Luca Ottocento

The Master (Paul Thomas Anderson)

Tornato negli Stati Uniti al termine della seconda guerra mondiale, il tormentato e mentalmente instabile Freddie Quell (Joaquin Phoenix) fatica ad instaurare delle relazioni con altri esseri umani. Fa abuso di sostanze alcoliche e l’imprevedibilità del suo carattere scontroso, segnato da improvvisi e violenti scatti d’ira, lo costringe a passare sistematicamente da un impiego all’altro per guadagnarsi da vivere. In questo periodo di profonda crisi personale, trova un inaspettato punto di riferimento in Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), carismatico e ambiguo fondatore di un movimento denominato “The Cause” che si prefigge di liberare gli uomini dagli istinti animali professando la possibilità, mediante improbabili metodi spacciati per scientifici, di farli entrare in contatto con le loro numerose vite precedenti.

Paul Thomas Anderson continua il radicale percorso di trasformazione della propria poetica intrapreso cinque anni or sono con Il petroliere (2007), vincitore al Festival di Berlino dell’Orso d’argento per la miglior regia. A differenza di Sidney (1996), Boogie Nights (1997), Magnolia (1999) e Ubriaco d’amore (2002), The Master è infatti un’opera profondamente cupa e pessimista, che non lascia spazio alcuno a occasioni di speranza e redenzione. Sempre più lontano dallo stile “eccessivo” e autoriflessivo dei lavori precedenti la pellicola del 2007, nei quali per rappresentare lo stato emotivo dei personaggi faceva sovente ricorso a irrequieti movimenti della macchina da presa e a panoramiche a schiaffo, qui il quarantaduenne cineasta californiano opta per una regia minimalista scevra di virtuosismi e attua una drastica operazione di sottrazione; tanto sul piano stilistico quanto su quello narrativo.

Giocando insistentemente con l’ellissi e il non detto, The Master si presenta come un film molto complesso che richiederebbe diverse visioni per essere considerato a fondo nei suoi molteplici aspetti e sfumature. Ad ogni modo, per quanto sia eccellente sul piano formale (ottima la fotografia di Mihai Malaimare Jr.), faccia leva su interpretazioni di notevole spessore (Phoenix, Hoffman e Amy Adams) e presenti una serie di dialoghi scritti dallo stesso Anderson in modo assai raffinato, dopo la prima visione la sensazione è che lo sviluppo della narrazione e del rapporto tra i personaggi principali si perda in una eccessiva cripticità.

To the Wonder (Terrence Malick)

È necessario sottolineare sin da subito che, come del resto era ampiamente preventivabile, anche To the Wonder, al pari di The Master, necessiterebbe almeno una seconda visione prima di essere affrontato in profondità. Di gran lunga tra le pellicole più attese al Festival di Venezia, l’ultima fatica di Terrence Malick è stata presentata in concorso domenica, il giorno seguente la proiezione del film di Paul Thomas Anderson. A solo un anno di distanza da The Tree of Life, il regista texano divenuto all’improvviso prolifico – dopo aver girato cinque pellicole dal 1973 al 2011, ha attualmente in post-produzione due lavori e ne sta già girando un terzo – torna al cinema con una storia intimista incentrata sul problematico e sofferto rapporto d’amore tra un uomo americano (Ben Affleck) e una donna ucraina (Olga Kurylenko) che decidono di andare a vivere insieme in una piccola città dell’Oklahoma.

Terrence Malick ripropone fedelmente gli ormai celebri stratagemmi stilistico-narrativi cui il suo cinema ci ha da anni abituato. Sviluppatisi in forme particolarmente evidenti a partire da La sottile linea rossa (1999), questi seguono una rigorosa poetica del frammento intimamente connessa al processo mentale dell’associazione di idee e si alimentano di un continuo manifestarsi di monologhi interiori ed immagini spesso enigmatici che concorre a configurare uno spazio visuale in cui convivono temporalità differenti, ricordi, pensieri ed immaginazioni.

Se però in The Tree of life (2011) tale peculiare modo di intendere il cinema veniva portato agli estremi con una notevole e ambiziosa intuizione drammaturgica, al fine di far dialogare il particolare (le vicende di una famiglia degli anni cinquanta della provincia americana) e l’universale (la nascita del cosmo e della vita), in To the Wonder il cineasta dà la netta impressione di riuscire solo a tratti a trovare nella sovrapposizione e nell’alternarsi di suoni, immagini e parole l’equilibrio necessario a provocare nello spettatore prorompenti emozioni e, nel caso specifico, stimolanti riflessioni sulle difficoltà insite nella natura del rapporto di coppia.

Una Risposta a Venezia 69: Brevi considerazioni su The Master e To the Wonder

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *