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Tommaso Ottonieri

…… da un sommo di lame, mentre fuggi dal bosco, così si piegano gli alberi di pietra

…… in fuga nello scatto della luce verso dove

…… il fumo il gelo filtrato dai rami, dagli invisibili condotti il gas galleggiando, che avvolge cosa, vedi

…… dal fondo d’orifizio muto il magma ribolle e crepe allarga il sangue ai piedi dell’altare

…… in excelsis al sommo del rostro

…… sgusciare dalla pelle, nel fitto la semina di squame

…… ombre scodate nel fitto di scoiattoli, scintillando incisivi dalla base del tronco, a risalire lama la camera magmatica surriscalda il gelo dov’è albergo

…… farsi strada dagli arbusti, scuotendolo dal capo, il fogliame che s’impiglia, l’arie scosta di asfissia

…… a nulla vedere al nulla cedere alla piega dell’ombra

…… creature fuggono, e canidi e caprioli, l’ombra fusa di fiamma lievitante

…… dovrà sciogliere in vasche d’acido in liquido acciaio dovrà fluire fuoco fra gli sterpi nel canale a farsi lampo, verbo, il suono della lava

…… una zolla divelta, dal fitto di boscaglia, questo cubo scavato a covare il vuoto, tagliare nella terra, friggere nel cavo per scintillìo del minerale

…… fra i tronchi dardi che tracciano a mezz’aria aghi invisibili nell’instillare gocce penetrano, la pupilla delle carni, schiude la pelle squama sincopi vetrose

…… fiato dando alle trombe in excelsis via dalla faglia che s’allarga taglio che striscia delle liquefazioni

…… d’incrinature, sulla fuga del bosco, il diapason si estende l’altezza diafana del suono della fuga nel bosco

…… autostrade invisibili giù il tremolìo dei filamenti, cristalli d’iride e calcina il calore della palpebra

…… l’urlo ingoiato, dalla radura l’erba che si apre, uno stormo levando a gracidare, d’arco il dorso che emerge il livido verde solleva l’orlo dei catrami scosta le rughe il soffocarsi dell’urlo a non vedere cosa

…… sul richiudersi dei cieli acida la grandine dei firmamenti, gas serrano intorno, cuscino lattice che preme, blasfeme sillabe dal nervo rantola il canale della gola

…… non io a goccia lenta mente e il rostro della fiamma

…… a cosa non pensare cosa non volere che diaframma scioglie dell’occhio del cristallo, e stilla e spande un tappeto di lamette

…… irti aghi a filo d’erba nel bosco

…… dal cancellarsi di voce, a perpendicolo, nell’assalto dei cieli, questa semina di brividi, livida lingua liquidi d’erba in feconda

…… aguzza una corona scatta dentro il vuoto d’aria, tagliola a catturarne il peso, piombo del corpo il suono lacerando lo spessore lo stringere dei denti la mascella incurva

…… nello storno di serpenti il flash dell’accensione il risucchio, strabico, morde il freno, tardi

…… e fermentare delle insonnie e impronte tempestano su un molle di tastiera, organo d’elfi ustorii sul tappeto che crepita, spettro d’organi quando il suono a stantuffo

…… si chiude, cosa non vedendo, fumo senza accendersi, attraverso la fiamma, la boscaglia di rostri

…… dalla brughiera la notte giro d’occhi che si librano, fasci di fari sparati raso le pozzanghere, ferrigno il serpe geme al liberarsi delle cuoia

…… vicino alle valvole di ruggine lo specchio opaco tra arbusti un allargarsi di stagno, il giro alto degli astri, lo schianto dei rami sul bramire, su un sussulto di brame e basse le nubi cariche d’acida grandine

…… riverbera latrati, a soffocare nel muschio, una testa di cervo che illumina dal suolo, e velo gonfia e monta escresce dalle cime uscite adesso da millenni di letargo

…… entro il vetro d’acqua il verso del diamante la grazia dell’acciaio il freddo della pelle strappata le ventose del vapore rappreso sulle cornee

…… il vento della gelatina in orbita e crepitìo di rotoli evangelici e l’acqua, l’acqua, che ribolle, del crudo degli astri interrati

…… per la selva di cerri il frusciare degli aceri una nuvola di spore come su schermo un teschio chiaroscura agitando in trasparenza cosa

…… quel che doveva accadere, quel che sarebbe fluito, quello che schianto doveva cedere, lo sgretolìo delle sillabe ch’erano intrecciate, dentro la notte alcolica un singulto di parole cerca fessure nello scivolare degli specchi che si chiudono

…… è un velo, la lana dei soffioni che si leva, la lava che striscia da un occulto di orifizi, il dorso che sguiscia sul sommo dei corni, la lingua che carezza tra lamiere, le squame a scatto nel profondo del taglio ad avvolgere

