Edoardo Becattini

1967. Alla XXVIII Mostra del Cinema vincono ex aequo il Gran Premio della Giuria i giovani maoisti barricati dietro slogan e libretti rossi de La Chinoise di Jean-Luc Godard e i politicanti cinici e arrivisti de La Cina è vicina di Marco Bellocchio. 2012. Quasi mezzo secolo dopo, Venezia mette in mostra una diretta continuità con questa “sindrome cinese”. Nel ’68 e nel periodo delle contestazioni giovanili trova sfondo Après Mai del cineasta francese Olivier Assayas. Del trasformismo e della crisi della coscienza politica si occupa invece, fra le altre cose, ancora Bellocchio con Bella addormentata, costruendo un intreccio di storie attorno alla morte di Eluana Englaro nei primi giorni di febbraio 2009.

Da un’epoca all’altra, è soprattutto la funzione ribelle e il potenziale eversivo del cinema a mostrarsi radicalmente trasformato. L’ironia si è fatta strumento di disillusione più che di riflessione, così come i meccanismi del racconto sembrano portare avanti più certezze morali che sospensioni estranianti. Se La Chinoise coglieva in anticipo tanto il desiderio di un impegno politico e la necessità di un cambiamento sociale quanto l’emulazione sorda e confusa di certi studenti, Après Mai delinea una caratterizzazione simile ma attraverso il percorso più concreto e lineare della testimonianza storica e del racconto di formazione. La focale attraverso cui Assayas guarda al Maggio francese è opposta tanto a quella di Godard che a quella dei cineasti che, anche recentemente, hanno deciso di farne il retroscena delle loro storie.

All’universo circoscritto dei vari Godard, Bertolucci e Garrel, che solo per sineddoche arrivavano a rappresentare il grande universo dei rivoluzionari, Assayas oppone un macro-ritratto ricco di personaggi e di ambienti, da cui sviluppa il micro-universo totalmente personale e autobiografico di un giovane artista. Il ‘68 viene colto nel suo contesto più ampio e iconografico (quello delle lezioni scolastiche, della stampa clandestina, delle riunioni piene di fumo e delle comuni in campagna) per lasciar emergere le più evidenti aporie del periodo. A supporto delle sue tesi tutto un florilegio di citazioni “contro-rivoluzionarie”: si nomina Pascal durante una cattedra di filosofia per raccontare lo smarrimento naturale dell’uomo, si citano i versi di Gregory Corso contro la nostalgia reazionaria dei padri culturali, si leggono a voce alta Max Stirner e Simon Leys. Ma un tale progetto di demistificazione arriva a formare quasi solo personaggi di contorno, caratteri vivi ma non vitali, sfaccettati ma non espressivi: vettori che puntano a un messaggio di disillusione, in cui il fervore politico viene visto come una fra le tante passioni giovanili.

Al contrario, Bella addormentata guarda all’Italia contemporanea. Il metodo con cui Bellocchio metta in scena il contesto è esattamente lo stesso di Buongiorno, notte (2004) e di Vincere (2009), dove sono le immagini d’epoca a scandire il passaggio del tempo e a dialogare continuamente con le azioni dei personaggi. In Bella addormentata, schermi televisivi perennemente accesi su telegiornali e interventi parlamentari fanno da tramite fra varie storie che si svolgono in parallelo con gli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro. La violenza del circuito mediatico, le strumentalizzazioni politiche e il sensazionalismo giornalistico fanno da contrappunto ai dilemmi etici di un senatore socialista convertito al Popolo della Libertà e al rapporto con sua figlia, manifestante cattolica. Contestualmente, altre due storie si orientano attorno a quelle stesse immagini: quella di una nota attrice distrutta dal coma della figlia, per il quale ha maturato un fervente cattolicesimo e una disaffezione totale verso il marito e l’altro figlio; e quella di un medico laico che lavora nella clinica udinese dove è stato portato il corpo della Englaro impegnato a salvare la vita a una tossicodipendente con tendenze suicide.

Il lavoro sui prelievi televisivi serve a Bellocchio soprattutto per sviluppare quelle varie forme di dialettica fra realtà e racconto utili a descrivere un paese assuefatto all’opposizione forzata e brutale (pro e contro-eutanasia; atei e cattolici; berlusconismo e anti-berlusconismo). Tali contrasti, che nel cinema di Bellocchio raccolgono spesso una funzione destabilizzante e furiosa, in questo caso assumono il tono della parabola e del racconto morale, convertendo ogni episodio del film in una sorta di allegoria laica. I nodi che legano vita e morte vengono così sciolti da Bellocchio con una lettera d’amore, da leggere tanto come eros che come agape, amore carnale e sentimento disinteressato.

In questa Mostra, la scelta individuale viene quindi raccontata nel suo valore politico, prima ancora che civile. Per Assayas, la lezione è prendere coscienza che il ’68 ha portato solo a una presa di consapevolezza dell’individualismo artistico. Per Bellocchio, che la libertà di scelta individuale è prima di tutto un atto d’amore. E tuttavia, tanto in Après Mai che in Bella addormentata pare esserci una notevole discordanza fra messaggio e mezzo, fra morale e metodo, che mira a promuovere la consapevolezza del singolo attraverso l’automatismo del racconto. E più che essere animati dall’entusiasmo audace dell’artista-militante, entrambi sembrano esibire il paternalismo dell’artista-pedagogo.

7 Risposte a Venezia 69: Passione politica e questione morale

  1. claudio ha detto:

    Sottoscrivo il ragionamento e la conclusione. La distanza che questi autori hanno messo tra loro e i loro personaggi, per ragioni diverse, fa sì che i loro film appaiano più nel loro scheletro allegorico che non nella forza vitale e polemica con cui avrebbero potuto esprimersi.

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