Luca Ottocento

Passion (Brian De Palma)

Passati ormai cinque anni da Redacted (2007), che proprio qui al Lido si aggiudicò il Leone d’argento per la miglior regia, Brian De Palma è tornato dietro la macchina da presa con il deludente remake di Crime d’amour (2010) di Alain Corneau, pellicola ancora inedita in Italia vista due anni fa al Festival di Roma.

Christine (Rachel McAdams) e Isabelle (Noomi Rapace) lavorano nella sede berlinese di una importante agenzia pubblicitaria. La prima è un’affermata manager, la seconda una promettente dirigente alle sue dipendenze. Isabelle ammira Christine ed è attratta dal potere che ella rappresenta. Christine si dimostra però sin da subito molto abile nello sfruttare a proprio vantaggio tale situazione, giungendo ad appropriarsi dei successi professionali della più ingenua collega allo scopo di ottenere una prestigiosa promozione. Le due donne, legate da un rapporto in cui fascinazione e seduzione rivestono un ruolo rilevante, si dividono anche lo stesso uomo: Dirk, il loro collega direttore finanziario. Tale stato delle cose porterà a tragiche conseguenze.

Se il film di Corneau, perlomeno nella prima parte della narrazione precedente il debole sviluppo delle indagini poliziesche, descriveva in modo piuttosto intrigante l’ambigua relazione tra Christine e Isabelle (interpretate rispettivamente da Kristin Scott Thomas e Ludivine Sagnier), Passion non è in grado di ricreare con efficacia la tensione psicologica dell’originale. Chi si aspetta che il remake di De Palma possa approfondire ulteriormente la psicologia delle due protagoniste, proponendo inoltre un intreccio investigativo più convincente di quello presente in Crime d’amour, rimarrà inevitabilmente insoddisfatto.

Nonostante le buone prove fornite dalle attrici protagoniste Rachel McAdams e Noomi Rapace, l’evoluzione drammaturgica di Passion risulta nel complesso di scarso interesse e il film, a partire dalla seconda metà, si trascina piuttosto stancamente verso un finale ridondante. La sostanziale mancanza di ispirazione di De Palma (autore unico della sceneggiatura) è particolarmente evidente non solo dal punto di vista narrativo, ma anche sul piano dello stile: paradigmatico, a tal proposito, l’insistito e sterile split screen che accompagna uno dei principali momenti di snodo della trama.

The Company You Keep (Robert Redford)

Jim Grant (Robert Redford) è un avvocato benestante che, a seguito della recente morte della moglie, cresce da solo la figlia undicenne tentando di gestirsi al meglio tra impegni lavorativi e doveri di padre single. La sua vita viene improvvisamente sconvolta quando uno degli ex membri della Weather Underground, un’organizzazione di violenti attivisti sorta alla fine degli anni Sessanta dalla scissione interna al movimento Students for a Democratic Society, viene arrestata dalla polizia dopo tre decenni di latitanza. È a questo punto che l’intraprendente giornalista Ben Shepard (Shia Labeouf) inizia ad indagare sui responsabili di una rapina in banca avvenuta trent’anni prima e conclusasi in omicidio. Grazie alle sue ricerche, il giovane reporter scopre ben presto che Grant, prima di costruirsi una nuova esistenza sotto falsa identità, è stato uno dei leader della Weather Underground ed è tuttora ricercato con l’accusa di aver preso parte alla tragica rapina. Divenuto l’obiettivo di una imponente caccia all’uomo, Grant è costretto a fuggire con la speranza di riuscire nel frattempo a trovare il modo per dimostrare la propria innocenza.

Tratto dall’omonimo romanzo di Neil Gordon del 2003 e sceneggiato da Lem Dobbs, The Company You Keep richiama con evidenza la tradizione del thriller politico statunitense emerso negli anni Settanta, che ha avuto tra i principali esponenti registi quali Sidney Pollack e Alan J. Pakula e di cui lo stesso Redford, in qualità di attore, è stato protagonista (si pensi, a mero titolo esemplificativo, a uno dei film più noti: Tutti gli uomini del presidente, 1976).

Ben scritta e ottimamente recitata da un cast assai ricco – oltre ai citati Redford e Labeouf ci sono, tra gli altri, Julie Christie, Susan Sarandon, Richard Jenkins, Chris Cooper, Stanley Tucci e Nick Nolte – la pellicola si rivela nel suo insieme solida e piuttosto avvincente. Attraverso forme e canoni del cinema d’intrattenimento e privilegiando al contempo uno sguardo intimista di un certo fascino, The Company You Keep ha il pregio di stimolare una riflessione apprezzabile e non banale sugli errori, i fallimenti ma anche le ragioni del diffuso e variegato movimento attivista che, tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, si oppose in particolare alla politica estera interventista del governo statunitense.

2 Risposte a Venezia 69: Passion e The Company You Keep

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