Per una politica della composizione

Collettivo UniNomade

A lungo impresa e lavoro sono apparsi concetti inoperosi dal punto di vista del conflitto di classe. Oltrepassata da una nuova economia del tempo (che abolisce le frontiere tra vita e lavoro) e dello spazio (con la messa in produzione della metropoli e dei territori), l’impresa non è da tempo «luogo» cruciale del conflitto, a sua volta allontanatosi dalle grandezze (orario, salario, organizzazione del lavoro) che davano le coordinate della lotta di classe nel fordismo. Ciò non significa che i conflitti sul lavoro siano scomparsi. Nei paesi emergenti sono spesso conflitti «orario e salario» che retroagiscono a livello globale; non pochi osservatori scommettono oggi su una parziale reindustrializzazione dei paesi occidentali. In Europa prendono forma intorno alla privatizzazione del settore pubblico e all’intensificarsi dello sfruttamento nelle produzioni a forte intensità di scala. Le lotte del lavoro, però, non hanno più assunto carattere generale né imposto l’agenda politica. Nonostante ciò, nella formazione soggettiva (politica) dei protagonisti delle nuove lotte nella crisi, le forme del potere e del comando nei rapporti di produzione non hanno parte marginale. La questione del precariato andrebbe osservata anche sotto questa luce.

A monte dei processi di politicizzazione di parte dei nuovi precari non è solo l’impossibilità di convertire gli investimenti educativi in (buona) occupazione, base discorsiva dei progetti di ristrutturazione del mercato del lavoro, ma anche la banalizzazione delle capacità individuali e sociali, come esito dell’«impresizzazione» del tempo e spazio sociale. Il capitalismo contemporaneo (le imprese) si nutre delle prerogative biologiche, delle relazioni, dei pensieri dei produttori, al punto che lo stesso tempo di non lavoro è impresizzato, il consumo organizzato secondo criteri industriali, e molte attività sociali, nella rete e sul territorio, sussunte nel ciclo della valorizzazione. È la vita quotidiana, dunque, che tende a organizzarsi in senso imprenditoriale, poiché la lavorizzazione del sociale rende permeabili i confini tra impresa e società. Questo imperialismo della forma impresa sulle vite non può essere descritto come un potere impersonale: a monte della «cattura» del valore sociale esistono infatti catturatori organizzati. È necessario dunque chiedersi che parte abbiano le imprese in questa dinamica(1).

Nel capitalismo industriale l’impresa (il capitalista o il management al suo servizio) «orchestrava» la cooperazione sociale, organizzando direttamente mezzi «freddi» e uomini in rapporto tra loro. Il passaggio al capitalismo finanziario e cognitivo (che non allude in generale solo ad attività knowledge intensive, a fortiori nella provincia italiana) è trainato, viceversa, dal tendenziale divenire autonomo della cooperazione sociale; conoscenze, attitudini, linguaggi, sono mezzi di produzione «caldi» incorporati nel lavoro vivo. È questa capacità umana cooperante la base del processo di accumulazione dopo Ford. Ciò non significa che lo sfruttamento industriale sia scomparso. I creativi della Apple hanno sempre bisogno di una Foxconn, dall’altra o in questa parte del mondo, che produca i supporti materiali dei nuovi media, con i livelli di sfruttamento che tutti conoscono. Molte attività del cosiddetto «terziario superiore» sono oggi organizzate in forme del tutto prescrittive e seriali. Neanche nel capitalismo industriale, peraltro, il lavoro era solo prestazione fisica (i padroni pagavano quella, ma utilizzavano molte altre facoltà dei lavoratori). Tutto ciò non nega però l’evidenza di un salto di paradigma, consumatosi da decenni: piuttosto, ci dice che nel nuovo capitalismo convivono e s’ibridano più forme dell’accumulazione, modalità di comando sulla produzione, più storie del lavoro.

 A fronte dell’autonomia del lavoro cognitivo e della sua capacità di autodirezione del processo produttivo sociale, si rischia d’immaginare che le imprese esistano come pura convenzione che sopravvive alla vecchia funzione direttiva. Chiariamo: laddove la produzione diventa comune, l’imprenditore schumpeteriano è morto: il capitale cattura a valle ciò che sempre meno riesce a organizzare a monte della produzione. Non per questo il controllo sul lavoro è divenutomeno importante. Leggiamo anzitutto in questi termini il progetto Monti-Fornero di riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali. Un secondo rischio, indotto dall’immane potenza accumulata dal capitale finanziario, è pensare le imprese come «vittime» della «finanza globale» e delle sue logiche speculative. Questa rappresentazione vede convergere un certo localismo produttivistico «padano» e ampi settori di opinione pubblica progressista, nonché molti sindacalisti e attivisti dei movimenti. In essa scompare il legame osmotico che in realtà salda rendita e profitto; tra finanza e cosiddetta economia reale c’è molta più convergenza di quanto pretendano Confindustria e certi editorialisti vicini alle medie imprese del Made in Italy. Per una parziale ma più esaustiva messa a fuoco del funzionamento dell’impresa nel capitalismo cognitivo occorre volgere lo sguardo alle peculiari forme di governance del lavoro e della cooperazione sociale affermatesi negli ultimi decenni. L’impresa è sempre più, infatti, management di economie di rete e apprendimento, forma organizzata della cattura sulla cooperazione sociale e campo di soggettivazione del lavoro.

