Il callista di Dio

Istvan Bàrtczac

Ora vorrei solo uccidermi il colon con una vagina oblunga suturata sul collo. Per questo ho una nomea difficile. Li comprendo, comprendo tutti, le loro ragioni. In ogni caso farò a modo mio. Dopo quello che è successo, il corpo in cui vivo puzza di sacro.

Berra, Berra! Sado Berra, dico: qualcuno ne ha saputo niente?!
Niente di niente, signor capo contabile, nessuno l’ha visto più.
Non si presenta in ufficio da dodici giorni! Avranno pur chiamato al suo numero!
Non risponde mai, il telefono fa tuu tuu… sembra vuota, quella casa, signore…
Ma è mai possibile! Ho qui la lettera di licenziamento. La prassi è consegnarle a mano!
Perché non gliela spedisce, signore?
Perché è la prassi! Andrò a fargli visita oggi stesso, mi sentirà, quella capra senza rispetto!
Ma potrebbe essere pericoloso, signore…
Sado Berra pericoloso?! Un impiegato a paga minima che sa dire solo sissignore nossignore e buongiorno? Credi che sia uno stupido?
Nossignore.
Eppure mi hai detto che è pericolosa andarci da Berra.
Sissignore.
È un tuo collega, lo conosci bene…
Uno come gli altri… solo che…
Che?
Aveva una strana cera l’ultima volta.
Che tipo di cera?
Quella di uno che è ha a che dire col mondo, signore.
E con questo?
I suoi occhi erano strani, non so come dire…
Cosa vuoi che m’importi di un paio di occhi! Stai cercando di perdere tempo… anche tu poca voglia di lavorare, eh?
Nossignore, non volevo dire questo.
E allora smettila di parlare. Torna alle tue carte, io andrò da lui con la lettera. Voglio vedere se non aprirà la porta! Voglio proprio vedere!

È così che nascono la guerre e i capi e gli scannamenti senza rimedio, con lettere portate a mano. Era lì, davanti alla porta, col suo pezzo inutile di carta e potere, pieno di grassi e fegato marcio come un uovo, il capo contabile dei miei coglioni; lì, col dito piantato nel campanello arrugginito, fermo come un palo depresso, e schiacciava, schiacciava, e lo sapeva bene che io ero lì nella casa, lo sapeva bene il cazzone, ma non riusciva a immaginare come, in che stato; mi avesse trovato lui per primo, lo avesse visto a quel punto il mio corpo riverso e svuotato di ogni ben di dio, nel lago di frattaglie strappate in cui stavo, lui e non i militari e la protezione civile e tutto quel viavai di gente trafelata, ci fosse stato lui sì che sarebbe stata bella da vedere. Altro che coraggio e autorità e tutte queste palle: solo di affogare nel suo vomito verde e svenire per la paura e scappare via urlando come una lepre con la parola sottopelle, no: in gola.

Che gli uomini siano destinati a non farsi capire e a non lasciarsi prendere prima o poi, è questo il vero scandalo. E che si addobbino di piaceri inutili, anche questo, bisogna dirlo. Lasciato lì sul terriccio molle della serra in giardino a marcire un secondo dopo l’altro, pieno di speranze verso il mondo e il mio futuro nell’universo tutto, mi maceravo di carezze morbide e piccoli grugniti aspettando le prime voci. Quando le ho sentite finalmente c’era un freddo piacevole che mi massaggiava i glutei e il primo pezzo di fegato che mi ero tirato via stava lì a grondare godimento rosso da tutti i pori. Il tempo si è dilatato come un elastico d’aria, non so più nemmeno se sono passati diversi giorni dal primo graffio al mio retto o solo cinque minuti. In ogni caso non mi interessa per niente. Ho sentito uno che diceva L’ambulanza arriva fra poco, respira ancora, forse si può far qualcosa, e un altro – forse era sempre lo stesso che continuava da solo, non so – diceva Sembra impossibile che sia ancora vivo… cosa può essere stato a ridurlo così… dio che schifo… io non lo so non lo so davvero se ce la faccio a guardare ancora…

E poi le luci e i rumori e le altre bocche che parlavano sopra il mio culo sfatto e qualcuno toccava le piante della serra e faceva commenti sul mio allevamento di vermi e altre cose così, più che altro domande e rutti di paura, ma nessuno che abbia toccato il mio corpo. O anche solo qualche suo pezzo. L’avrei sentito. Il fatto che tutti gli organi che spingevano dentro di me adesso siano fuori per terra chi da una parte chi dall’altra, non vuol dire che abbia perso sensibilità.

