a cura di sparajurij

Condividi o rifiuti un’idea di scrittore come testimone del proprio tempo, anche dal punto di vista linguistico?

ANDREA INGLESE: Testimone è colui che vede ed è partecipe, è coinvolto, ma sufficientemente a distanza per aprire una visuale su ciò che gli accade. La figura del testimone è quindi ambivalente: è uno che è dentro e fuori la lingua che gli è contemporanea, è con e contro quella lingua. Non sono giochi di parole. Quando scrivo, lo faccio con i materiali linguistici del mio tempo e contro di essi (li esaspero, ad esempio, con intento polemico).

ELENA MEARINI: Lo scrittore si fa testimone estirpando la radice dei nomi che più caratterizzano il proprio tempo. È colui che si sporca le mani scavando la terra brulla del quotidiano e mostra dentro i palmi il rovescio del visibile, la faccia altra della realtà. Il cumulo dei nomi sterrati, delle cose estratte, resta allo scrittore in attesa di un battesimo secondo da fissare su carta.

RAUL MONTANARI: Uno scrittore non potrebbe evitare di essere testimone del proprio tempo nemmeno se volesse. Il primo livello di questa testimonianza è proprio quello linguistico, anche se probabilmente il giornalismo e la scrittura saggistica sono più rappresentativi, proprio perché si fondano su una lingua poco personalizzata.

Che rapporto c’è tra il reale e l’immaginario, tra la storia e la fantasia nel tuo lavoro?

ANDREA INGLESE: Qui rispondo con le parole di un altro, Danilo Kiš. La risposta dice quello che io vorrei riuscire a fare. In realtà è Kiš che cita Borges: “la forma moderna del fantastico è l’erudizione”. La storia sono gli archivi. Negli archivi riposa tutto quanto di fantastico una mente umana possa concepire. Con parole mie: la forma moderna dell’immaginazione è l’archivio. Tutto ciò, ovviamente, non ha nulla a che vedere con la cronaca o con il mero (e a volte rispettabilissimo) reportage.

ELENA MEARINI: Ogni parola scritta crea attrito di zolfanello tra la dimensione reale e quella immaginaria. Da questo sfregamento nasce per combustione un terzo spazio, luogo di sangue misto, figlio fatto dall’innesto abrasivo tra reale e immaginario. Nello scrivere cerco di divaricare la realtà fino al punto massimo della sua apertura, la porto a compiere uno sforzo acrobatico capace di raggiungere l’altezza della fantasia e di trascinarla al suolo centimetro dopo centimetro, fino al basso della terra, allo schianto della genesi.

RAUL MONTANARI: La poetessa Marianne Moore l’ha detto una volta per tutte, e per tutti: “Noi dobbiamo mettere rospi veri dentro giardini immaginari”. Il giardino, cioè la storia, è sempre immaginario, perfino quando crediamo di raccontare un fatto vero. I rospi dentro il giardino devono essere reali: sono i dettagli, la concretezza del mondo materiale, del corpo umano, delle relazioni. La forza del dettaglio è senza eguali.

Nella primavera 2010, in occasione dell’uscita di “Atti impuri”, vol. 1, rivolgemmo agli autori selezionati per quel fascicolo una serie di brevi domande, le cui risposte sono rimaste per lo più inedite, finora.

4 Risposte a Intervista antologica ad autori Impuri, parte II

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