Hey, Baby, Take A Walk On The Wild Side

Manuela Gandini

dedicato a quelli che vanno: Jannis, Chiara, Anur, Milli… & Co.

  • C’è un uomo vestito di nero che percorre l’Europa. Porta con sé due enormi valige dalle quali non si separa mai. Sulle spalle ha uno zaino ingombrante. Occhiali. Sorriso. Una spaziosa pelata. Occhi mobili e gentili. Siede al bar e, fissandoti, comincia la sua storia di guerra e di arte, estraendo, dalle borse, uno ad uno, pesantissimi fascicoli e voluminosi cataloghi. Prima di pranzo, a Sarajevo, ordina sempre due bicchieri di Slivovitz: uno per sé e uno per la moglie Jasminka, invisibile e fedele. L’uomo si chiama Enver, Enver Hadžiomerspahić.

  • Nel carcere di Milano-Opera, come in ogni carcere, c’è l’odore pesante delle istituzioni totali. Piedi che si trascinano. Ferro che sbatte. Urla. Lo spazio è compresso. Il tempo lentissimo. Fa caldo, è agosto. C’è un laboratorio di liuteria: un luogo di potenziale astrazione e libertà psichica. Jannis Kounellis, sette mesi prima di andarsene, visita le celle in silenzio, i corridoi, il cortile e i detenuti liutai. E ancora in silenzio si congeda da Giacinto Siciliano, direttore della prigione, avviandosi all’uscita con gli amici Mario Pieroni, Arnoldo Mosca Mondadori e il compositore Claudio Crivelli. Più tardi – quando l’artista avrà realizzato l’opera destinata a girare lungo tutte le carceri del paese – Crivelli scriverà una partitura per “Il Violino di Kounellis”.

  • C’è una casa piena di libri. Una quotidianità “normale”: famiglia e parole. Odore di caffè. C’è un uomo che vive nel tremore da dieci anni. L’uomo è un poeta. Si chiama Daniele Pieroni. In un testo struggente parla della sua invisibile cella collocata nel Carcere di Parkinson. “Ho letto di quella sensazione di silenzio grave e profondo dopo la chiusura del gabbio: lo stesso che ho avvertito dopo la diagnosi.” scrive ai detenuti nel libro “Il Violino di Kounellis”.

  • C’è una donna sdraiata sul letto che sta consumando le ultimissime ore della vita. Si chiama Milli Gandini. La voce si è ritirata da giorni, il corpo è rigido. Le pupille, lontanissime, sono spilli in due laghi verdi. Mentre si diffonde per la casa un’aura mistica e la candela brucia davanti al Budda, roteano attorno a noi – come negli Addii di Umberto Boccioni – persone, treni, impressioni e fumi. Torna in mente, per contrasto, la vivacità delle notti milanesi, gli slogan delle manifestazioni delle donne, le opere a punto e croce della serie chiamata “La Mamma è uscita”. Intanto Michele Fedrigotti esegue per lei la sonata n. 14 di Beethoven per pianoforte. La mamma, la mia mamma, stavolta sta uscendo definitivamente dal mondo e non in senso politico. La musica sospende per un momento vita e morte trascinandole in un territorio metafisico. Mentre il cuore mi si spezza si spalanca il cosmo.

  • Enver da venticinque anni costruisce un museo d’arte contemporanea a Sarajevo che si chiama Ars Aevi. È fatto con le opere donate, durante la guerra, dagli artisti più importanti al mondo. Ma è un museo strano: c’è la collezione, c’è il progetto del building di Renzo Piano, c’è il terreno, c’è l’appoggio di tutte le istituzioni internazionali, ma fisicamente non esiste. E’ chiuso nelle due grandi valige che Enver, l’uomo vestito di nero che s’aggira per l’Europa, porta sempre appresso.

  • Passa del tempo. Poco prima di morire a febbraio, Kounellis realizza la sua ultima opera per il carcere di Opera. Adagiato su una graticola, in una scatola di ferro, c’è il violino donatogli da Erjugen e Nicola, i due liutai della prigione. Ha sostituito le corde con il filo spinato per una drammaturgia estrema della vita. “Non aspetto la morte – mi ha detto un giorno l’artista – le corro incontro”. La nostra permanenza terrestre – sullo sfondo di una cagiana colonna sonora – prevede il sanguinamento delle mani, l’esposizione di quarti di bue su lastre metalliche, la distruzione della bacchetta e il raggiungimento del vero silenzio.

  • Jannis tu lo hai raggiunto. Lì dove sei ora hai ritrovato i proprietari dei cappotti delle tue installazioni? E le parole dei libri che sono bruciati con il bombardamento della biblioteca di Sarajevo? Mamma tu lo hai raggiunto. Sei forse diventata la sposa di Cristo? Come sognavi quando eri in collegio per salvarti dalla tirannia delle suore, prima di diventare ragazza madre e in seguito femminista e artista? E tu, Chiara Fumai, dove sei tu? Cammini con gli spiriti di Madame Blavatsky, Ulrike Meinhof e Valerie Solanas, evocati in performance straordinarie e spaventose prima che, a ferragosto, decidessi di impiccarti in galleria?

  • E cosa rimane di noi che siamo al momento quelli che restano, nell’indistinta foresta degli stati d’animo boccioniani?

  • Il giorno nel quale si annunciava la candidatura al Nobel di Ars Aevi, Anur Hadžiomerspahić, unico figlio di Enver, è morto. Portava con sé – nel suo lavoro di artista lucido e impietoso nei confronti della finzione sociale contemporanea – le conseguenze irreversibili di una guerra (in e out) mai finita.

  • Enver, rimasto solo al cimitero musulmano dopo il funerale del suo unico figlio, estrae dalla tasca l’inseparabile flauto e rivolgere al cielo grigio una musica straziante.

  • In questa sinfonia d’inverno – mentre il mondo fenomenico arraffa, si maschera e consuma quanto più possibile – penso a quelli che vanno e rileggo le parole di Laurie Anderson a proposito di Lou Reed: “Non si arrese sino alla sua ultima mezz’ora di vita, quando all’improvviso accettò – tutto insieme e completamente. Eravamo a casa – lo avevano dimesso dall’ospedale pochi giorni prima – e nonostante si sentisse molto debole – volle uscire nella luminosa luce del mattino. Come meditanti eravamo pronti a questo – a spostare l’energia su dalla pancia nel cuore e fuori dalla testa. Non ho mai visto un’espressione altrettanto piena di stupore come quella di Lou mentre moriva. Con le mani eseguiva la 21ma forma di Tai Chi, l’acqua che scorre. Aveva gli occhi spalancati. Stavo tenendo tra le braccia la persona che più amavo al mondo, le stavo parlando mentre moriva. Il cuore si arrestò. Non aveva paura. Mi era stato dato di accompagnarlo sino alla fine del mondo. Alla vita – così bella e abbagliante – non si può chiedere nulla di più. E la morte? Credo che lo scopo della morte sia il rilascio dell’amore…”

Hey, baby, take a walk on the wild side!

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