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Nina Sadur

Tra qualche giorno i bambini saranno cresciuti,
inizieranno a picchiarmi, ad angosciarmi.”
A. Denisenko

«Сhe diamine!» si offese bonariamente lei.
Uno-due!
Batteva con fermezza il manico del coltello. Gli usciva un suono d’ossa dalla testa.
«Perché non dormi?» lo rimproverava, abbassava verso di lui la fronte sporgente, spargeva aria fresca come i dottori. Con un camice bianco indosso non somigliava ad una venditrice. Piuttosto a un’infermiera.
Lei, giovane, si era involontariamente diretta verso di lui, pure giovane, erano state le sue mani a sceglierlo, a sfiorarlo. Per simpatia verso i coetanei, per una segreta unione di gioventù che non sopporta la vecchiaia, neanche il contatto sostiene, celandosi nella frescura del camice frusciante.
Il pesce siluro si dimenava sulla bilancia. Capiva che queste mani dalle dita spinose lo accarezzavano, lo lisciavano, cercavano di calmarlo. Ma dentro sentiva male, nel sangue pallido non nostro, in quel posto dove le creature con i baffi non hanno anima, in particolare quelle acquatiche, lì, sopra lo stomaco, tra le cartilagini, faceva male: intuiva che sarebbe stato spedito da qualche parte solo soletto, il siluro con i baffi se ne sarebbe andato non per volontà sua. Mentre l’amica del momento se la sarebbe svignata, lo avrebbe tradito dopo tutte quelle carezze di conforto, avrebbe gridato forte, come un rapace, e l’avrebbe trafitto. E subito tutti si sarebbero curvati su di lui, allo stesso modo in cui si erano piegati sul lago dall’alto, apparsi come sagome di volti da una luce livida, violenta, mentre lui aveva ricambiato sguardi di creatura abissaledalla melma, da un’oscurità sonnolenta e piacevole. Erano stati alla pari, loro e lui, tutti vivi, e con curiosità si erano studiati a vicenda. Poi era successo qualcosa e ora si dibatteva e sussultava, poiché nella noia mortale aveva capito che loro vivevano a gran velocità, e a quel ritmo lui, grasso e pensoso, sarebbe morto, senza riuscire a star loro dietro. Per questo doveva dibattersi con tutte le forze, allora forse sarebbe potuto sprofondare nella fresca oscurità del suo mondo subacqueo, lontano dalla loro luce rozza.

Il siluro si dimenava con forza. Scivolando dalla bilancia, faceva impazzire l’ago, non voleva essere pesato. La fila era perplessa, è cibo questo?
Il siluro era maschio. La venditrice era una donna. Con le mani a conca, in modo delicato ma risoluto, lo stringeva per i fianchi, venne pervaso da un caldo insolito, piuttosto piacevole, per un attimo si fermò in ascolto e lei piegò verso di lui il viso indistinto, luminoso, bisbigliava affinché non si agitasse e si lasciasse pesare. Lei pensava, Se sarò gentile, si lascerà incantare e sottomettere. Le dita gelide e curate scivolavano, premevano il fianco. “Dai, ecco ora!” Giovane, agile, non così bianco sul ventre come gli altri siluri, sdraiati, pronti a morire, le era simpatico perché lottava, si ribellava, combatteva per sé.
E quando, avendolo sopraffatto, lo avvolse nella carta, si sentì delusa, smise di parlargli, era pronto per essere cucinato.
La fila si era ricomposta, voleva al più presto dimenticare l’animale inquieto.
Ma d’un tratto un giovane camionista dall’ossatura robusta cominciò a innervosirsi. Devo portare un grosso carico oltre gli Urali. Mi toccheranno due notti in bianco nella spietata oscurità della solitudine. “Tieni duro, autista, fatti coraggio, sei fratello del vento e del sole”, il camion si guasta, mi metto ad aspettare l’aiuto del collega: ci incliniamo in due sotto il muso caldo del motore, a cercare il guasto….Ma ora che fiuta la mia disgrazia, ora che si fa vivo per quella strada deserta. Posso anche urlare. Solo la radio mormora, mentre ti accendi un fuocherello. Te la cavi da solo, riparti, corri per catena degli Urali. Ma gli Urali, gente, sono la cosa più tremenda che esiste, lì fuoriescono fluidi speciali dalla terra, dalle faglie per farti dannare, patire e precipitare, sfinito, col muso dritto sulla roccia ruvida degli Urali. Io lì spremo fino ai duecento. Dalle ruote escono scintille. Comunque arrivo, in lacrime.
«Se lo tengo in cabina morirà?»
«Macché, il siluro striscia, quando lo stagno si secca. Resiste quasi dieci ore fuori dall’acqua, si immobilizza nella sua pelle, si chiude in sé. Penserà alla sua acqua.»

