Manuela Gandini

Magre, scarne e filiformi, le figure a china tracciate da Gianni Nieddu nelle scatolette bianche, sono i frammenti di esistenze anonime agli angoli delle stazioni ferroviarie, in un cesso o in attesa sotto la pensilina di un tram. A fianco, le persone fotografate da Roberta Filippelli – una giocatrice d’azzardo, un’inserviente, un convalescente, un’istruttrice di nuoto – sono impalate nei propri ruoli, prigioniere di una posa, immortalate in una condizione sociale. Alla galleria Bonaire Contemporanea di Alghero è in corso, ancora per pochi giorni, “Resistenze”, una mostra bi-personale di Roberta Filippelli e Gianni Nieddu, curata da Marta Pettinau.

L’instabilità della società fluida è interpretata dai due autori sardi che sondano l’immobilità e l’impotenza del passante, del lavoratore, della signora. Tipologie umane, rappresentate in modi diversi, raccontano la costrizione e inaugurano dei monologhi che ci portano a sbattere contro la realtà. Ognuno per sé, senza legami e collanti, senza entusiasmo e vitalità. Un insieme di scatolette portamatite bianche, le Plumiers, allineate le une alle altre, di quelle che si acquistano nei negozi cinesi, costruisce il panorama metropolitano di un momento. Ogni esserino, magro e alto come una scultura di Giacometti, è tracciato a inchiostro e diventa protagonista di una microstoria appena accennata. Un pelo disegnato (da cui parte la scritta “un pelo”) è indizio dell’omicidio di una donna che appare come in una vignetta. Comics e dramma si coniugano in una visione ultrareale.

Gianni Nieddu, Coincidenze (2012)

Dietro i volti terrei di Filippelli, velati di ironia amara, vi è una sorta di rassegnazione. La maggior parte delle foto sono autoscatti dell’autrice che – come le pioniere dell’arte femminista – cambia la propria identità. Tuttavia l’artista mantiene sempre un’asettica impostazione iconografica e, in ogni scatto, il soggetto è rigorosamente frontale, accostato a uno sfondo blu. Come in uno schedario di polizia i personaggi hanno un’ombra di disperazione o rabbia negli occhi.

Roberta Filippelli, Convalescenze

Da qui il titolo “Resistenze”, a indicare una condizione comune, esistenziale, precaria, nella cronica mancanza di mezzi. Ciò che accomuna i protagonisti della mostra, disegnati o fotografati, è l’inespressività e la freddezza che sembra essersi impossessa di una condizione umana di piena alienazione. Anche gli strumenti per la produzione delle opere e della mostra sono poveri e minimali, e rispondono a una logica di resistenza (e creazione) nel bel mezzo della paralisi sociale.

A proposito del ruolo dell’artista, Martha Rosler ebbe a dire in un’intervista pubblicata sul n. 14 di Alfabeta2: «L’arco del progresso umano è lungo. L’artista non ha più il ruolo del profeta. Il suo ruolo è estendere le proprie capacità e la propria abilità di resistere alla spinta del mercato. Dico questo mentre ammetto che gli artisti hanno cercato a lungo di cambiare il mondo».

LA MOSTRA
Roberta Filippelli e Gianni Nieddu
Galleria Bonaire Contemporanea, Alghero
Sino al 7 settembre 2012.

2 Risposte a Prove di resistenza

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