Proprio la rilevanza assunta dagli elementi soggettivi del lavoro vivo, presuppone che le capacità umane debbano essere costantemente ri-prodotte e lavorizzate (messe al lavoro). Il problema quotidiano, per i capitalisti, è trasformare capacità umana generica in «lavoro cognitivo», potenza in funzionamenti (valore economico e finanziario). Il lavoratore cognitivo deve essere reso quotidianamente disponibile a socializzare la sua capacità cognitiva, a rendere performanti corpo e mente, a incanalare esperienza, sapere, sentimenti in sequenze di pratiche generanti valore in modo non rituale e adempitivo. Nella formazione di questa disponibilità c’è sempre l’elemento del ricatto: la precarietà, l’indebitamento individuale e collettivo, la minaccia della delocalizzazione, quella dell’espulsione. Il ricatto non spiega tuttavia il consenso raccolto per anni, presso ampi strati di nuova composizione sociale e le generazioni entranti, dall’etica del lavoro «postfordista», «creativo», «della conoscenza»! A lungo tantissime persone hanno ritenuto, tramite il lavoro, di soddisfare bisogni di gratificazione personale, riconoscersi in un progetto, sentirsi utili o creativi. Nella transizione al capitalismo cognitivo e finanziario si era dunque realizzato un patto implicito tra nuova composizione del lavoro e capitale. È anche per questa ragione che possiamo sostenere che l’impresa del capitalismo finanziario e cognitivo è «forma corrotta del comune».

Questa soggettività cooperante e cognitiva è prodotta anzitutto nelle agenzie formative, in senso ristretto (scuole e università) e allargato (media, produzioni culturali ecc.); nessun progetto di cambiamento può saltare una riappropriazione dei processi formativi e delle istituzioni del welfare. Le imprese (o almeno molte di esse) non si limitano però a usare le capacità umane prodotte nelle istituzioni collettive, ma partecipano attivamente alla produzione del lavoratore cognitivo, come testimoniano lo sviluppo dei knowledge management systeme la crescente rilevanza di veri e propri dispositivi soggettivanti come la responsabilità sociale d’impresa, i diversity management, l’impronta etica. Come un parassita l’impresa si nutre delle energie vitali prodotte dalla cooperazione sociale, ma non è mai attore passivo. Dunque fatichiamo a intravedere progetti radicali di cambiamento che non affrontino questo nodo. Queste considerazioni hanno conseguenze politiche. Il dato nuovo su cui scommettere, nella crisi del capitalismo finanziario e cognitivo regolato secondo logiche neoliberali, è la diffusa messa in discussione dei dispositivi di assoggettamento che hanno funzionato per vent’anni. La crisi riconfigura il campo: ci troviamo di fronte a un salto reale, dove le persone hanno o avranno il problema di progettare e riprogettare le vite su nuove basi. Qui si apre lo spazio per immaginare un nuovo rapporto tra vita e lavoro, società e impresa, forza lavoro sociale e lavoro industriale.

Proprio il mancato incontro tra nuovi poveri che lavorano, classe operaia impoverita e frazioni di classi medie che esperiscono un declassamento, è alla radice di alcuni limiti, in termini di potere vulnerante, dei movimenti impostisi sulla scena in questi anni. Non si prefigura qui un’alleanza sociale sotto il segno della rappresentanza politica, ma una politica della composizione. Questa composizione non si dà naturalmente, neanche quando tra le differenti frazioni del lavoro sociale, a ben vedere, vi sarebbero interessi comuni. La riforma del mercato del lavoro, in teoria, apre al possibile incontro, sul terreno del commonfare e di un reddito di base incondizionato e universale, tra precariato e lavoro industriale privato degli ammortizzatori sociali fordisti. Non è così, nella realtà. Affinché composizione si dia, occorre un lavoro militante volto a moltiplicare le nostre fabbriche della soggettività, individuare i campi di sedimentazione di autonomia e i tratti di generalizzazione. La politica della composizione, in secondo luogo, deve sapere schierare intorno a obiettivi comuni una molteplicità di forme del conflitto. È evidente che il rifiuto del lavoro dell’operaio-massa non è riproducibile dentro le trasformazioni produttive degli ultimi decenni. E tuttavia, nel momento in cui l’intera composizione del lavoro vivo è socialmente espropriata, il punto è individuare quali forme di rifiuto siano praticabili, a partire dal rifiuto della socializzazione delle «responsabilità», ovvero dell’«interesse generale» del capitalismo in crisi. Da qui anche la necessità di approfondire la conoscenza dei movimenti atipici, come ad esempio quello dei forconi.