Non vorrei fare confusione. Ci sono troppe cose da dire e non ho in tasca che una frazione del tempo che mi servirebbe. Premettere che il momento della mia morte sia arrivato mi sembra irrisorio e scandalosamente inutile. Per questo lo dico. Come tutte le faccende irrisorie questa è degna di essere menzionata. Sto morendo come una mela marcia di cui è rimasta solo la buccia. Non so se rendo l’idea. C’è solo più il cuore qui dentro che batte. Il cuore e pochissime altre cose. Gli occhi dovrebbero essere a pochi passi da qui: li ho gettati via per primi. E stato l’unico momento di dolore inaccettabile. Il naso e i lobi saranno poco più in la, a due o tre spanne dalla lingua e dal labbro superiore. Al culo ci sono arrivato dopo qualche ora. Anche se avevo fretta di sapere e di provarci finalmente. Ma ho avuto pazienza e questo mi ha premiato. Sto correndo, lo so. Meglio iniziare da chi ero.

Mi chiamo Sado Berra, sono nato nell’anno di dio millenovecentove e ho aggiornato registri contabili per sedici anni e tre quarti. Coltivare azalee e rimpinzare vermi ha costituito fino a poco tempo fa una fetta facile e considerevole della mia esistenza. Avevo due occhi marroni e quattro arti abbastanza asciutti. Avevo un lavoro, una casa e una piccola pensione garantita. L’anno in cui sto morendo è il 1934 ed è una bella sera di aprile che profuma di salvia.

 A cura di sparajurij

“Ora vorrei solo uccidermi il colon con una vagina oblunga suturata sul collo. Per questo ho una nomea difficile. Li comprendo, comprendo tutti, le loro ragioni. In ogni caso farò a modo mio. Dopo quello che è successo, il corpo in cui vivo puzza di sacro”.

Incipit caustico e graffiato del più conosciuto – ovvero del meno sconosciuto – dei tredici romanzi postumi scritti da Istvan Bàrtczac, autore tanto grande e poeticamente invasivo quanto dimenticato nell’oblio delle letterature morte: di Bàrtczac non si sa quasi nulla e le scarsissime notizie sulla sua biografia si riducono a brevi note sulle quarte di prime edizioni povere e già preziosissime. Il romanzo di cui abbiamo riportato l’inizio si intitola Il callista di dio: indagini di un erotomane falso, proposto in Italia dalla coraggiosa Pertini Editrice. Scritto nel 1934 nell’ospedale psichiatrico di Nicosia (Cipro), venne pubblicato per la prima volta nel 1962, cinque anni dopo la morte dell’autore, assieme a Il fallo eburneo di Filottete (1928) e Sodomie di una lingua incipriata (1930). Carnalità e potenza distruttiva dei sensi, eroismo del sanguoso, bestemmia in prosa; come una vescica ipertrofica perforata all’improvviso, la lingua de Il callista di dio esplode in un profluvio di erotismo animale e raffinato, senza rispettare regole narrative e impianti strutturali si snoda in turpiloqui mistici, urli, geometrie perfette. Paragonato da Dardmaz all’ultimo Artaud e osannato da Sölderness come il più grande dei “romanzi clinici” del Novecento, Il callista è la storia allucinata di un viaggio corporale. Sado Berra, impiegato in un’agenzia di trasporti con la mansione di copialettere, è un uomo normale e giudizioso che nel tempo libero coltiva orchidee e alleva vermi. In seguito a un’aggressione sessuale subita nella serra degli amati fiori (“Il paradiso terrestre in cui si consuma un peccato originale claustofobico”, come annota con fin troppo facile spirito intuitivo Dardmaz), l’uomo qualunque di Bàrtczac inizia consapevolmente a sprofondare nella follia del Senso, della lacerazione corporale, nel deliquio. Sarà da qui che prenderà via la ricerca dell’“uomo qualunque”, del burattino kafkiano sì, ma ribelle, inutile anche, ma satanicamente divino. Solo ma assoluto; da qui, da una sodomia forzata e aberrante (la lunghissima – più di ottanta pagine – scena dello stupro-possessione non ha niente da invidiare alle sequenze più macabre di uno splutter-pulp alla Kamurosv), da qui, dicevamo, inizia un percorso a tappe che nasce nel senso di colpa/vergogna per approdare lentamente in una presa di coscienza del dolore-piacere, dell’amor-mortis, della conoscenza carnale. Sado Berra inizia a meditare un suicidio-rusurrezione, una ricerca del Sè nell’Es, medita insomma di uccidersi nel più carnale e masochistico dei modi. Si strapperà gli organi col braccio partendo dal colon, si devitalizzerà dall’interno dopo mesi di esercizio e studi di anatomia. Il suo corpo verrà trovato esanime e sorridente immerso in quel che resta delle sue interiora putrefatte. Un finale che parla da sé e che tuttavia non si risolve nella fine, cioè nelle ultime scene di male atroce e perfetto, ma in tutto il correre della narrazione, perché è di un libro definitivo in tutto e per tutto che stiamo parlando, un libro che si trascina dietro-dentro la degenerazione della carne già dalle prime pagine, dato che la vita del Berra-uomo comune è affidata a un flashback, a un passato irriconoscibile e nullo.

