Maga Renata

Augusto Illuminati

Maga Circe trasformò i compagni di Ulisse in porci. Maga Renata (Polverini, per chi è ignaro del greco) ha trasformato in porci i consiglieri regionali del PdL con famuli e squinzie al seguito, presenziando e presiedendo alla famosa festa a tema mitologico organizzata da De Romanis. Certo, ha dovuto impiegare meno magia, perché i suddetti consiglieri, come nel teatro kafkiano di Oklahoma, hanno spontaneamente impersonato se stessi. Le foto immortalano i tableaux vivants dell’immaginario della destra romana, che non osiamo riferire al genere peplum dei bei tempi di Hollywood sul Tevere e neppure al toga party di Animal House – lì c’era l’immenso John Belushi, mica er Batman e sora Renata.

Non vorremmo, però, che il corale sdegno per ruberie e sprechi dei Porci della Libertà diventasse ennesimo pretesto quaresimale per invocare la spending review e l’austerità, insomma per far pagare ai poveri il trash dei ricchi. I problemi dell’Italia sono lo smantellamento del Welfare e i bassi salari, l’abbandono della scuola e della ricerca, l’ottuso neoliberismo recessivo del governo dei tecnici e di tutti i partiti che si affollano avidamente intorno alla prossima scadenza elettorale. I festini di Arcore e la loro pietosa imitazione al Foro Italico sono solo schifosi dettagli.

Attenti piuttosto alla gente perbene, che mai scenderebbe a quei livelli ma fa danni maggiori, produce declino industriale e disoccupazione predicando rassegnazione a additando luci improbabili in fondo al tunnel. Attenti a quanti si appropriano con zelo servile dell’agenda liberista (l’agenda, l’agenda…) e si dondolano al ritmo l’Europa lo vuole. Forse non lo vogliamo noi.

 

Inviati speciali della realtà

Antonello Tolve

Fotografie Total. Con questo titolo orientativo il MMK – Museum für Moderne Kunst Frankfurt am Main, propone, fino al prossimo 13 gennaio, un percorso insistente tra le maglie di una fotografia – totale appunto – che fa i conti con un nucleo fragile e irrequieto chiamato vita. Si tratta di una mostra che invita lo spettatore a leggere, attraverso trecento acquisizioni della collezione, interventi costruttivi, azioni sintetiche e diffidenze ad un modello – il mondo della vita, o meglio Lebenswelt – che sollecita l’artista a vestire nuovamente i panni del detective, del sociografo e dell’antropologo impegnato (Kosuth), per mostrare, con personali e passionali stratagemmi creativi, alcune problematiche che toccano la storia (le storie), le società, le varie esperienze legate all’incontro con l’altro, le varie forme e i vari contesti culturali.

Scandita da alcuni lavori di trentanove artisti di diversa estrazione e natura, la mostra propone, accanto alle nuove manovre della filosofia contemporanea impegnata a decifrare e ricostruire le direzioni del Realism, una serie di nuovi inviati speciali della realtà (Bonito Oliva) che strappano la pelle al mondo per resistere, per sabotare il luogo comune, per ritornare ad un senso civico e ad un pensiero critico capace di suscitare punti di domanda, sguardi trasversali nei confronti di una comunicazione distorta che lobotomizza i cervelli e mostra perniciose strade a senso unico, rischiosi cul-de-sac per la riflessione.

Atlas Group, Secret on the Open Sea, 2012 (exhibition view, MMK Museum für Moderne Kunst, Frankfurt am Main)

A Room With a View (2010) di Mark Borthwick e Secret on the Open Sea (2012) un progetto del collettivo francese Atlas Group (realizzato con la collaborazione di Wald Raad), assieme al site specific Real Luxury is Buying Nothing (2012) di Erik van Lieshout, rappresentano, ad esempio, tre modelli di un approccio alla realtà che radicalizza sulla ricerca della verità. Se Real Luxury is Buying Nothing mostra un ambiente costellato d’immagini e spot para-pubblicitari che invita ad interrogarsi sui mercati mondializzati, Secret on the Open Sea si pone, dal canto suo, come un lavoro di scavo e di recupero della memoria. Morbida e poetica, A Room Whit a View espone, invece, un particolare punto di vista dell’artista, un locale alla fine del mondo in cui il reale e la sua immagine si incontrano e si compenetrano per partecipare ad uno stesso gioco linguistico che trova nello spazio – nell’allestimento – il nucleo e il grumo del lavoro.