«Devo attraversare gli Urali. Ce la farà, lo metterò in cabina. Mi terrà compagnia durante il viaggio, nel buio. Saltano fuori certi pensieri, neanche credi che è la tua testa a farli. Respiri profondo, tutt’intorno c’è una notte alta, è come se non ci fosse mai stata anima viva, solo la radio mormora che c’è; non ci credo, guido con il petto al volante, il vento contrario vuole spazzarci via, vuole affondarci nell’oscurità, ma non ci arrendiamo: io e il volante, trivelliamo veloci il buio denso; affogare… in questa cosa più densa dell’acqua, non possiamo nell’acqua, respiriamo aria; il mio amico, amico caro, Siluro Ivanovič, il mio compagno, cugino e nipote, lo porto in viaggio per fargli vedere Mosca. Si chiude nel suo guscio e dice “Paša, vecchio mio, torniamocene a casa, oltre gli Urali! Mi iscriverò all’istituto tecnico, metterò la testa a posto dopo il militare, tra dieci minuti qui sarò già morto, non si respira! Questa terra nera di Mosca ti fa cacciare solo lacrime”. Inizia a stare proprio male, respira a stento, bisogna fare in tempo. Speriamo che non si guasta per strada…»
È quel che andava dicendo il siberiano, mentre scrutava timidamente i siluri in cerca di quello che, incontrato il suo guardo, avrebbe fatto un cenno furtivo a voler dire Andiamo, portami con te in cabina. Oltre gli Urali.

Un ragazzo gironzolava tra la fila giusto per curiosare. Il bancone del pesce lo attirava per i suoi alimenti vivi, mentre quelli dei restanti banconi non si muovevano. Passava il tempo a osservare, senza comprare nulla, storcendo la bocca rossa con ironia. Avrebbe tenuto ancora d’occhio il giovane camionista, il siberiano rozzo dagli zigomi sporgenti, se non che una giovane donna con la pelliccia nuova stava portando via il siluro (quello avvolto nella carta). Il ragazzo moriva dalla voglia di sapere che ne sarebbe stato del pesce e uscì di corsa dal negozio, non senza ghignare in faccia alla gente in coda.
Si avvicinò da un lato scricchiolando e con un respiro cremisi bruciò la guancia della sconosciuta. Quella non se ne accorse, così lui si fece avanti:
«Ha qualcosa che si muove nella borsa!»
La donna si rallegrò dell’interessamento e gli raccontò tutto, carezzando il viso stretto del ragazzo coi suoi occhi setosi.
«È un pesce; si addormenterà prima che arrivi a casa. Lo cuocerò al forno.»
Il ragazzo, affrettando un poco il passo, disse che si chiamava Arkadij, che il pesce non si sarebbe addormentato e che l’avrebbe aiutata a ucciderlo. La donna, da parte sua, gli rispose che si chiamava Svetlana e che accettava l’aiuto di un aguzzino. Gli chiese se avesse altre cose da fare, lui disse che sì, le aveva, ma le avrebbe rimandate.

