Francesco Ruggiero

Mentirei se dicessi che ignoro come si è radicata in me la mania per l’igiene dentale, e in particolare per il momento che precede l’ora del sonno e accompagna i fantasmi dentro il corpo. Mentirei perché – malgrado sia impossibile, il più delle volte, rintracciare l’occasione precisa in cui nasce un cambiamento improvviso – nel caso in questione so bene che tale fissazione è emersa poco tempo fa. Ieri notte, a essere precisi.

In serata riordinai i numeri delle riviste di meccanica che ricevo ogni mese: Automazione integrata, Ien, Organi di trasmissione, Componenti industriali, Macchine alimentari, Imbottigliamento, Fluidotecnica, Progettare, Lamiera, Carta e Cartiere, e ancora e oltre, fino ad Energie Oggi, che considero in assoluto la peggiore. Non le colleziono per passione o interesse nei destini delle ruote dentate e delle viti circolari, ma le ricevo gratuitamente per svolgere il mio lavoro. Che non è bruciarle, bensì esaminarle e selezionare gli articoli in modo da argomentare rassegne stampa in favore dell’azienda che mi paga, senza trascurare le alterne fortune dei suoi concorrenti. Compongo collage trafficando con scanner e taglierini di varia misura. Non è un lavoro complicato, se si esclude il formato scelto da alcune, per fortuna poche, testate, che è troppo largo per la superficie della mia fotocopiatrice domestica; o la carta su cui vengono stampate, spesso di scarsa qualità, attributo indispensabile per produrre tagli precisi sulle pagine di mio interesse. Quando la carta presenta una debole consistenza, le forbici la attraversano con slanci incontrollati e incisioni grossolane. Imperfezioni che tuttavia riesco quasi sempre a mascherare.

Dopo aver sistemato le riviste sugli scaffali, ne tenni alcune da parte, chiusi la valvola del gas e mi coricai. Anche ai singhiozzi ci si può affezionare e allo stesso modo, aspetti di quei periodici col tempo mi hanno conquistato. Mi riferisco alle rubriche che descrivono lo stato delle cose in paesi lontani come la Cina o l’India o l’Universo, considerati mercati in piena evoluzione, promettenti e incontaminati. Osservo cantieri e operai sorridenti a Shangai, leggo di convogli ad altissima velocità che attraverseranno il Giappone, scopro quanto vento spazza gli altipiani in India e quanta energia s’ipotizza di ricavare. E mentre le sfoglio fantastico di trovarmi sopra treni proiettile sparati nel cuore dell’Asia, o accanto a una fila interminabile di pale eoliche rifornite dai nostri cuscinetti volventi, o in orbita, di fronte ai satelliti impiegati per l’osservazione dell’effetto serra, anch’essi provvisti di materiali prodotti dalla mia azienda, applicazioni indispensabili per controllare l’assetto di corpi celesti meccatronici, teschi spettrali sospesi in un plenilunio di polvere e petrolio. Le considero un po’ come riviste di viaggio sporche di grasso.

E ieri sera, allo stesso modo in cui si perde conoscenza passeggiando sulle rive della Neva con Dostoevskij, mi assopii giunto all’embargo contro l’Iran stabilito dal Ministero dello Sviluppo e meravigliandomi del primo robot anti incidenti presentato da una casa automobilistica del Sol Levante: un prototipo in grado di camminare in branco ed evitare le collisioni imitando i pesci e il sistema visivo delle api. Mi addormentai in modo brusco, ma non del tutto improvviso. Negli attimi di abbandono pensai che non mi ero lavato i denti ed ecco perché avevo la bocca amara e una sensazione sgradevole intorno alla lingua.

In sogno tutto fu convulso: ero nel parcheggio di un centro commerciale, un parcheggio vuoto, pieno di gente, un parcheggio molto grande ma anche piccolo con uno ziggurat coloratissimo al centro. Faceva caldo e pioveva, pioveva e non arrivava la pioggia, frenata da una nuvola a metà strada che si comportava al rovescio. I carrelli della spesa erano mossi dal vento e sciamavano a gruppi, allacciati tra loro come cani randagi appena catturati. Mi sentivo asserragliato dallo smog che continuava a uscire dalle auto e si attaccava ai denti. Andai verso l’edificio, quasi fosse un luogo familiare, convinto di trovare il bar al pian terreno, sulla destra, non lontano dall’ingresso. Desideravo dell’acqua e menta o un frullato, smaniavo un po’ di refrigerio, di ristoro per il mio palato. Oltrepassate le porte scorrevoli fui strattonato da qualcuno con l’evidente proposito di bloccarmi o di reclamare un’attenzione che non potevo concedere. Cercai di trascinarlo senza nemmeno voltarmi, ignorando l’ansia che lo animava, ma la sua insistenza, così decisa da impedirmi di procedere verso una qualunque direzione ebbe la meglio.