Lotte che deflagrano nella filiera gerarchica che connette produzione agricola, logistica, trasformazione, distribuzione. Sappiamo ancora poco di come lotta il lavoro cognitivo. Lo vediamo nelle lotte universitarie, nei movimenti Occupy, anche nel movimento No Tav. Assai poco nelle imprese. Parliamo di soggetti che non si percepiscono come lavoratori, la cui critica verso le gerarchie aziendali si fonda sul ritenere di «saper fare meglio» dei manager, il cui senso di frustrazione ha alla base la banalizzazione delle competenze. Più interessati, forse, a orientare la produzione (cosa e come produrre), impadronirsene dei fini, che non a bloccarla. E per le stesse ragioni, più propensi ad agire nel territorio per la difesa dei «beni comuni», che non all’interno dei rapporti di produzione classicamente intesi.Queste differenze e difficoltà, che sarebbe irresponsabile non vedere, costituiscono però anche la potenzialità di un programma comune tra forza operaia e forza cognitiva precaria, radicato nell’intera ricchezza della cooperazione sociale.

Questo intervento recupera e sintetizza una serie di contributi prodotti dal Collettivo Uninomade nell’ambito del seminario Impresa e soggettività, tenutosi il 24 e 25 marzo a Torino, consultabili in http://uninomade.org/impresa-e-soggettivita/. Il Collettivo Uninomade è una rete di ricercatori e attivisti impegnati in un percorso di autoformazione e dibattito pubblico sui concetti, i linguaggi e le categorie che le esperienze teoriche e pratiche dei movimenti hanno espresso negli ultimi anni.

1. «Marx rilevava che il ruolo fondamentale del capitalista nel processo produttivo, immanente ai meccanismi dello sfruttamento, era quello di predisporre le condizioni della cooperazione (portare gli operai in fabbrica, fornire i mezzi di produzione, organizzare un piano della cooperazione […] il capitalista assicura la cooperazione, Marx lo immagina come un direttore d’orchestra […] Nella produzione biopolitica il capitale non organizza più la produzione o perlomeno non nella stessa misura», M. Hardt, T. Negri, Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, Milano 2010.

Dall’ora globale all’ora locale

Franco Piperno

“Il presente musicale viene costruito permettendo a dei suoni d’essere in sincronia mentre altri stanno in un rapporto di prima e di dopo. Il presente della comunità è costruito permettendo ad alcune azioni di dispiegarsi in contemporanea mentre altre sono soggette alla relazione di prima e di dopo. Il tempo non ha direzione, non scorre.” Pataturk.

I. La crescita esponenziale ed il tempo dell’impero

Via via  che l’unificazione del mercato mondiale impone a masse crescenti d’esseri  umani  d’adottare, sotto la maschera  dei diritti  universali,  l’interesse composto — ovvero la crescita esponenziale —  anche i ritmi e gli strumenti di lavoro diventano simili, mentre quelli scientifici per parte loro risultano identici. Va così  rattrappendosi  la molteplicità dei modi temporali costruiti fin dall’inizio della storia della nostra specie. A differenza delle religioni o delle ideologie politiche che, pur essendo intolleranti le une verso le altre, ammettono al loro interno ampie variazioni, la civilizzazione ipermoderna – ovvero la crescita esponenziale —  consente solo differenze irrilevanti da un paese ad un altro; mentre il calcolo scientifico, come il gioco degli scacchi,  non ne consente nessuna.

Si badi, gli Imperi a noi contemporanei — USA, Unione Europea,Cina, India, Federazione Russa, Brasile — non si contrappongono  come civilizzazioni alternative,irriducibilmente diverse;  si limitano a competere tra di loro In quanto capitalismi imperiali per i quali la misura del successo è data dai tassi di crescita  nella produzione di merci per il mercato mondiale unificato. Emerge, così, proprio nell’attualità della crisi che stiamo vivendo, una inedita e qualche po’ raccapricciante forma di cooperazione generalmente umana, quella di un mondo globale temporalmente omologato, dove la tecno-scienza  assicura, in primo luogo tramite il computer, la così detta “governance”, ovvero il dominio del progresso, il dominio dell’interesse composto.

