Narciso ed Erisittone figure del capitalismo contemporaneo

Paola Gentile

Pubblicato lo scorso settembre in Francia e per il momento accessibile al solo pubblico francofono, il libro di Anselm Jappe, La société autophage, pronuncia una critica delle più radicali al modo di produzione capitalista. L’autore – di origine tedesca, ma attivo soprattutto in Francia- è uno dei principali rappresentati della Wertkritik (critica del valore), indirizzo teorico che, dagli anni ‘90, rappresenta una delle voci più originali nell’ambito della critica del capitalismo. In continuità con i lavori di Marx, ma rompendo con gli schemi del marxismo tradizionale, i teorici di questa corrente considerano il valore come la categoria centrale del capitalismo, in cui la produzione, finalizzata all’accrescimento del capitale, è organizzata in base alle esigenze della valorizzazione e indipendentemente dai bisogni reali. È questo il retroterra teorico del lavoro di Jappe che si presenta come una continuazione delle sue ricerche precedenti, la maggior parte ancora inedite in Italia. Il titolo – in italiano: La società autofaga – anticipa la prospettiva generale che orienta l’analisi: la società, nel regime di produzione capitalista, divora se stessa, predisponendo la sua autodistruzione. Questa inquietante personificazione si ispira al mito di Erisittone, re di Tessaglia che abbatte un albero sacro a Demetra per costruire una sala da pranzo. Non lo distolgono dall’intento sacrilego né l’apparizione della dea, né le proteste degli inservienti, né il sangue che sgorga dalla corteccia; la divinità lo condanna perciò a soffrire una fame inesauribile che lo spinge a dilapidare tutte le sue ricchezze. Infine, non riuscendo a sfamarsi, Erisittone comincia a dilaniare le sue proprie membra per potersene cibare. La sua storia si presta a un accostamento metaforico quanto meno angosciante con la realtà capitalista, in cui la smania di profitto sembra non temere la più cruenta catastrofe. Tuttavia, l’opera di Jappe non si limita a prendere in conto la distruzione materiale che il capitalismo implica; le tendenze suicidarie di cui il capitale è vettore, sono esaminate soprattutto nell’evoluzione della sfera psichica, la cui analisi è integrata da argomenti di ordine antropologico e sociologico.

La tesi dell’autore – che sceglie di battere una pista inusuale nelle ricerche di ispirazione marxiana – è che sia in corso una regressione antropologica, effetto del pieno sviluppo del capitale. Il metodo di indagine varia nei diversi capitoli, passando dalla critica delle categorie capitaliste, alla riflessione storiografica sul tema del soggetto nella filosofia moderna e alla psicanalisi. Descartes inaugura nella tradizione filosofica occidentale il primato del soggetto che corrisponde storicamente agli inizi dell’affermazione della classe borghese e dell’economia capitalista. Parallelamente allo sviluppo della produzione e dell’organizzazione sociale moderna, ha luogo una trasformazione del soggetto e della sua rilevanza nella sfera sociale, tanto nel ruolo oggettivo, quanto nel modo soggettivo di percepirsi. Il soggetto descritto da Jappe è preso in una dialettica patologica basata sull’antinomia tra delirio di onnipotenza e senso di impotenza che rinvia alla figura psicanalitica del narcisista. Al narcisismo è dedicata un’ampia trattazione che passa in rassegna lo spettro di caratterizzazioni attribuite a una dei concetti psicanalitici più complessi e dibattuti, il cui tratto principale è l’incapacità del soggetto che ne è affetto di relazionarsi all’alterità e fare esperienze nel mondo. Ripercorrendo le tesi degli autori che si sono occupati dello stesso tema – tra i più noti Fromm, Marcuse, Adorno, Lasch – Jappe sostiene che l’individuo contemporaneo ha interiorizzato i dettami della produzione capitalista al punto da percepirsi in funzione di essa.