…… sollevandosi i rami quando crepano nel sussulto di licheni, per lo sposalizio mistico che è in fiamme, in volo il volto d’ossa si scioglie a macchia spruzza nella tenebra una benedizione di lama

…… coltello tra i denti i tagliatori di teste risalgono il fogliame, rasoterra le scie dei lacrimogeni il fascio di luce dagli elmetti

…… di ruggine nel tronco la parte viva del metallo, specchianti le superfici a svelare il corrodere del battito l’espandersi dei gas le fecondazioni dell’apocalissi

…… confitto nel molle della terra, trapanando il verbo, dal foro il fango a espandersi, muto un alfabeto di carne, uno spartito di teste, che seme e striscia putrescenze il bosco serra senza fughe

…… l’urlo di sirene gonfia il torrente il fumo lingue di spettro protese dal fronte diafano del fuoco

…… nero l’orbitare di pupille, roventi i grani del piangere, sudore tra i capelli che pendono tra i rami, questa polvere

…… senza carezza di luce scossa la terra dal galoppo d’un’armata emersa dalle tenebre

…… a lame e lingue il bosco che scompare lance s’arrestano nell’ora ferma s’incanta la mappa del vuoto l’abisso dell’acrobata il precipizio delle anime scarlatto vortice di spiriti animali che aggrovigliano per perdersi

…… sillabe accartocciate nello specchio dei volti, cartilagini che sgretolano dal volo degli spettri dal sesso aperto degli elfi come su un altare

…… come un respiro che sfrange in moltitudine di lamine come una corteccia che respira metri cubi di smog, e di granito le liquefazioni, la faglia scoscesa gola nel friggere di tenebra il grasso delle purificazioni

…… soffocati i desiderii squittendo sottopelle la terra placenta delle plastiche, e raschia l’acciaio dei cieli il bosco ingoiato dal buio il corridoio ascensionale baratro che viscere il canale che risucchia cosa

…… nell’umore gorgoglia della terra il fruscio d’invisibili sangui, gola di serpe rugge cori, liturgie, deglutizioni, il ferro suono liquido

…… apre un foro nel peso dell’aria senza luce, mulina per scrutarvi dentro scavare l’ombra estrarre fili dei metalli rimasti dal borborigmo delle comete a bassa quota

…… così ancora nel gas che spira gelido tra i fusti essere avvolti e il fumo che ghiaccia intorno e freddo il fuoco che midolli divora

…… sull’ara, in excelsis, questo altare di carne sotto il cremisi ancora della grandine

…… solvendo polvere senza poter estinguere senza smettere di coagulare nel fuoco freddo del termine dell’alba

…… senza pelle gomitolo di alcun corpo e la fuga che ustiona senza rotta

…… nella mezza luce la fuga dei cadaveri che non cessiamo di contare, rosarii a grappoli di carne di passione

…… non elfi, non sessi, una tempesta di spettri, di plastiche di temprato acciaio la foresta si piega e piange dal grasso dei cadaveri, alimentato il suono segreto dello struggere

…… che scava dallo schianto dei rami per trovare l’ombra della sua luce nel cieco aprire il canale della muta risonanza

…… e chiedo la piega il verso del contorcersi le sillabe spezzate il cumulo di carboni che s’è alzato in questa notte una liturgia d’annegamento quando il lucore spegne e brucia e chiedo

…… tutto non vedere, nello sgocciolìo dei resti, illumine il taglio irto dell’anima che sbarra, questa ruga animale che s’esanima cosa a nulla estinguere fino al termine dell’alba quando so che tutto sparirà

…… è lago di fuoco il baratro che fende a raggi sulla periferia di terra le radici e tutto ringoia il bosco, esala palpebra a non vedere quando a vortice i bagliori a precipizio e chiedo

…… che i contorni sbalza la scia che abbacina le corazze le squame

…… a ogni spirito ingoiato e strisciando e chiedo e nel ruotare dei bronchi

…… pietà per la luce, mentre fuggo dal bosco

Tommaso Ottonieri (1958) ha pubblicato libri in prosa e in versi, come Dalle memorie di un piccolo ipertrofico (Feltrinelli, 1980; NoReply 2008), Coniugativo (Corpo 10, 1984), Crema acida (Lupetti e Manni, 1997), L’Album Crèmisi (Empirìa, 2000), Elegia Sanremese (Bompiani, 1998), Contatto (Cronopio, 2002), Coro da l’Acqua (d’If, 2003), Le strade che portano al Fùcino (Le Lettere, 2007) e il saggio La plastica della lingua (Bollati Boringhieri, 2000).

A cosa stai pensando (che cosa stai vedendo) è apparso su “Atti Impuri”, vol. 1, ed è costruito sulle stringhe degli status facebook, una specie di status-poem ovvero status-tale dell’entità Thoma De Hohtt, scomparsa un attimo prima di mandare a stampa il testo. Ne parlò anche Gilda Policastro su “Il Manifesto” del 25 gennaio 2010: qui.

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