Marx, sia detto per inciso, che pure intuiva la tendenza famelica del capitale a mangiarsi il mondo, aveva pure intravisto, in questa sciagura, una uscita di sicurezza : l’omologazione mercantile come condizione di possibilità per il riaffiorare di una potenzialità naturale, quella dell’individuo sociale, dalla coscienza enorme, all’altezza del la specie. Va da sé che il capitalismo non ha aspettato la globalizzazione  per imporre, tramite i missionari ed il mercato — che usano andare insieme —  la sua temporalità alle comunità umane; giacché, in effetti, un mercato mondiale è sempre esistito. Ciò che è proprio all’epoca nostra è che il mercato, prima segmentato dai confini di stato, oggi è unificato e governato dallo stesso criterio, quello della crescita esponenziale.  Sicché i diversi mercati mondiali che prima costituivano dei sotto-sistemi aperti oggi sono collassati nel mercato unico che è per sua natura un sistema chiuso. In un sistema chiuso, che confida  solo sulle energie e le informazioni  che esistono al suo interno, ogni trasformazione anche quella più minuta e irrilevante, poniamo una truffaldina operazione di borsa,  può dar luogo a grandi instabilità ed ad una degradazione del suo ordine interno. E questo con ragione perché un sistema chiuso è tanto più instabile quanto più complesso.

II. Complessità e computer

Ora non v’è dubbio che l’unificazione del mercato mondiale abbia comportato un drastico aumento della complessità del sistema — complessità che, grosso modo, è proporzionale al quadrato del numero degli elementi del sistema. Il grado di complessità del mercato globale è tale che non può avere nessuna rappresentazione mentale: l’esperienza corporea è del tutto muta davanti a sistemi composti da un grande, grandissimo numero di elementi, ovvero le proprietà di questi sistemi sono contro intuitive. Ed è ben per questo che si usano i saperi statistici, il calcolo delle probabilità e le macchine informatiche in grado di effettuare milioni d’operazioni al minuto – così  le burocrazie imperiali sono burocrazie computerizzate. Detto altrimenti: nella nostra epoca la tendenza capitalistica ad unificare il mercato a livello planetario si compie perché esistono dei saperi ed una tecnologia adeguata, il computer.

Nella produzione e negli scambi tra i diversi imperi, nei paesi  intrecciati dal mercato globale, oltre un miliardo di persone usa  quotidianamente il computer come strumento di lavoro e di comunicazione. Sicché si può dire  che sapere usare il computer è divenuta una condizione comune alla stessa stregua che guidare l’automobile o leggere  l’orologio. Il computer, come ogni macchina, richiede un tipo specifico d’interazione che comporta l’impiego di categorie concettuali; queste a loro volta vengono inconsapevolmente trasferite nel modo d’organizzare e valutare anche esperienze totalmente altre dalla fabbricazione di algoritmi; ora, la natura è fatta in modo tale che il numero di telefono non somigli in alcun modo a colui che possiede quel telefono. Infatti, il passo decisivo nella diffusione del computer si è verificato, come osserva J.T.Fraser, non quando il computer è diventato “user  friendly” ma quando, viceversa, l’utilizzatore è divenuto “computer friendly “, ovvero l’uomo appare come protesi della macchina.

La stessa parola computer, un prestito dall’inglese, deriva etimologicamente dal latino ed indica l’azione del computo, del calcolare; il termine italiano corrispondente suona “calcolatore”, ma è scomparso dall’uso, nella nostra lingua, da almeno un ventennio — e questo con ragione a testimonianza dell’egemonia anglosassone nell’uniformare la lingua tecnico scientifica planetaria.

III. Computer e burocrazia imperiale.

Nella storia secolare più recente solo l’orologio è stato l’oggetto merce di uguale potenza simbolica. Come è accaduto per l’orologio da polso, il computer non è solo un oggetto che usiamo ma è anche una merce che ci usa costringendoci spontaneamente in una nicchia ecologica o meglio una sorta di “mondo-ambiente” dove tutto si svolge in maniera affidabile, senza ambiguità e secondo procedure fisse.

Si pensi alla burocrazia di Strasburgo e alla sua trasformazione in computer burocratico europeo, privo di giudizi di valore,z eppo di criteri general-generici che favoriscono l’omogeneizzazione delle condotte e del senso comune. L’uniformizzazione continentale del senso comune ovvero la drastica semplificazione  della varietà delle simbolismi collettivi costruiti nel corso di una storia millenaria mutila la cooperazione umana che si nutre di differenze, impoverendo considerevolmente il magazzino di idee comuni tra le quali scegliere per far fronte ai problemi sociali – niente è più irrazionale che questo mantra secondo il quale bisogna che tutti i paesi  rincorrano la media o adottino la “best practise” a livello europeo.

