Michele Emmer

“Era l’estate del 2013 quando scoppiò la Peste. Io avevo venticinque anni e me lo ricordo bene…” Parole di Jack London in The Scarlet Plague, pubblicato nel 1912 (La peste scarlatta, ed. it. Adelphi, Milano, 2009) e citato insieme con il romanzo del 2006 di Cormac McCarthy, The Road (La strada, ed. it. Einaudi, 2007) all’inizio del libro di Sergio Givone Metafisica della peste: colpa e destino (Einaudi, 2012). “La peste è un fenomeno della natura, che però non può essere spiegato su base puramente naturale. C’è qualcosa di fatale, nella peste, qualcosa come un destino – così, almeno per secoli, si è creduto di interpretare questa specie di maledizione che grava sull’umanità.” E citando il Camus de La peste Givone sottolinea che “è da sempre lo strumento per mezzo del quale Dio costringe l’uomo a mettersi in ginocchio e a riconoscere quel che l’uomo si rifiuta di rinoscere: il male che è ovunque ma soprattutto in lui, l’uomo.”

Tante chiese e templi sono stati costruiti per chiedere la fine o per ringraziare per la fine della epidemia della peste. Il più bello è forse la splendida basilica della Salute a Venezia che è stata costruita da Baldassarre Longhena per chiedere la fine dell’epidemia del 1630 e 1631. La costruzione terminò nel 1687. E la festa della Madonna della Salute è la vera festa veneziana, in cui tutta la popolazione percorre il ponte votivo in legno costruito sul Canal Grande solo per i tre giorni della festa.

Leggendo il libro di Givone mi è venuto in mente Calvi, un piccolo paese in Umbria ai confini con il Lazio. È molto difficile in Italia arrivare nel centro di un paese, di un borgo anche molto piccolo, e non trovare una bella piazza, una bella chiesa, dei bei palazzi. Non fa eccezione Calvi dell’Umbria. La piazza centrale è dominata sul fondo dalla Chiesa di Santa Brigida. Ed in questi piccolo paese arrivò uno dei grandi architetti del Settecento, Ferdinando Fuga (1699–1782) per realizzare un grande progetto. Rifare la facciata della chiesa e progettare l’ampliamento del complesso del Monastero delle Orsoline, che si trova subito dietro la chiesa. Il lavoro venne completato tra gli anni 1739 e 1743. Ma se si entra da una delle porte della chiesa di Santa Brigida si ha una sorpresa. Ci si accorge che ognuna delle due porte ha all’interno una chiesa, distinta dall’altra. In origine vi erano due chiese, quella di Santa Brigida, la porta di destra, e quella di sinistra, la chiesa di Sant’Antonio Abate.

All’architetto Fuga fu dato l’incarico di sistemare la facciata in modo tale che scenograficamente apparisse una unica chiesa con due entrate. In particolare la chiesa di sinistra era più bassa di quella di destra. Fuga, che tra l’altro aveva realizzato il Palazzo della Consulta al Quirinale e negli stessi anni stava realizzando la facciata della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, aveva anche il problema di realizzare proprio alle spalle delle due chiese l’ampliamento del convento delle Orsoline. In particolare per realizzare il Coro del convento decise di ridurre la lunghezza della chiesa di Sant’Antonio Abate. Sembra che uno dei motivi per il quale il famoso architetto accettò di lavorare a Calvi sia stato che due sue figlie erano nel convento delle Orsoline.

Il taglio della lunghezza della chiesa comportava lo spostamento dall’interno della chiesa di un insieme di statue di grande interesse. Era un presepe in terracotta policroma composto di 30 personaggi, alcuni in grandezza naturale, databile alla prima metà del XVI secolo. Durante lo spostamento le statue vennero anche in parte restaurate e ridipinte. Il grande presepio si trovava nell’abside alla fine della chiesa di Sant’Antonio e naturalmente la grande nicchia era stata distrutta durante i lavori per la realizzazione del convento. Fu quindi costruita una nuova abside in cui collocare il presepio e venne dipinto un nuovo fondale.

Le statue sono realizzate in diverse proporzioni per creare un effetto di prospettiva, sono distribuite su due piani, oltre agli angeli che sono appesi in cima al soffitto della chiesa. Si sa per certo che a realizzarlo nel 1545 furono Giacomo e Raffaele da Montereale, paese degli Abruzzi. Erano chiamati “li pintori del presepio”. In un atto del notaio Domenico Maggi datato 17 ottobre 1545 si legge che Raffaele, pittore, dichiara di aver ricevuto da Florio di Giovanni, priore della confraternita di sant’Antonio e dal tesoriere Jacobello, come pagamento della somma concordata con il fratello Giacomo, sedici e mezzo Ducati in Carlini per il gruppo della Natività nella chiesa di Sant’Antonio. Nel presepe, sotto i quattro angeli, i Re Magi che stanno compiendo il loro viaggio.

Ed ecco il legame con la peste. In due piccole nicchie, le statue di Sant’Antonio Abate e di San Rocco, patroni della confraternita e protettori contro la peste, la grande epidemia del 1528 e le successive che colpirono le campagne umbre. Nella parte in basso la scena della Natività con la Madonna e San Giuseppe che adorano il bambino al centro della scena. Il bue, l’asino, degli angeli, e due contadini completano la scena. L’abside è alta 8 metri e larga 4. Uno strano personaggio compare sulla destra, seduto, all’altezza dei Magi. Ha una gamba ripiegata sull’altra e tiene il piede con le mani. Forse si sta togliendo una spina, come suggeriscono studiosi della statuaria Greca e Romana. Nella tradizione popolare è considerata una figura maligna. Certo la sua espressione non è rassicurante, un ghigno gli deforma il viso.

Il presepe è stato riaperto al pubblico alla fine del 2011 e da pochi mesi è stato riaperto il museo del convento delle Orsoline posto alle spalle della chiesa di Santa Brigida. Una bellissima entrata, il palazzo di Demofonte Ferrini che lo lasciò al comune che ne entrò in possesso nel 1715. Un piccolo museo con alcune opere di grande interesse, che ha acquisito in donazione la collezione Chiomenti Vassali che comprende opere di Guido Reni, La Maddalena penitente, di Pieter Bruegel il Giovane La parabola dei ciechi, nel quale riprende un famoso dipinto del padre, Pieter Bruegel il Vecchio, attualmente esposto al Museo Capodimonte di Napoli; di Jacob Ferdinant Voet, ritrattista della Roma tardo-barocca, con due dipinti raffiguranti la Regina Cristina di Svezia e Isabella Strozzi Costaguti. Ed una incredibile Vanitas Memento Mori fiamminga del pittore Jan Sanders (circa il 1530-40) di una estrema realistica sensualità, con una donna con i turgidi seni appena velati che colpiscono non certo per il richiamo alla morte e alla vanità.

Si parla tanto di rilanciare l’economia, di rilanciare il turismo, di razionalizzare le spese per i piccoli musei. Valorizzare è forse la parola giusta. È difficile trovare in Italia paesi che non abbiano nulla da mostrare al mondo. Il problema è che nessuno lo sa.

Apertura Museo: giovedì e sabato, ore 16.00-19.00; domenica e festivi, ore 11.00-13.00 / 16.00-19.00. Visite su appuntamento, tel. 0744.710158.

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Una Risposta a Dalla Peste al Presepe

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