Erik van Lieshout, Real Luxury is Buying Nothing (particolare), 2012 (exhibition view, MMK Museum für Moderne Kunst, Frankfurt am Main)

Snodati lungo il percorso espositivo, Seat the Woman, Black ChairModel: Judith (1978), una meravigliosa donna di John De Andrea, (tra i protagonisti dell’iperrealismo) assieme a due lavori di Bernd und Hilla Becher – 35 cartoline inviate tutte allo stesso indirizzo («Albin Uldri, 3067, Hinter Kappelen Schweiz») e 40 scatti che propongono una ripetizione differente del soggetto raffigurato – invitano lo spettatore a riflettere, da angolazioni differenti, su alcune problematiche (la solitudine, la traduzione, l’archeologia industriale e le varie tipologie abitative) che disegnano il mondo.

Raum Unter der Treppe (1991), una meravigliosa installazione ambientale formata da 171 oggetti in poliuretano, assieme a 9 foto tratte dal film Der Laug der Dinge (1987) del duo Peter Fischli/David Weiss arricchiscono ulteriormente il viaggio tra i segni della realtà mediante procedure, ironiche e a tratti surreali, che inchiodano lo spettatore al continuo processo accidentale della vita quotidiana.

Fischli/Weiss, Raum Unter der Treppe, 1991 (exhibition view, MMK Museum für Moderne Kunst, Frankfurt am Main)

Notevole, nel tragitto offerto, è anche il piano progettuale di Peter Roehr (Lauenburg, 1944-Frankfurt am Main, 1968), un pioniere tedesco della Pop Art e del processo analitico che ha elaborato agli inizi degli anni Sessanta (poco prima di morire, ad appena 24 anni) un discorso sulla società dei consumi per offrire un’ars combinatoria che elogia – attraverso video e fotografie – la serialità, la propagazione e la replica geometrica dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

Gregor Schneider, N. Schmidt, 2001-2003 (MMK Museum für Moderne Kunst, Frankfurt am Main)

Assieme ad opere strettamente fotografiche che indagano la realtà per reificarla, sottolinearla, rimodellarla, riprodurla (le immagini di Sebastião Ribeiro Salgado e di Santiago Sierra si pongono come ferite aperte), alcuni lavori avanzano come delicate e pungenti apparizioni. Ne sono campioni brillanti Twilight Arch (1991), l’immersivo progetto di James Turrel che introduce lo spettatore nel buio di una stanza illuminata dall’incontro di due fari, e N. Schmidt (2001-2003) di Gregor Schneider, un ambiente incontaminato dal quale irrompono le gambe di un personaggio supino avvolto nel mistero.

Progetti site specific, sguardi brucianti sul mondo, effetti ottici immateriali. Il nuovo realismo della fotografia totale presentato a Frankfurt, si pone, allora, come un progetto aperto, come un segno integrale e integrante che rifabbrica la realtà per smagliarla, interrogarla, esporla mediante azioni e ideazioni che trovano nel sociale – nelle pressioni del mondo reale, nel disagio della civiltà – un naturale e irresistibile punto d’origine.

LA MOSTRA
Fotografie Total. Werke aus des Sammlung des MMK
MMK / Museum für Moderne Kunst Frankfurt am Main
Fino al 13 gennaio 2013

La carne, lo spirito

Valerio Coladonato

L’incarnato dei volti che risalta contro l’azzurro, il verde, il grigio di uno scenario urbano desolato. Questa è la scelta visiva che domina il film di Kim Ki-duk Pietà, premiato con il Leone d’oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Nella prima mezz’ora, il protagonista Kang-do si aggira mutilando i suoi “clienti”, vittime di estorsione che non riescono a pagare i debiti contratti. In preda a spinte cieche – l’eros, la violenza, la brama di denaro – i personaggi di Ki-duk sono costantemente accomunati a bestie da macello. Gli animali martoriati sono, infatti, l’altra presenza costante: un pesce spolpato, un coniglio investito sulla strada, un’anguilla che boccheggia, il sangue di interiora trascinate sul pavimento. “Pietà per la carne macellata!” scrive Gilles Deleuze commentando i quadri di Francis Bacon. I corpi deformati che li abitano fanno emergere “la zona comune all’uomo e alla bestia, la loro zona di indiscernibilità”. Chi osserva non può che riconoscersi in quei corpi, come guardando le carcasse che pendono dalla parete di una macelleria non si può sfuggire al pensiero della propria vulnerabilità. Nel rapporto aggressivo che Ki-duk instaura con lo spettatore c’è un’operazione simile.