Il mercato mondiale si regge ormai sugli scambi computerizzati e le borse stesse funzionano su programmi automatici alla elaborazione dei quali hanno contribuito in modo decisivo giusto le “disinteressate“ scienze fisiche e matematiche. Nel mondo della finanza, in un giorno come un altro, la burocrazia computerizzata scambia, tra le banche del pianeta,  oltre duemila miliardi di dollari – equivalente, grosso modo, al valore annuale della produzione lorda del nostro paese;  vengono trasferiti accrediti ed addebiti su centinaia di milioni di conti correnti; si può investire in titoli a Wall Street — mentre la borsa è chiusa — e disinvestire qualche ora dopo, il tutto, che so, tra le tre e le cinque della notte. Val la pena notare che i titoli a lungo termine, poniamo ventennali, preferiti fino a qualche decennio fa, sono stati sostituiti  dai titoli ad un anno, un mese, un giorno o forse più — e questo comporta una velocità, nell’acquisire informazioni ed elaborare le decisioni, che solo i computer sono in grado di raggiungere e mantenere.

Nelle grandi istituzioni sanitarie, i pazienti sono divenuti utenti o meglio semplici numeri mentre il medico appare come mediatore tra l’industria farmaceutica  da una parte ed il malato dall’altra. Il burocrate-computer sanitario è del tutto indifferente nei confronti delle diversità individuali come ben sa chiunque abbia tentato di rimediare ad un suo errore. D’altro canto, solo il computer può assolvere al compito di soddisfare i bisogni sanitari su larga scala — non ci sono abbastanza persone per servire i clienti gestiti dal computer; ed è per questo, del resto, che si usano i computer.

La gestione gerarchica  del mercato mondiale, la cosidetta “governance”, si compie così attraverso il computer,  nodo di controllo e disposizione della immane quantità di collegamenti elettromagnetici che nella loro totalità costruiscono il presente globale: il ritmo impresso dall’interesse composto, il  destino di essere costretti a crescere nella produzione di merci e servizi, tensione sistemica che si offre come la temporalità omogenea dell’intera umanità. Si noti che questa “computerizzazione” dei movimenti di uomini e merci non dà alcuna immunità dalle truffe come mostrano con bella evidenza i conti pubblici truccati della Grecia, dell’Irlanda, dell’Italia e così via; ne esenta dagli errori statistici la probabilità dei quali aumenta in ragione della lunghezza  della striscia o riga d’istruzioni : la presenza di errori imprevedibili se non fatali, nel seno di programmi che richiedono milioni di righe d’istruzioni, è una certezza statistica.

IV. Computer e senso comune

L’introduzione ossessiva del computer nella industria e nei servizi svaluta la cooperazione in presenza a favore della cooperazione a distanza o virtuale. La comunicazione umana che è innanzi tutto trasmissione di significati, verbali o non verbali ma in presenza, risulta stravolta e mutilata. Così, nella misura in cui la burocrazia viene innervata dal computer, è inevitabile che le grandi organizzazioni rinuncino ad acquisire conoscenza tramite l’inchiesta sui casi esemplari per alimentare invece e nutrirsi di una conoscenza dirò così statistica, di natura probabilistica. Emerge in questo modo uno  specifico “Umwelt”: l’insieme degli aggregati statistici ordinati secondo il pregiudizio che s’attende che accada ciò che è più probabile.

La statistica per altro tratta solo di oggetti identici; non occorre di più perché l’essere umano trascorra la vita  privato della sua singolarità e gettato nell’anonimato. I computer costringono gli utenti a porre le domande in termini accettabili per la macchina; e perché le risposte non risultino insopportabilmente dispendiose, le domande ammettono solo risposte semplici, in forma alternativa, e.g. sì o no. Così domande che vengono formulate dal senso comune in termini della complessità del presente vissuto, per loro stessa natura cariche d’ambiguità e pluralità di significati – come le questioni  etico-politiche o economico-politiche — vengono poste e risolte tramite calcoli.

Per conseguenza il computer comporta un apprendimento meramente imitativo, come del resto accade per tutta la strumentazione tecnica – per guidare un automobile, perfino per ripararla, non occorre conoscere la termodinamica. La deduzione come l’induzione o l’analisi critica non viaggiano certo nella testa dell’utente, ma divengono attività specializzate di nuovi scribi annidati nei centri di ricerca, nelle fondazioni private, in qualche università o nelle scuole di formazione dei grandi manager.

