G.B. Zorzoli

Nel 1993 il fisico Leon Lederman pubblicò un volume in cui descriveva i tentativi di identificare il bosone di Higgs, che sembrava sfuggire a tutti i tentativi di determinarne sperimentalmente l’esistenza, intitolandolo The goddam particle. Una dannata particella, insomma, anche se in inglese goddam è espressione più forte che in italiano (per esempio to goddam è traducibile con «bestemmiare»), tanto che l’editore pensò bene di censurare il titolo, trasformandolo in The God particle.

Se fosse solo pruderie o nella scelta entrasse anche una sagace intuizione pubblicitaria, nessuno è in grado di dirlo. Fatto sta che la nuova denominazione ebbe un enorme successo, facilitato da un equivoco. L’esistenza di quel particolare bosone era stata ipotizzata nel 1964 dal fisico inglese Peter Higgs per spiegare il problema, fino ad allora irrisolto dal Modello standard (che descrive le interazioni fondamentali fra le particelle elementari) di come queste ultime abbiano acquisito un massa. Ipersemplificando, il bosone di Higgs, fornendo la massa a elettroni, protoni, neutroni, avrebbe consentito la formazione dell’universo, così come lo conosciamo, inclusi, ovviamente, noi umani. La particella di Dio può quindi essere comunicata al grande pubblico sottintendendo che si tratta dello strumento attraverso il quale si è manifestato il disegno intelligente del creatore dell’universo.

Abbiamo invece semplicemente a che fare con una particella stronza, che ha fatto dannare due generazioni di ricercatori e ha richiesto la realizzazione di un acceleratore di particelle (il Large hedron collider): un anello di 27 chilometri a 175 metri di profondità, in grado di realizzare la collisione fra due fasci di protoni che viaggiano in senso contrario l’uno all’altro a una velocità pari al 99,9999991% di quella della luce. Dove, alla fine, non si è «trovato» il bosone di Higgs, come molti hanno scritto. La macchina installata al CERN produce 500 milioni di collisioni al secondo, ma gli «eventi» utili a dimostrare l’esistenza del bosone di Higgs sono stati finora nell’ordine di qualche centinaio. Una pagliuzza in un gigantesco fienile.

Il lavoro più duro è stato discriminare le rarissime collisioni che interessavano, rispetto alla massa dei dati: alla fine si è raggiunta l’«evidenza» che alcune proprietà individuate collimano con le predizioni del modello teorico. Non basta, però. Nei prossimi mesi i gruppi di lavoro impegnati nell’impresa cercheranno di chiarire se questo è davvero il bosone di Higgs, oppure se è una prima particella di una nuova, grande famiglia o se si tratti di qualcosa di completamente diverso. A questo scopo, ai 560mila miliardi di collisioni prodotti nei primi tre mesi 2012 dall’acceleratore di Ginevra, entro fine anno se ne dovranno aggiungere un altro milione e mezzo di miliardi.

Anche in questa circostanza i media hanno dunque perso l’occasione per mettere in evidenza che una parte rilevante della fisica contemporanea è passata dal realismo galileano («ciò che l’esperienza e i sensi ci dimostrano, devesi anteporre a ogni discorso ancorché ne paresse assai fondato») alla costruzione di modelli teorici il più possibile autoconsistenti che, per trovare conferme parziali e spesso indirette, devono ricorrere a macchine sempre più gigantesche e sempre più costose (con il Large hedron collider siamo nell’ordine dei miliardi di euro).

Un amico, a cena, poche sere fa si è chiesto a chi giova tutto ciò. Lo stesso interrogativo potremmo porlo per la filosofia o per altre attività umane senza dirette finalità applicative. Altrettanto scontata la risposta, confortata da miriadi di esempi: per molteplici percorsi anche le conquiste culturali più astratte finiscono per percolare nell’everyday’s life. Le ricerche del CERN costano molto di più di altre, ma, alla fine, per il il Large hedron collider si è speso l’equivalente di un centinaio di droni, i micidiali aerei di cui sono abbondantemente muniti gli arsenali di diversi paesi, Italia inclusa.

3 Risposte a La dannata particella

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