Era il dott. Pettogallico, il referente, il ponte con l’azienda che mi affida gli incarichi. In una prospettiva più stretta, il mio capo. Prima dell’arrivo in agenzia era lui stesso a svolgere questo compito. Se ne era occupato per anni, ben prima della rivoluzione digitale. Tempi in cui, come ama ripetere, gli unici strumenti a disposizione per un risultato apprezzabile erano la colla e le forfecchie – usava sempre, per nominare le forbici, quest’espressione ricercata del tutto dissonante dalla sua figura e dalla sua personalità. Il dott. Pettogallico, infatti, è un ometto che non supera il metro e sessanta. Responsabili della statura sono le gambe straordinariamente piccole ed esili; due vere e proprie gambette che trasportano un corpo goffo e tarchiato, con un andamento nervoso. Si muove dentro l’ufficio con la furia di un insetto a due zampe: s’insinua tra gli appunti, sbircia i monitor sulle scrivanie, percorre l’intero perimetro della stanza il più vicino possibile alle pareti con passi corti e rapidissimi. Ma affronta ogni contrattempo – quasi sempre banali seccature – in modo lento e ostinato. Si fissa sulle cose come se soffrisse d’ipnosi. Chiunque cerchi di proporre una soluzione o di suggerirgli la formula migliore per superare l’inconveniente, lo trova a fissare il vuoto e ad annuire disorientato, quasi in trance, per poi sentirlo ripetere il punto precedente. E chissà che non sia proprio su questa stralunata costanza che ha costruito la propria carriera.

Vedermelo comparire davanti, nel sogno, accelerò la sensazione d’ansia. Sapevo che voleva contestarmi la pulizia di alcune immagini: i bordi non perfettamente regolari, i millimetri di vuoto a destra che non corrispondevano a quelli di sinistra, millimetri che non potevo nascondere al suo occhio allenato. Queste minuzie sono parte dei nostri dissidi quotidiani, poiché è evidente che si tratta di ossessioni e di fesserie l’analisi dei dati, da quanto ho preso l’incarico, è diventata più esauriente e chiara. Oltretutto non poteva essere più intempestivo: dovevo fare i conti con una sete tremenda e un dolore alla radice dei denti, dove i nervi e i vasi sanguigni inveiscono tra loro nello spazio che li collega all’osso, per cui tutti i miei pensieri erano rivolti a riparare nel bar più vicino. Mi aspettavo di trovarlo di lato all’area dedicata ai bancomat, che stavano allineati in schiere su svariate file per centinaia di metri sotto un cielo elettrico.

E invece ecco un ferramenta. La vetrina esibiva una collezione di chiodi e desolate farfalle secche. Neanche una bibita. Lo avevano trasferito al piano superiore, dove accorreva un maggiore flusso di passanti, era questa la spiegazione più logica. Raggiunsi le scale mobili, ma a causa del peso del Pettogallico, aggrappato ai miei capelli lunghi, la salita si trasformò in un gorgo molle, le scale in sabbie mobili, e temetti d’annegare insieme al mio passeggero. D’istinto cercai coi gomiti la sua mascella, lo colpii con forza più volte, e non appena la presa si indebolì, strinsi i denti attorno ai polsi, fino a sentire l’osso cedere, frantumarsi come se il muso scimmiesco del mio superiore reggesse un corpo di vetro.

Risalii l’intera scala facendo leva sul mio accompagnatore, capace di liberarsi dal gorgo grazie a due ali comparse chissà come. Il piano superiore era affollato di gente ma la gente non c’era, o meglio c’era ma non era vera, sostituita da ombre che nuotavano sulle vetrine come lucertole disambientate. Pettogallico approfittò di quell’attimo di stupore per riprendere a lamentarsi e domandare attenzione, e mentre parlava le due piccole ali si agitavano al ritmo della sua inquietudine, assumendo così, per intero, l’aspetto di un lepidottero in agonia. Un insetto frenetico animato da un unico mantra: devi smussare spuntare, levigare, arrotondare, devi smussare smussare smussare arrotondare, senza stancarsi di ripeterlo, anzi, mantenendo costante l’accento d’apprensione su ogni sillaba, come se il mantra galleggiasse su un mare di carta.