Detto in altri termini, l’unificazione del mercato mondale comporta un accrescimento della complessità che, come abbiamo notato, è, grosso modo, proporzionale al quadrato del numero dei partecipanti al mercato stesso. Ora la facoltà mentale dell’essere umano di rappresentare la complessità è antropologicamente limitata dalle capacità cerebrali —  e queste limitazioni sono piuttosto severe. Si tenga presente che uno studioso ben allenato da decenni di consuetudine con libri e documenti, riesce a leggere ad un ritmo che al massimo è di un migliaio di parole al minuto; laddove un comune computer portatile può immagazzinare o richiamare, insomma manipolare ben oltre un milione di parole al minuto. Allo stesso modo, la capacità umana  di perseguire tematiche diverse simultaneamente è del tutto modesta; si pensi che se il corpo umano viene sottoposto ad un certo numero di stimoli degli organi di senso, in generale,  non sarà in grado di distinguerne più di sette o otto alla volta. E questo stesso numero indica il ventaglio dei diversi scopi che il cervello può contemporaneamente tenere in mente, senza ricorrere alla memoria, e esaminarli tutti allo stesso tempo prima di prendere una decisione attorno a qualcosa.

Quelle sette o otto idee che siamo in grado di tenere tutte insieme presenti, non sono in generale informazioni dettagliate ma piuttosto idee complesse o teorie che sintetizzano in un unico concetto una massa enorme di minuti dettagli. La capacità d’inventare nomi gravidi di informazioni, e.g: il neutrino, l’universo, l’associazione esterna alla ‘ndrangheta, lo spread tra titoli tedeschi ed italiani, l’atomo, i beni comuni, il big bang, l’eredità genetica, la classe operaia, le equazioni di Maxwell, Ulisse, Amleto, Cicilla, La Gioconda —  questa capacità è il solo utensile immateriale che l’essere umano ha per adattarsi alla complessità della natura. Senza questi attrezzi immateriali che sono le teorie ed i concetti, l’uomo contemporaneo sarebbe costretto all’alternativa spiacevole: o prendere decisioni sulla base di sette o otto dati specifici o affidarsi ad un computer. Ed è quello che, sempre più frequentemente, avviene.

V. Computer e trasmissione del sapere

Si noti che la crescita esponenziale è una  tendenza che attraversa tutta la prassi sociale e non solamente quella propriamente mercantile. Basta pensare alla crescita, anch’essa esponenziale, delle informazioni scientifiche pubblicamente disponibili : vi sono nel mondo oltre centomila riviste scientifiche ed il loro numero raddoppia  ogni quindici anni. Non v’è nessun studioso  in grado di elaborare  tutte queste informazioni e neanche di avere un rapido accesso ad esse; ma se sa usare la biblioteca o ancor meglio la rete è in grado di trovare il dato che cerca – tutto questo, stante la mole dell’informazione, non senza fatica, tanto è vero che qualche volta conviene riscoprire un fenomeno piuttosto che cercare qualcuno che lo abbia già scoperto e descritto.

Una conseguenza significativa  della immane quantità d’informazioni  è che essa accelera la specializzazione del sapere scientifico. Poiché il fisico o il biologo di oggi non ha una capacità cerebrale più sviluppata di quella posseduta da un filosofo della natura, poniamo, all’inizio del settecento, quando le riviste scientifiche erano solo dieci; ne consegue che lo studioso odierno deve per forza restringere il ventaglio di tematiche sulle quali è ben informato. Anche se il fattore di contrazione non dell’ordine di svariate migliaia perché, come abbiamo già osservato, moltissime informazioni  sono compresse dentro teorie ovvero “racconti” relativamente facili da acquisire. Un’altra faccia della crescita esponenziale delle informazioni pubblicamente disponibili è la loro rapida obsolescenza, giacché esse vengono per così dire schiacciate da nuove informazioni — per dare una idea, secondo una inchiesta  dell’ APS, l’associazione americana dei fisici, considerando un laureato che abbia completato il suo corso in fisica nel  1997, oggi, quindici anni dopo, se non ha continuato a studiare dopo la laurea, metà delle informazioni  a lui attualmente accessibili non esistevano neppure nell’anno della sua laurea. Si tratta di un giudizio statistico,quindi rozzo, ma può essere considerato un indice qualitativo di quanto rapidamente una frazione considerevole dello “stock” di informazioni di un ricercatore scientifico si inabissi nell’obsolescenza, divenendo inutile.

La conoscenza, almeno quella legittimata come tale, procede secondo un criterio esponenziale; e prescinde dall’esperienza vissuta; non occorre di più per spiegare la condizione di marginalità  costosa che avvolge la vita che invecchia – poiché il mondo si produce e si riproduce via simulazioni ed esperimenti, un giovane studioso può rapidamente saperne di più di un anziano — dissolta l’esperienza, la vecchiaia è socialmente inutile. Ancora: muta così  la divisione della conoscenza che è la base sulla quale si fonda la divisione del lavoro socialmente necessario, e quindi la “governace” imperiale, la gerarchia delle classi e dei ceti.