“Puttane, sifilitici, traditori innamorati del mondo universo! Questo è per voi, a voi il mio fegato il mio colon le pareti delle narici! Siate stanchi di meriggiare e cogliere sassi! Siate sazi e irragionevoli! A voi! Leccatemi il sangue infami!” Sono le ultime righe del Callista. Urlate come urlato è tutto il libro. Un libro esplosivo e lacerante come pochi in cui a scoppiare non è il dolore o il volto di un universo solo e distrutto, ma l’amore per il Creato, la carne, il sangue vivo, la ricerca estrema di dio fra i muscoli sfinterici del mondo.

Nota di Ade Zeno

Cosmagonie

sparajurij

Le brevi prose che seguono sono parte di una raccolta più ampia di Cosmagonie. Una Cosmagonia è la percezione scritta dei problemi di Einstein con la meccanica quantistica; del principio di indeterminazione e della relatività. Per ciò, in ciò, la teoria delle siringhe, la fisica teorica secondo tossici buddisti pirati in dadantesco inferno è la soluzione finale.
Una Cosmagonia rivela il cosmo. Le particelle elementari di cui è fatto l’universo non sono composti puntiformi esclamativi, bensì minuscole siringhe armoniche che possono vibrare. Tale vibrazione dance è la gioia di neutrini, quark e gravitoni coi gavettoni. Possono nascere galassie dall’avambraccio dell’Orsa Maggiore, si possono anestetizzare e rivedere gli anelli di Saturno, trovare la scusa per vendere il cielo a Plutone. Con una leggera pressione sulla pompetta anche certe costellazioni come Orione arrossiscono e passano subito al metadone.
In occasione di eventi performativi e incursioni situazioniste alcuni di questi testi sono stati diffusi da sparajurij all’interno di “siringhe” poetiche (per sensibilizzare sugli usi e sugli abusi) o stampati sul retro di Santini provvisti di approvazione ecclesiastica, oltreché raccolti nel novembre 2003 con il titolo Cosm/Agonie nella rivista “Vertigine” diretta da Rossano Astemo.

Cosmagonia degli agorafobici nati

Fuori da dove io vivo ci sono le autostrade, le periferie e il sole che piegato sopra tutto l’anno scolla piano l’asfalto, lo dissalda, lo dilata, provocando la deriva di una città dall’altra, poi si allontana.
Non lo sa nessuno, perché lui ammassa zitto spazio in mezzo prendendo l’aria, a forza, dai miei polmoni.

Cosmagonia dei belli addormentati

dopo tutti quei pigri novantanove anni svegliarsi chiamando urlando la vecchina il fuso che mi punga di nuovo perché ecco così bello sarebbe tornare a sonnecchiare, vestita di origami di carta da zucchero, immersa nel colore della gelatina al lampone con canticchiare d’archi su base di sussurri. nessun castello sarà mai meglio di questo campo di mulini a vapore con pale che affettano nuvole filate da cui piovono fiocchi di riso. qui ho la miglior corte che si possa volere tanti animali di cartone animato che capriolano sulla mia pancia e un branco di coccinelle che mi intrecciano i capelli. che nessuno più mi svegli da questo dormire all’ombra di una coperta di tela di ragno, le gambe sdraiate su un tronco cavo mentre la schiena nuota in piscina.