Allora lei fu presa dall’agitazione. Fece un lungo respiro, lo pregò di non accompagnarla, e da ultimo pose un secco rifiuto. Il ragazzo invece le strappò la borsa di mano sostenendo che fosse una faccenda personale, che una promessa è una promessa, non si rimangia la parola data. Per timore che il siluro si addormentasse la scosse lungo tutto il percorso. All’interno non si percepiva alcun movimento.
Un’unica volta si fermarono su una panchina a riposare, Arkadij mise intenzionalmente la borsa fra loro. Osservavano lo scompiglio dei rami: l’acqua nera e baluginante dello stagno li rendeva inquieti. All’interno qualcuno si nascondeva, fiutando l’odore acre dell’acqua ferma…
se si scordassero della borsa ora, se si perdessero in chiacchiere, corteggiandosi, ridendo impacciati, scherzando. Se fuggissero per sempre. In un caffè.

La borsa era aperta e il siluro avrebbe potuto divincolarsi dalla carta, mettere fuori il muso rincagnato, agitare i baffi tremanti e lasciarsi cadere da un lato, rovesciandola con tutto il peso del corpo. Avrebbe strisciato, graffiando il ventre bianco sul vetro e sui rifiuti dei viottoli in pendenza, fino a oltrepassare il bordo. Si sarebbe inabissato, giù nel fondo, ferendosi sull’orlo arrugginito della latta che spuntava dalla melma, lui stesso si sarebbe sepolto nel fango. Prima di tutto bisognava riposare bene, muovendo i baffi sotto il flusso di rapide folate, e dimenticare per sempre il terrore mortale dell’aria-luce. Insostenibile.
Non sedettero a lungo. Arrivarono al secondo piano di un palazzo scuro. Nel cortile umido e maleodorante il cuore del ragazzo batteva forte da far male. Poi Svetlana Jurevna aprì la porta ed entrò in cucina, dove la luce era già accesa. La finestra era spalancata e l’odore familiare di acqua nera penetrava all’interno, benché lo stagno fosse alquanto lontano. Quell’odore innervosì il ragazzo, che non osava però dire che chiudessero la finestra.

Dalle viscere dell’appartamento emerse un uomo con la testa oleosa e il viso bianco, quasi mostrasse i sintomi di un’idropisia. Indossava pantaloni larghi sportivi e un maglione pallido con i bottoni. Strizzò gli occhi, come accecato dalla luce.
Il ragazzo si chiuse a riccio, cominciò a parlare di filosofia animatamente, che all’Università di Mosca non si sarebbe iscritto per principio, per non guastare il suo modo di pensare. L’uomo si sentì disorientato, era un semplice capo cantiere. Accarezzava timidamente la schiena della moglie, come si accarezzano i lividi, e rivolgeva sorrisi tremanti al giovane. Lui invece notò che la moglie graziosa dell’annegato era un poco strabica e per questo aveva uno sguardo sfuggente e setoso. Il ragazzo torceva il viso sottile in una beffa indistinta, fissava un punto sopra le loro teste e il suo mento quasi non si muoveva. Mentre il siluro, tolto dalla carta, sballottava sul tavolo. Dalla finestra soffiava fino a lui l’odore dell’acqua.

Poi quando l’eccitazione dell’incontro terminò e tutti gli si avvicinarono, tremò così forte che il piattino cadde e si ruppe.
Non sapevano cosa fare. Vacillavano a una certa distanza dal tavolo. Il siluro durava, non voleva morire. Tentavano di penetrarlo, il coltello scivolava, i muscoli si torcevano convulsi, respingevano la lama. Allora il ragazzo chiese un ferro da maglia per infilzarlo nel centro nervoso (tempo addietro aveva fatto l’inserviente in ospedale). Pensò all’odore dell’acqua, che rianimava la creatura, ma di nuovo non osò chiedere che venisse chiusa la finestra.
Il ferro scivolava. A quel punto lo compresse contro il petto. Gli riuscì: l’ago di metallo, affilato alle due estremità, penetrò. Lo scopo era cacciarlo nella carne. Gli riuscì. L’ago affondò nel petto e nel siluro. Nel siluro per sempre, mentre a me non per molto. Il pesce mandò un grido, espirò e si fece flaccido, io invece rimasi zitto.
Lo sventrarono, lo pulirono, mi allontanai di soppiatto, come per andare in bagno, e d’un tratto mi ci trovai di fronte. Lì allo specchio (senza toccare i bei flaconi impolverati) alzai il maglione e passai la saliva sulla ferita.