Nella formazione accademica del mondo occidentale,ad esempio, la storia, è ormai divenuta una disciplina residuale, perché senza l’esperienza la memoria collettiva diviene letteralmente irrilevante. Il mondo giace in un sonno adolescenziale popolato dallo spettro del futuro, dalla ingiustificata speranza o dal timore superstizioso del futuro. Le questioni politico-economiche acquistano un aspetto paradossale; la burocrazia europea, ad esempio, affronta il problema della mancanza di reddito e di lavoro per i giovani, occupandosi di loro ma solo in quanto potenziali vecchi, per assicurare  pensioni future e certe, anche se del tutto improbabili. E d’altro canto, perfino tra i giovani che si sentono estranei se non nemici della crescita esponenziale, si odono i lamenti per essere stati derubati del futuro; quando l’unica cosa certa che, in base all’esperienza generalmente umana, può dirsi del futuro è che non sarà come lo si aspetta – si pensi alla faraonica e minuziosa  programmazione del futuro tramite piani quinquennali nell’Unione Sovietica e alla rovinosa fine del socialismo di stato che ne è conseguita.

Il riverbero epistemico più ingombrante  che il computer ha nella organizzazione e trasmissione pubblica dei saperi scientifici è la frantumazione della conoscenza in idiozie specializzate, dove i risultati sono valutati  sulla base di parametri bibliometrici che, guarda caso, sono quelli elaborati dal complesso militare-industriale americano – nel confronto, l’idiozia del luogo, attribuita dalla modernità alla antica civiltà contadina, ci appare certo meno maniacale.

VI. L’esodo dalla temporalità imperiale: Il rifiuto del futuro migliore

La fusione di una pluralità di mercati in uno solo ma di  dimensioni planetarie, fosse anche solo un tentativo aberrante destinato al fallimento, inietta pur sempre un unico ritmo temporale alla produzione ed agli scambi mercantili. Le comunità umane, massimamente quelle di destino, come le città, vedono scalzati i loro tempi propri, locali, basati sui diversi calendari tradizionali, su cicli modulati dal “genius loci”; la storia viene rimossa e con essa la continuità con il passato; la differenza nelle consuetudini, nelle condotte e nei pregiudizi collettivi si dilegua —  e quando sopravvive si limita a risuonare negli slogan spettrali del folklore, come “richiamo” dell’industria turistica.

A ben vedere, siamo di fronte ad un sentimento della trasformazione, una temporalità appunto, generata dalla funesta passione d’arricchirsi in fretta, della crescita economica, della riproduzione allargata. Ora, la condizione di possibilità di questa  passione triste, risiede laddove si fabbrica il denaro, non in quanto strumento di scambio o di conto, ma nella sua determinazione autonoma, nella forma estrema di denaro che crea denaro. Le fabbriche del denaro sono le grandi agenzie finanziarie; pubbliche o private che siano. Da qui parte e si impone e fa nido  nella mente inconsapevole del consumatore, dall’esterno, come portato razionale ed inevitabile dell’unificazione del mercato, quel sentimento del tempo che valorizza a dismisura il futuro e contrae il presente fino a renderlo un punto . Insomma, un sentimento  di massa certo, ma indotto, che secerne una sorta di male comune interiorizzato; esso espropria, per via amministrativa, il cittadino del suo essere arbitro e misura del suo tempo, cedendo la sovranità sua, la più  intima e singolare, ad una cattiva astrazione, quella dell’interesse composto, della crescita esponenziale —  che è, non a caso, la temporalità di un “non-luogo”, dell’indicibile mercato  mondiale unificato.

A questa tendenza innovativa del capitalismo imperiale che punta alla omologazione della temporalità a livello planetario —  tendenza biopolitica, naturale e contro natura insieme, come accade ai processi cancerogeni; a questa tendenza si oppongono, in forme finalmente manifeste, ormai da un decennio e più, i movimenti che difendono i luoghi, il “genius loci”, i tempi propri ai luoghi; ovverosia: i ritmi sociali, i comportamenti periodici, le convenzioni linguistiche costruite lungo i secoli e che esprimono la potenza della specie, l’adattamento biologico delle forme di vita urbane ai luoghi che le accolgono. I  diversi moti  insurrezionali  che si sono succeduti, in questi anni, nel Mediterraneo —  da Scanzano, così sgraziata, piccola e innocua, al Cairo, dalla tonda magnificenza, lussuriosa e crudele —  raccontano di questa impresa comune e vanno letti in questo senso.

Ma certo, in Italia la forma più compiuta di resistenza dei luoghi al tempo imperiale europeo è l’insurrezione  “No Tav “ in Val di Susa. Qui siamo di fronte ad un movimento che ha una qualità profondamente trasformativa proprio perché si oppone all’innovazione capitalistica per difendere ciò che ha già. In altri termini,l ‘amore per  il luogo, la cura delle forme di vita che lo abitano conferisce quell’energia sociale sufficiente per resistere alle tentazioni del futuro migliore. In  Val Susa ,la cura del luogo si contrappone all’uso di quel luogo come mero transito di merci asservito alle sorti, magnifiche e progressive, del mercato imperiale europeo.