A osservarlo bene, veniva proprio voglia di staccargli quelle alette del cazzo, spezzarle con un gesto freddo, deciso. Lasciarlo frignare sul pavimento di plexiglas dopo averlo scalciato sul petto o strangolato con la cravatta che accarezzava in modo febbrile. Provai a realizzare tutti questi pensieri, e intanto nella mia gola scendeva respiro marcio e smalto dentale. Provai a realizzarli tutti insieme, senza ordine o coordinazione: un po’ strozzavo, un po’ colpivo, un po’ afferravo e immobilizzavo con le ginocchia puntate sulla spina dorsale. Ovunque i colpi lo raggiungessero qualcosa si spezzava e il sangue sgorgava a terra in una pozza che rapidamente divenne un torrente mosso in direzione della frullateria.

Bisognava assolutamente evitare che le piastrine apprensive di Pettogallico contaminassero le bevande. Dovevo agire in fretta: trascinai le estremità del giovane su un gradino e concentrai tutta la forza sulle sue caviglie battendo col tacco delle scarpe. Le pestai più volte per assicurarmi che fossero rotte e che non potesse sorreggersi o spostarsi – una precauzione necessaria sebbene fosse malmesso, gli zigomi schiacciati, i polmoni collassati e le vertebre scheggiate. A quel punto sfruttai l’ingombrante presenza delle ali e lo trascinai fino al limite del torrente per creare una diga in grado di arrestare il flusso – ma, pensai anche, in un lampo di compassione, che in questo modo gli avrei permesso di tornare nel suo sangue. Con particolare soddisfazione per l’ultima intuizione, corsi al negozio di frullato, giunto al limite delle forze. Bussai ed entrai con un’unica azione. Il commesso dietro il banco era Michail Gorbaciov, ma non ne fui sorpreso. Mi era già capitato di imbattermi nel governante russo e mai con conseguenze positive. Mi posi dunque in stato d’allerta. Chiesi, con la calma di chi conosce i propri diritti, una porzione media di frullato alla pesca, o in alternativa all’anguria, o semplicemente al gusto del giorno, qualunque fosse, senza aggiungere ulteriori domande, frasi di circostanza o commenti.

Gorbaciov mi restituì uno sguardo malinconico, lo sguardo che sott’acqua hanno i polpi inermi mentre sognano abbracciati ai sassi. Aprendo una vaschetta per mostrarmi il contenuto, aggiunse che no, che quel giorno si erano sbagliati, e che gli avevano consegnato, a causa di un malinteso, soltanto della sabbia. Nella vaschetta infatti ondeggiava un chilo di deserto e il Segretario Generale provò a convincermi che chi mangia la sabbia poi piscia il mare e che non avrebbe dovuto dirmelo in quanto occidentale ma me lo confessava ugualmente poiché gli sembravo uno capace di crederci. Invece, mentre fissavo l’espressione solenne e avvilita di Michail Gorbaciov, mi sentii aggredito da un vortice di polvere che sgretolava i denti uno dopo l’altro lasciandomi, al loro posto, del pietrisco lunare, infilato giù nella gola fino a soffocarmi.

In quell’istante mi svegliai. Dopo essermi liberato delle coperte con uno scatto presi la strada del bagno. Attraversai il corridoio come se camminassi sulla brace. Al buio aprii l’armadietto e afferrai la bottiglia di collutorio per ingollarne sorsate con avidità. Promisi a me stesso che non sarei andato a dormire senza lavarmi i denti, senza accarezzare lo smalto con setole soffici e non mi sarei lasciato vincere dalla pigrizia o dalla stanchezza anche quando assumesse la forma di ingegnose giustificazioni. Mi tranquillizzai. A quel punto accesi la luce. Lo specchio rifletteva il volto dell’uomo vecchio che sono: gli occhi incassati nella pelle, gli zigomi scesi ad altezza delle guance, un naso che non ha mai smesso di crescere rendendo enormi e inutili narici da cui spuntano peli grigi e vene violacee.

Al centro di questo volto squagliato c’è un abisso, una voragine che il mio sguardo fatica a sostenere, un cimitero senza luce, una bara di saliva capace di ospitare soltanto gengive. Nude, sporgenti, macchiate di sapone che precipita sul mento insieme alla bava che non so più trattenere. Accanto allo specchio, nel muro, c’è una presa di corrente danese che pare il muso di un maialino drogato; più in basso, sul lavandino, dentro un bicchiere di vetro, galleggia il mio sorriso.

Francesco Ruggiero  (1977) collabora alle attività del gruppo sparajurij e alle sue propaggini editoriali, come la collana Maledizioni e la rivista letteraria “Atti impuri” (sia off che on www.attimpuri.it), di cui cura anche la grafica di copertina. Il racconto Gli orologi terminali è apparso su Atti Impuri, vol. 4.

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Una Risposta a Igiene dentale

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