Come nel sistema capitalista la produzione di merci per il fabbisogno sociale è subordinata all’imperativo di produrre la maggiore massa di valore a prescindere dalla forme che materialmente riveste, così l’individuo, subordinato al ruolo che il capitale gli assegna, si identifica come mero agente della valorizzazione, generalmente sostituibile e, al di fuori del sistema, superfluo. Ne deriva un impoverimento del potenziale immaginativo e pratico che, riflettendosi tanto nella psiche individuale quanto sul piano collettivo, contribuisce a spiegare la progressiva dissoluzione dell’orizzonte rivoluzionario della classe lavoratrice. Nella sua fase attuale il capitalismo dà prova di una capacità di integrazione che, negli ultimi decenni, ha subito un’accelerazione significativa anche grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie che, diffuse su scala globale, rendono gli individui al contempo meno autonomi e più divisi. Questa tendenza regressiva coinvolge omogeneamente l’insieme della collettività. Di particolare interesse, anche se meno compiuto degli altri, è l’ultimo capitolo del libro, in cui i fenomeni di uccisione di massa che si presentano come comportamenti folli di personalità problematiche – dalle uccisioni nelle scuole o in altri luoghi pubblici, fino agli attentati – sono considerati alla luce della pulsione di morte e di quella che l’autore definisce la crisi della forma-soggetto. Tali gesti omicidi, spesso culminanti nel suicidio, sono interpretati come lo sbocco più drammatico del senso di frustrazione e impotenza che la società capitalista infonde agli individui più deboli. Essi testimoniano di come l’astrazione dell’aspetto qualitativo che dirige il movimento del capitale, può trasmettersi agli individui in forme diverse, fino al tragico eccesso che si risolve nella volontà di fare astrazione della vita propria e altrui. Nonostante il merito di rivolgere nuova attenzione a eventi che i discorsi anticapitalistici tendono a spiegare secondo il paradigma classico dell’ideologia, l’argomentazione sembra non tener ridurre la complessità del fenomeno in questione, tralasciando fattori –quali ad esempio la provenienza sociale e i trascorsi individuali dei soggetti- che meriterebbero quanto meno una refutazione.

La tesi generale per cui l’analisi di Jappe differisce da gran parte dei discorsi critici contemporanei e a cui si sono ispirati i movimenti di piazza degli ultimi anni, è che la principale contraddizione del sistema capitalista non sia da ricercarsi nell’antagonismo tra una minoranza che trae profitto dal capitale e una maggioranza che lo subisce; benché il sistema sia effettivamente vantaggioso per un’esigua porzione di popolazione, sarebbe illusorio credere che liberandosi della “classe capitalista” il problema sarebbe finalmente risolto. Ciò che si deve eliminare al più presto per arrestare la degenerazione in corso, è il rapporto sociale capitalista che, nelle sue differenti declinazioni, costituisce la matrice di tutte le relazioni interpersonali che reggono la società. Per farlo non c’è altra via che l’abolizione immediata del dispositivo che tiene in vita il “soggetto automatico” che è il capitale, ovvero l’abolizione del rapporto salariale, del denaro, del valore astratto.

La critica di Jappe è tanto originale nel suo approccio, quanto radicale nelle sue conclusioni. Quello che gli si può rimproverare è un cedimento, in alcuni punti del libro, a toni vagamente moralisti che abbassano il mordente critico, nonché una differenza di accuratezza nelle argomentazioni. Comunque, malgrado la densità concettuale e l’abbondanza di riferimenti che possono talvolta sfuggire al lettore, lo stile vivace e mai pedante dell’autore, permette una lettura agevole che favorisce la riflessione. Non possiamo che augurarcene una prossima traduzione in italiano, che rappresenterebbe altresì un primo passo verso il recupero del ritardo nazionale nello scenario del pensiero anticapitalista ispirato alla critica del valore.

Anselm Jappe

La société autophage

La Découverte

pp. 248, euro 22

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