Cosmagonia dei videoammetallati

il tubo zigrinato sullo schermo mi entra nella carne e me lo spinge a forza nella ferita e i vermi già divorano il metallo di traverso squarcia e deflagra per una nuova via di movimento dentro l’arteria con questa spranga come cazzo e trivella e perfora nella polpa mutante scarnificata neve elettronica si riavvolge e brucia accelerando il pensiero dell’occhio fiore ferroso che la carne fiorisce impazzita ammettalato a se stessa afferrato nella poltrona girevole lo guardo di nuovo, la carne e il metallo monocromi strillano lacrime e sangue, col dubbio di ruggine, preme la pelle in rivoluzione, sterile igienico amianto-addome che finora era sangue e carne del proprio sangue e crepita e squarcia a fili di fibre lo scheletro dentro ora scheletro fuori e ancora si liberano urla da pelle che è ormai ferro battente non mortale occhio vivente fuori dall’occhio gorgo che avvita la morte è la vite che scorre non salda ma ancora si fonde col ferro che cola la pelle che frigge in fuochi di padelle…

Cosmagonia dei notturni visitati

tra ululati di cani raggela la sera e lampioni che oscillano perché
presi a calci per gioco mentre si viene inseguiti da vicini ubriachi.
Poi infilarsi di corsa spericolando ogni buio come fosse l’ultimo. Da
grandi non si contattano più gli stessi spettri che attraversavano la
piazza facendo casino con i motorini durante questioni private.
Neanche la domenica pomeriggio quando invece dei pic-nic fuori porta
si sorride perché il cane capisce in quale angolo di firmamento si
scaricherà l’ultimo sole e l’attende semivuoto, come un madrigale che
si pera e allaga di sangue il centro di Milano portando con sé le
indicazioni per la metro, le camionette della polizia, due rumeni di
notte abbracciati sul marmo, come un Canova contemporaneo alla
stazione centrale.

Poesie

Fabrizio Bajec

Ode alla mia lavatrice

È arrivata oggi.
L’ho scelta fra tante perché economica,
più bianca e rotonda delle altre tutte in riga;
volevo quasi abbracciarla la prima volta.
Ricorda un mondo passato,
fresca d’oltreoceano,
una città che si ripopola.
Ho letto il libro della sua vita in cucina,
le cose che può contenere e cambiare,
i sieri che le avrei versato dentro.
Poi ho chiamato Valentina e insieme
l’abbiamo osservata girare, seduti a terra,
come si guarda una cagna partorire.
Ci avevo posato sopra il mio telefono,
che ogni secondo faceva un centimetro avanti,
fino a trovare il vuoto.
Ci guardavamo, promettendo di farle ingoiare
l’intera casa con le tende.
Intorno il suo odore ci abituava
alla nuova presenza.
«Non voglio chiudere la porta »,
dicevo all’amica già in piedi,
«voglio sentirla ».

Treno d’estate

Tua figlia quattordicenne si è adesso
appisolata, occupando due posti a piedi nudi,
mani sul sesso, lucida-labbra,
perizoma stretto all’anca.
Scrivo questa poesia che non immagini,
(né tua moglie qui a destra)
come sterminare una famiglia per metterla in versi,
dove non sta, premendo su tutte le membra.
Sarete con me per sempre.
Tu, papà spagnolo, dille di non essere
tanto bella quando è aperta, dì a tua moglie
di non crescerla nell’invidia degli abbracci.
Ha la camicetta bianca e scoppiato in petto
un uccellino rosso, foglie d’acero che se lei
si svegliasse, spoglierebbero il bosco
annunciando l’inverno.

Mattino

Se il fegato duole, è il mondo che si spacca,
ma il fegato non fa male
e il mondo è perfetto.
Se il cuore sbatte nella sua gabbia, gli suggeriamo
delle assurdità, ma il cuore non scoppia,
e le voci soffocano presto.
Se i polmoni si restringono, è la vita
che fa un giro troppo rapido per la vista.
Ma i polmoni ingrassano
all
afflusso del sangue mondiale,
le munizioni si esauriscono,
segue una tregua di qualche ora.
Allora perché la ferita s
allarga?
Un morso di squalo sul fianco
ci mostra che un organo mal sopporta
il mondo perfetto di oggi.

Fabrizio Bajec, nato a Tunisi nel 1975, vive a Parigi, dove insegna francese come lingua straniera. Ha pubblicato Corpo nemico (in “Ottavo quaderno italiano di poesia contemporanea”, Marcos y Marcos, 2004), Gli ultimi (Transeuropa , 2008), e Entrare nel vuoto (Con-fine, 2011) di cui è uscita anche una versione francese e rielaborata col titolo Entrer dans le vide (Le Fram, 2012). È anche autore di teatro e traduttore dal francese e dall’inglese. I testi qui proposti sono apparsi per la prima volta nella silloge dal titolo Entrare nel vuoto edita in “Atti Impuri”, vol. 2.