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Giorgio Vasta

Il bambino nictalopo albino ha sempre vissuto per strada ed è il contrario di me. Io cerco e dico sempre la luce, non per le storie sulla solarità ma perché è l’esperienza più trascurata ed è meraviglioso stare nella luce e pensarla e immaginarla. Lui invece vive nel buio, di notte, alla luce non può mai esporsi. Al buio ci vede, di giorno no. Il suo corpo è completamente bianco perché pelle capelli e occhi sono depigmentati. Quindi il bambino nictalopo albino, il mio contrario, è quello che io cerco, quello che penso e immagino. Un corpo di luce. Il bambino nictalopo albino è magrissimo e si muove di notte per le macerie del mercato, tocca tutto quello che trova con le dita sottili che sembrano steli. Da dietro le persiane gli uomini guardano giù e osservano la stria fosforescente che al suo passaggio resta in semipermanenza nel nero e poi scompare. I suoi genitori erano albini e sono morti, lui è senza casa. Ma durante il giorno non può stare nella luce, allora gli uomini lo fanno stare nella portineria di un palazzo nobiliare semidistrutto. In cambio lui deve, di notte, pulire sotto i banchi del mercato, togliere di mezzo lo sporco della giornata. La portineria nella quale vive è un gabbiotto con le pareti di legno e un vetro sporco.

Dentro c’è solo una brandina con un materasso e due lenzuola, sotto il materasso c’è un bacile di metallo bianco con il bordino blu; per terra c’è un pensile da cucina recuperato dall’immondizia, con dentro un maglione una maglietta e un paio di pantaloni, e un lavandino e un vecchio water incrostato con le tubature che non funzionano. Quando si usa il water si deve raccogliere l’acqua nel bacile di metallo prendendola dal lavandino e versandogliela dentro. È in questo modo, mentre versa dal bacile l’acqua nel water, che il bambino nictalopo albino si accorge che dal suo ano è venuta fuori una cacca a forma di cavallo, soltanto che mentre percepisce la forma del cavallo l’acqua sta già scrosciando e si porta via tutto nello scarico. L’indomani, prima di raccogliere l’acqua e versarla, guarda dentro e in fondo al water c’è un aquilotto. Il giorno dopo il bambino decide di farla direttamente dentro il bacile bianco. Guardando in basso vede che la sua cacca ha la forma di un corvo.

Il giorno dopo di una lucertola, quello dopo ancora di un gatto e poi di un elefantino, di uno scoiattolo, di un granchio. Sempre cacca vera, però a forma di animale in miniatura. Si fa delle domande su quello che mangia – quello che trova tra i resti del mercato di notte, soprattutto semi e legumi. Si fa delle domande su quello che pensa, sa solo che a questa cosa degli animali vuole bene. Passano i giorni e il bambino quando torna nella sua portineria si accuccia sul bacile e dal suo ano vengono fuori un leone, una foca, una farfalla, un cobra. Da parte sua non c’è molto stupore perché del mondo non sa nulla e quindi non sa che di solito non va così, che la cacca non prende forme. Pensa, senza sapere di pensarlo, che molto probabilmente il suo ventre è capace di immaginare e che gli animali sono le sue immaginazioni. Intanto gli uomini che gli permettono di stare nel gabbiotto gli dicono che non può più restare lì, che quello spazio adesso servirà, e che non può più mangiare i semi e i legumi in giro per il mercato, quindi per il momento non deve più uscire. Gli danno qualche giorno e vanno via. Il bambino nictalopo albino non ha capacità di pensiero; quando pensa qualcosa, dentro la sua testa c’è solo una nebbiolina che ha lo stesso colore della sua pelle.

Non potendo più mangiare i semi e i legumi dimagrisce ancora più, comincia davvero a somigliare alla luce quando si appiattisce e passa sotto le porte chiuse. Senza quasi più nulla dentro, un giorno si accuccia sul bacile e spinge sul fondo un cervo volante completo di delicatissime elitre. Si gira, lo prende in mano e se lo mangia. Il giorno dopo un alce dalle corna ramificate e complesse, e si mangia anche l’alce. Poi genera e mangia un delfino perfettamente affusolato, poi un asino selvatico con le orecchie lunghe, poi una rondine con le timoniere esterne filiformi. Infine un brontosauro, il suo capolavoro, l’intero corpo coperto di spine, il cranio stretto e lungo, la coda a frusta. L’ultimo giorno il bambino nictalopo albino è stremato, il suo corpo è linee di luce. Si accuccia ancora sul bacile ma, tra crampi e spasmi abortivi, gli cola tutto lungo una gamba, dall’interno della coscia al dosso allungato del polpaccio, rallentando poi nel cavo di pelle più morbido intorno al malleolo e terminando sul pavimento. Allora il bambino si risolleva a va a distendersi sulla brandina.

Ai suoi animali ha voluto bene, a tutti, e adesso, mentre il respiro è ridotto a piccolissimi lampi nel petto, si domanda quale fosse l’animale liquefatto, quello perduto. Sente che nel mondo c’è qualcosa di inspiegabile, poi non sente più niente e si addormenta e sogna una teoria di animali fosforescenti che a un certo punto si mescolano e diventano un solo grandissimo animale che velocissimo si contrae, diventa un puntino di luce e poi scompare. La mattina dopo, entrando nel gabbiotto della portineria, gli uomini non trovano nessuno. Solo, tra le pieghe delle lenzuola, c’è un microscopico globo, un insetto di luce che subito si scuote, si stacca dalla stoffa e vola via – ed è la grazia, l’unica grazia possibile, polverizzazione e fuga, di questa città senza salvezza.

Giorgio Vasta è nato a Palermo nel 1970. Ha pubblicato Il tempo materiale (minimum fax, 2008) e Spaesamento (Laterza, 2010). Ha curato diverse antologie, tra le quali Anteprima nazionale. Nove visioni del nostro futuro invisibile (minimum fax, 2009). La forma della grazia è stato pubblicato su “Atti Impuri”, vol. 2.

 

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