Ade Zeno

Tuttavia, pur considerando che anche lì avrebbe ritrovato lo stesso orrore di sempre ad aspettarlo, si diresse sul luogo in cerca di conforto. Una volta raggiunto, lo guardò attentamente, non tanto, giusto il tempo necessario a riesumare le idee, a far finta che fossero loro a spiarlo, e non il contrario. Infine prese nota che anche il lavandino del ripostiglio era fatto di carne.

Ancora spoglie dall’ultima incursione di sua madre, le pareti una volta tappezzate di verde trasudavano un austero senso di degrado delle forme, sbrecciate e corrose dai giorni all’ombra, dall’umidità secolare, dai minuti; assediavano come statue calve il lavabo, le sue vene ricurve. Ecco, si disse, ecco di nuovo i conti che tornano.

Le impronte delle sigarette di suo padre sul pavimento: dappertutto trincee molli, abrasioni nere, tracce livide come macchie solari. I detersivi non valgono nulla, strofinare o incidere con violenza di stracci ognidove è inutile, forse perfino sciocco. Andavano a solcare una traccia precisa che conduceva dal salotto al ripostiglio, fin sotto il lavabo, lì, ai piedi del suo corpo lungo. Poteva essere un passatempo seguirle, ripercorrere i passi che il babbo già ammalato e quasi sottoterra aveva mosso lentamente uno ad uno, barcollando. E di questo lui era sicuro allora come adesso: che viaggiando a tentoni lungo il corridoio suo padre avesse pensato almeno una volta: “Questa è la morte, la fine mia e della mia carne”.

Ecco – considerò – ancora i segni di lui in questa casa. Dopo il tubo per l’acqua della doccia divenuto improvvisamente nient’altro che un cuore marcio, dopo i lampadari trasformati in mani corrotte, dopo bulbi oculari riflessi nei vetri e pavimenti foderati di cute, ecco il lavandino sanguoso e organico che aspetta al varco in attesa di me, me soltanto, senza che nessun altro guardi e sappia; perché io ho la vista acuta, e le cose che non si vedono io le vedo, e i ripostigli nascosti io li scovo, e mio padre sottoterra io lo posso sentire qui, scorgere il sangue che ha lasciato in sua vece.

In cerca di conforto, per sempre, a pochi passi da quello che forse era stato uno stomaco, abbracciò il lavabo stringendo il più forte possibile. Poi, assumendo la posizione del piccolo gatto che era, si mise a miagolare in silenzio, timidamente, senza singhiozzi.

Ade Zeno (1979) collabora alle attività del gruppo sparajurij e alle sue propaggini editoriali, come la collana Maledizioni e la rivista letteraria “Atti impuri” (sia off che on www.attimpuri.it). È autore di alcuni cortometraggi, di testi e regie teatrali e di svariati racconti sparsi su antologie e riviste. Il suo romanzo d’esordio è Argomenti per l’inferno (No Reply, 2009). Il suo racconto Quello che resta è uscito su “Atti Impuri”, vol. 4.

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Una Risposta a Il lavabo

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