Per paradossale che possa sembrare, la carica sovversiva degli avvenimenti in Val di Susa risiede tutta nel rifiuto dell’utopia, fosse quella tecnologia o quella antagonistica. Semmai, là è in corso di svolgimento una “topia”. L’appartenenza al luogo è interamente risolta nel comune presente, nella nuda presenza dei corpi tutti insieme alla volta. La comunità desidera  ciò che ha già e lotta per difenderlo; e così facendo diviene ciò che già è; ecco allora che mezzo e fine coincidono; il che testimonia una condizione umana semplicemente perfetta.

In Val di Susa è in corso di farsi uno esodo multitudinario dalla temporalità imperiale. E per chiudere senza concludere,annotiamo, per ricordacene quando l’occasione si presenterà, che tre sono i pilastri concettuali comuni che garantiscono la potenza di quella  esperienza sentimentale: la  durata che ha permesso la condensazione delle condotte in consuetudini; la democrazia diretta contrapposta alla delega della rappresentanza; e per ultimo,ma non ultimo, la determinazione a difendersi dalla violenza di stato. Lunga vita, quindi, alla Val di Susa. Mentre a noi, sulle labbra, affiora, per coazione a ripetere, lo slogan: una, cento, mille Val di Susa.

Cosa fare dopo l’Orgia?!

Carlo Antonio Borghi

Orgia. Festa sfrenata spesso a sfondo sessuale:orge carnevalesche; fare un’o.; darsi, abbandonarsi all’o.; notte di o.(Dizionario Hoepli).

2.
Orgia. Normalmente si tratta di una azione collettiva nel corso della quale corpi maschili e femminili mettono in atto molteplici congiunzioni e disgiunzioni, di durata variabile. I corpi passano di mano. È un quadro vivente di eccitazione permanente. L’orgia è una forma nascosta di performance e di Body Art. Nasce come happening, non si sa quando. Non si sa come, né dove. Forse la prima potrebbe risalire a un tempo immediatamente successivo a quello della Cacciata dei Progenitori dall’Eden.

3.
Baudrillard (o chi per lui) durante un’orgia disse ad una delle ragazze: “Cosa fai dopo l’orgia?!” Glie lo aveva detto all’orecchio. Lei gli aveva strizzato l’occhio e non solo. Dopo l’orgia andarono a prendere un caffè. Lui liscio, lei macchiato. L’amore disorienta. Il sesso riposiziona. Il caffè riconfigura. Estasi singolari o promiscue.

4.
Rivedo i Draghi Avvinghiati di la Qalah, acropoli della siriana Aleppo, martoriata dalle bombe lealiste. Siamo tutti draghi ogni volta che facciamo sesso in coppia, in trio, in quartetto, in quintetto da camera. Ritrovo Leopold Bloom nella strada dei bordelli di Dublino. Mabbot Street. Anche lì passava un tram da chiamare desiderio del poco e dell’assai. Tutto questo alla luce dei lampioni e dei lumi a gas. Sesso a gas e poi elettrico. Corpo a gas e poi elettrico.

5.
“Cosa fare dopo l’orgia?!” Sono passati almeno due decenni dalla domanda epocale di Baudrillard. Ne sono passati più del doppio da quando è cominciata l’orgia della modernità. Orgia della produzione e del consumo. Tutto è stato prodotto e riprodotto, consumato e riconsumato. Tutto è stato liberato: il corpo, il sesso, i costumi. Tutto è stato sperimentato e assaggiato. Tutti i piaceri sono stati esposti e catalogati. Tutti gli eccessi. Tutti i surplus. Tutte le combinazioni sono state messe a tavola e a letto, da quel dì. Le Porte della Percezione sono state aperte o divelte. Tutte le gambe sono state divaricate e condite. Tutti i fluidi corporali sono stati scambiati barattandoli alla pari o pagandoli un tot di denari. Tutti i frutti sono stati spremuti. Tutti gli schermi sono stati bucati, prima, durante e dopo Ultimo Tango. Tutte le Grandi Abbuffate sono state ingoiate, digerite ed evacuate anche a costo della vita. Volevamo tutto. Per un attimo è sembrato di averlo avuto. Finito tutto in un battito d’utopia.

6.
Dopo l’orgia, non ci resta altro da fare che ricominciare da capo. Al tempo di Piero Manzoni, non ci restava altro da fare che uscire dall’opera d’arte e metterci a vivere. Al resto ci pensa lo Specchio.