Ritroviamo nel film un altro imperativo baconiano: “dipingere il grido anziché l’orrore”. Le inquadrature degli arti amputati sono sostituite dai primi piani delle reazioni di chi osserva. Peccato però che, in Pietà, il grido sia sempre quello di una donna: un archetipo sofferente come nell’iconografia cristiana. Nei vari episodi, la madre o l’amante dell’uomo menomato assiste all’esecuzione, terrorizzata e incapace di reagire. Due istanze di per sé separate – l’impotenza di fronte all’assurdità della violenza, e la passività culturalmente attribuita al femminile – vengono così costantemente a coincidere.

Il personaggio di Mi-sun smentisce, ma solo in parte, questa logica. La donna inizia a seguire il protagonista, e diventa anche lei testimone delle atrocità compiute. Gli rivela, quindi, di essere la madre che non ha mai avuto, avendolo abbandonato poco dopo la nascita. E prende su di sé le colpe della malvagità del figlio: si insinua qui un discorso sul bene e sul male, che diverrà sempre più forte col procedere del film. Ma la riconciliazione tra i due personaggi è tutt’altro che semplice. Kang-do non crede al racconto di Mi-sun. Come nella Pietà michelangiolesca (a cui il regista afferma di essersi ispirato) la donna appare troppo giovane per essere la madre dell’uomo. Letto in questi termini, il rapporto incestuoso che si stabilisce tra i due protagonisti rende palese l’erotismo latente tra i due corpi abbracciati del Cristo e di Maria nelle raffigurazioni artistiche occidentali.

Attraverso il personaggio di Mi-sun, quindi, il film prende un’altra direzione. Il suo arrivo scardina la circolarità asfissiante della prima parte. Si impone un enigma che chiede di essere risolto: qual’è l’identità della donna? E chi la minaccia? Da un lato, il film assume una struttura narrativa più lineare e riconoscibile, attraverso l’investigazione intrapresa dal protagonista. Dall’altro, come in ogni classica investigazione, la ricerca trasforma Kang-do e il suo modo di stare al mondo. Egli si ricrede sul proprio mestiere, e mette in discussione lo schema vittima/carnefice che ha dominato il suo rapporto con gli altri. L’assurda esibizione di violenza iniziale diventa quindi parte di una favola edificante. “Ora tu provi lo stesso dolore che hanno provato loro”: quando a Kang-do viene rivolta questa frase, il film raggiunge il culmine del suo discorso morale. Un discorso non pienamente riuscito: la pietà dei corpi dissolve in qualcos’altro (empatia? pena?), meno viscerale ed efficace.

In una sorprendente sequenza finale, il protagonista diventa infine, a sua volta, carne macellata. L’effetto perturbante è moltiplicato dalla voce eterea che accompagna le immagini cantando un verso dell’Agnus Dei (“dona nobis pacem”). Il rovesciamento è, a questo punto, completo. Un film che cominciava all’insegna del corpo, termina con il più classico dei temi cristiani: la trascendenza dello spirito rispetto alla carne. Secondo Deleuze, la forza delle figure di Bacon consiste nel loro rifiuto della narratività. Non è possibile stabilire con certezza la provenienza delle forze che agiscono su quei corpi, una motivazione o un fine per la loro sofferenza, uno sviluppo temporale certo. Forse il difetto di Pietà sta nella sua narrazione, e in particolare nel voler essere una favola morale. Inscrivendo la pietà per i corpi dentro una storia – e quindi nell’orizzonte del bene e del male – il film cerca in qualche modo di riscattare la violenza delle proprie immagini. La sua potente carica emotiva viene così normalizzata e addomesticata.