Il siluro era buono nel suo sugo. Era buono l’unto nella leccarda, la carne grassa si scioglieva come un impasto. Mangiammo a sazietà. Il siluro si ciba di carogne e vive trecento anni.
«Mia madre era pazza» se ne uscì lui, satollo, le labbra rosse che gli luccicavano.
«Mi diceva che le persone superano in lunghezza la loro vita. Non dopo la morte, ma ora, quando uno è vivo, è più lungo della sua stessa vita. Come ad esempio il vento in una steppa remota supera il tempo, che rattrappito ticchetta nella scatola metallica dell’orologio marca “Slava”. Diceva di ricordarsi di me bambino, con i calzoncini di flanella, e della sua gioventù spensierata passata sui libri delle biblioteche. Col tempo ci siamo divisi. “Mi sono imbruttita, ingrassata, non ho tutte le rotelle a posto, si frantumavano le stoviglie, adoro le aringhe, la marmellata, a te che sei giovane, insaziato, ti faccio schifo. Ti vergogni, mi nascondi dietro la porta quando arrivano i tuoi amici” ».

«Non volevo che mi toccasse. Ero triste che non facevo più l’inserviente in ospedale. Mangiavamo uno schifo. Avevamo la pensione d’invalidità, accantonavo e consegnavo i vuoti delle bottiglie. Poi si è dimenticata che ero figlio suo, borbottava, guardava fisso davanti a lei, gli occhi pallidi brillavano, parlando sempre con quello. È morta in ospedale, l’ho lasciata all’obitorio, non avevo soldi per seppellirla.»
Il ragazzo si fece scuro in volto. Calò la sera. Marito e moglie si strinsero l’uno all’altro.
La carcassa del siluro luccicava nella leccarda unta. Fuori una donna canticchiava. I tre la ascoltarono sorpresi. La neve aldilà delle finestre respingeva le tenebre, brillava a tratti di un color lillà. La coppia rivolgeva sguardi interrogativi al ragazzo. Il marito tossì e chiese falsamente: «Sveta cara, non è forse ora che vai a letto?»

Lei non si azzardò a rispondere. Ma lui non se ne andava, accumulava rabbia dentro. La ferita nel petto non si era rimarginata, si appiccicava al maglione. Finalmente si decise, si alzò in silenzio e s’avviò senza voltarsi. Nessuno volle accompagnarlo. Uscendo, non chiuse la porta, perché gli spifferi che venivano da questa si scontrassero col vento della finestra in cucina, rimasta ancora aperta.
In strada si voltò, alzò la testa per ghignare con le sue labbra rosse ai loro vetri ciechi.
Un vento fresco e piacevole mitigava il calore delle sue guance.

Nina Sadur nasce nel 1950 a Novosibirsk, in Siberia. Si trasferisce a Mosca per conseguire gli studi e nel 1983 si diploma in arte drammatica. Le sue pièce non vengono subito accolte e per un periodo Sadur si guadagna da vivere facendo le pulizie in teatro. Il successo arriva con l’opera Una donna strana (Čudnaja baba, 1981) che la consacra come una delle drammaturghe più importanti del nuovo teatro russo. Tra i suoi lavori teatrali principali l’adattamento del racconto gogoliano Vij. Parallelamente alla scrittura teatrale Sadur si dedica alla prosa e al racconto breve, pubblicando sette libri, tra cui una raccolta di racconti erotici, che consolidano il suo percorso creativo. Molto apprezzata all’estero è stata tradotta in Germania, Svezia, Giappone e Gran Bretagna. In Italia Il siluro con i baffi è uscito in “Atti Impuri”, vol. 2, come parte del dossier dedicato alla letteratura russa contemporanea.

 A cura di Elisa Alicudi

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2 Risposte a Il siluro coi baffi

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