioni, va senz’altro annoverato Passaggio a Occidente (2003; 2009) di Giacomo Marramao, nel quale viene proposta una vera e propria “filosofia della globalizzazione”, che suggerisce di ripensare a tutti i fenomeni attinenti alla sfera pubblica della contemporaneità in maniera dinamica, come frutto di un’inevitabile, fluida e ininterrotta interrelazione di globale e locale, di identità e differenza.

A distanza di anni, Bollati Boringhieri pubblica un nuovo libro su questo tema, Filosofia dei mondi globali, a cura di Stefano Franchi e Manuela Marchesini, che raccoglie interventi di studiosi come Peter Baker, Martin Jay, Andy Lantz, Hayden White e molti altri, i quali provano a spiegare il significato germinativo che le tesi di Marramao hanno avuto (o potrebbero avere) in campi di applicazione diversi da quello originario, e pongono nuovi interrogativi cui l’autore stesso risponde nell’ultimo capitolo del volume, ricapitolando il senso e gli obiettivi del suo lavoro. Come pensare il “passaggio a Occidente” di aree che ne sono state a lungo ai margini? Come immaginare, nel nuovo universalismo delle differenze proposto da Marramao, le istanze di resistenza a quello stesso universalismo? Qual è la funzione del linguaggio nell’ambito del “passaggio a Occidente”?

La metafora del “passaggio” – ridiscussa in Filosofia dei mondi globali – indica la rotta di una “ragione navigante” che si pone domande come queste. La globalizzazione è per Marramao “passaggio a Occidente”, in quanto fenomeno in fieri, mutevole nello spazio e nel tempo, che attraverso il locale produce il globale, e attraverso il globale produce il locale. In questo doppio movimento, il “passaggio a Occidente”, naturalmente, è insieme “passaggio” della società occidentale verso una ridefinizione di se stessa in senso plurale, e “passaggio” globale verso uno spazio pubblico transnazionale pensato come “community of communities”, quando non addirittura come una “comunità di senza-comunità”.

Se la filosofia politica è stata a lungo impegnata a “disincantare la politica” e a “mitizzare l’identità”, Marramao invita, all’opposto, a “demitizzare l’identità” e a “reincantare la politica”, pensando alla sfera pubblica come a una “formula satura”, inevitabilmente (e fortunatamente) sempre incompiuta, in cui la dimensione simbolica non sia più considerata un ostacolo al dialogo, ma il suo strumento privilegiato. Non è casuale il riferimento alla “dimensione simbolica” e al “reincantamento” della politica: un aspetto decisivo delle tesi di Marramao, centrale anche nei saggi di Filosofia dei mondi globali, è la convinzione che lo spazio dell’incontro tra l’“universale” e la “differenza” sia il linguaggio e, in particolare, la retorica del linguaggio narrativo, che per sua stessa natura è transitorio, sempre perfettibile: “una democrazia che voglia essere in grado di fronteggiare le sfide del presente”, scrive Marramao, dovrebbe “dare spazio, oltre che alle dimensioni della razionalità procedurale e argomentativa, alla dimensione narrativa […] intesa come medium di partecipazione di soggetti narranti”.

La scommessa è quella di immaginare uno spazio pubblico transazionale, che, come lo spazio della traduzione, riesca a trasformare l’incontro con la differenza in un atto di interpretazione e di creazione di un nuovo possibile universalismo. La traduzione si pone oltre il semplice riconoscimento della diversità culturale, poiché implica un continuo trapasso, una continua rinegoziazione di un’istanza nell’altra, nella consapevolezza che qualcosa si possa perdere, ma qualcos’altro produrre. Marramao osserva in questo senso come, allo stesso modo, lo spazio pubblico transnazionale del “passaggio a Occidente” possa essere uno spazio di traduzione culturale: “L’universale va ricostruito come istanza di traduzione delle spinte universalizzanti presenti nelle differenti culture […] Nella lucida consapevolezza che nel tradurre vi è sempre un resto: qualcosa che rimane… lost in translation”.

Il “passaggio a Occidente” sarebbe, in questa prospettiva, una forma di traduzione, non da una lingua all’altra ma, potremmo dire, ma da una cultura all’altra. Marramao invita a ripensare l’universalismo sulla base di una logica della contingenza, aperta e mai conclusa: “In questo tempo del passaggio a Occidente”, scrive, “dovremo ancora a lungo obbedire a una doppia ingiunzione: disponendoci a scrivere con una mano la parola universalismo, con l’altra la parola differenza. E resistendo alla tentazione di scrivere entrambe le parole con una mano sola. Poiché sarebbe, comunque, la mano sbagliata”.

Filosofia dei mondi globali. Conversazioni con Giacomo Marramao

a cura di Stefano Franchi e Manuel Marchesini

Bollati Boringhieri

pp. 182, euro 17

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