JD4 Donald Judd ok

Tiziana Migliore

Elogio del dubbio, la mostra in corso a Punta della Dogana, Venezia, interroga l’espansione del concetto di testualità artistica tramite il dilemma che, da qualche tempo, abita gli spazi espositivi: installare lavori compiuti e narrativamente collaudati o portare in scena le fasi preparatorie del processo, con azioni e materiali normalmente nascosti al visitatore? Caroline Bourgeois, curatrice della rassegna, opta per la seconda ipotesi e individua, soggiacente alla collezione di François Pinault, il filo rosso delle dinamiche “qualificanti”. Rafforza così il senso di Mapping the Studio, la precedente mostra ospitata nella stessa sede: l’atelier delocalizzato e trasferito al museo, con gli strumenti, gli ingredienti, le incertezze che caratterizzano quel privato. A dimostrazione che l’arte – o ciò che di essa esemplifica la nuova antologica del mecenate francese – non è un assoluto né sorge d’emblée.

È fabbricata da qualcuno che, nell’eseguirla, si trova alle prese con decisioni, interne ed esterne; è perciò passibile di essere relativizzata e dibattuta. Sull’osservazione guardinga, contraria a separare realtà e interpretazioni, verte il libro di Peter Berger e Anton Zijderveld, appunto Elogio del dubbio (2009): un riferimento tacito nel concept della Bourgeois. Il committente di oggi legittima l’inventio, il modello man-made, che del “fatto” mette a nudo relazioni di pensiero e valenze strategiche.

L’esposizione veneziana non offre risultati, ma esplicitazioni metariflessive dei modi di “artificare” (Nathalie Heinich). Accorgimenti tipici dei programmi d’uso, tradizionalmente sussidiari – incorniciature, altezze, angolazioni, illuminazioni, coperture – vengono a galla e smentiscono l’idea che l’opera sia un automatismo dell’intelletto. Una volta fuori dallo studio, iniziata alla pubblicazione, essa ci arriva attraverso una serie di mediazioni indispensabili. Come lo scritto letterario, per diventare un libro, analogico o digitale, si dota di un paratesto, così l’opera d’arte visiva ha il suo parergon.

Donald Judd, Untitled (© ART © Judd Foundation, by SIAE 2011
© Palazzo Grassi, photo: ORCH orsenigo_chemollo)

Lungo il percorso, Donald Judd scolpisce lo spazio con solidi modulari, allineati a parete (scaffalature orizzontali) o impilati (blocchi verticali). Installazioni che snidano dilemmi della ricerca artistica, sfruttando relazioni semisimboliche: superficie o profondità? Vuoto o pieno? Custodire o esporre? Thomas Houseago aspettualizza il momento predecisionale e fa coesistere nell’opera soluzioni contraddittorie: concavo e convesso, iconico e astratto, classico e barocco. Non ammette però lo snaturamento del processo, verso l’artificio; investe l’argilla di un’energia tale da impedirne la mutazione in gesso. Facile difendersi dalle contraffazioni. Paul McCarthy rivisita il motivo della modella in chiave grottesca e oltraggiosa. Manichini nudi posano su tavoli da lavoro in mezzo ad arnesi adiuvanti nella realizzazione. Indossano maschere che ne ibridano il genere sessuale e l’identità.

Adel Abdessemed, Wall Drawing 2006 (Courtesy the artist and David Zwirner Gallery, New York; © Adel Abdessemed – © Palazzo Grassi, photo: ORCH orsenigo_chemollo)

Nel Wall Drawing minimalista di Adel Abdessemed solo la prossimità consente di vedere che i grandi cerchi in riga sul muro, ad altezza d’uomo, sono tracciati non a matita, ma con filo spinato. Il caso più attraente è però il site specific di Tatiana Trouvé. In Appunti per una costruzione l’artista si appropria delle sale che rammentano l’uso originario del luogo – la dogana, zona di entrata e uscita delle merci – e le semantizza come stazione di passaggio delle proprie opere.

Tatiana Trouvé, Appunti per una costruzione, 2011 (Courtesy Galerie Perrotin, Paris; © Palazzo Grassi, photo: ORCH orsenigo_chemollo)

Una frontiera, dove si riconosce e legittima il valore degli oggetti. Trouvé prende a prestito elementi del linguaggio architettonico – colonne, porte, pareti, vetrate – e vi innesta i gesti impliciti della messa in scena, ma a partire dall’atto della disartificazione. Un gioco in cavo, per elisione dell’opera: calchi in cemento di archivi del progetto; materiali da imballaggio; materassi per le pause di riposo; imprinting delle opere, rispetto al peso o alla collocazione a terra o contro il muro; tracce delle loro possibili implosioni dentro container in plexiglas, simili alle casse usate per trasportarle.

Così non c’è più un gap tra l’oggetto, nella sua organizzazione linguistica, e la pragmatica, intesa come contesto che ne determina l’uso. Ma la pragmatica diviene un’istanza di comunicazione interna all’oggetto. Da un punto di vista produttivo si recupera l’idea diPareyson che la formatività dell’opera incameri, insieme al fare, l’invenzione del modo di fare. Da un punto di vista descrittivo, le arti in sé forniscono chiavi di lettura per l’analisi del cosiddetto “expanded field”(Rosalind Krauss), i prolungamenti e le implementazioni dell’opera, verso il fruitore, in grado di trasformare localmente il concetto di dispositivo espositivo.

LA MOSTRA
Elogio del dubbio
a cura di Caroline Bourgeois
Punta della Dogana, Venezia
fino al 31/12/2012

3 Risposte a Esporre l’implicito

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *