Luca Ottocento

Capita di rado di uscire da una sala cinematografica portandosi con sé un senso di meraviglia che perdura per ore dopo la fine della proiezione. Quando i film sono intensi e particolarmente riusciti, si prova di solito un senso di piacere, anche molto forte nei casi più fortunati, che sfocia in una profonda ammirazione per chi si è rivelato in grado di realizzare quell’opera. Con Cave of Forgotten Dreams si va persino oltre, in quanto l’eccellente lavoro di Werner Herzog assume il fascino di un viaggio mitico e ammaliante alle origini delle forme dell’espressione artistica. È davvero complesso, se non impossibile, rendere appropriatamente conto attraverso il linguaggio scritto delle emozioni che scaturiscono dalla visione di questo documentario realizzato all’interno della grotta Chauvet (sud della Francia), scoperta per pura fatalità nel 1994 dallo speleologo Jean-Marie Chauvet e ospitante alcune centinaia di pitture rupestri risalenti a circa 32.000 anni fa.

Con una notevole intuizione, Herzog decide di ricorrere all’ultima tecnologia di ripresa, in alta definizione e legata alla tridimensionalità, per mettere in scena alcune fra le più antiche espressioni artistiche conosciute (è notizia recente, della prima metà di giugno, che un gruppo di scienziati ha retrodatato fino a 40.000 anni fa alcune pitture rupestri presenti in diversi siti preistorici della Spagna nordoccidentale). D’altronde, durante la visione cresce progressivamente la consapevolezza che il sapiente regista tedesco non avrebbe potuto fare altrimenti: solo attraverso la profondità propria della terza dimensione, infatti, era possibile rendere giustizia sul grande schermo alle sinuose forme della caverna; forme che peraltro, come viene raccontato nel corso della narrazione, venivano abilmente sfruttate dagli artisti preistorici per donare plasticità ai propri dipinti, oltre che una insospettabile sensazione di movimento (in un passaggio assai suggestivo, la voce fuori campo di Herzog si spinge fino a cogliere in queste antichissime opere d’arte una forma di proto-cinema).

Se Wim Wenderes in Pina (2011) ricorreva al 3D per restituire al meglio la forma espressiva della danza, qui Herzog compie dunque un’operazione analoga (anche se un anno prima rispetto a Wenders), consapevole che solo giocando con il codice linguistico della terza dimensione avrebbe potuto rappresentare le pitture in maniera efficace. Il documentario, oltre ad avere l’immediato ed inestimabile pregio di mostrare qualcosa di magnifico che sarebbe altrimenti precluso agli occhi dello spettatore (da qui l’aura mitica che sottende l’opera: l’accesso alla grotta è ammesso solo a pochi scienziati che, durante periodi assai circoscritti dell’anno, possono accedervi per motivi di studio), conduce chi guarda a meditare su come il linguaggio artistico faccia ontologicamente parte del modo di esprimersi dell’essere umano.

Al contempo, rappresentando la grotta Chauvet e le sue affascinanti opere attraverso immersivi movimenti di macchina in avanti accompagnati ora dalle caratteristiche stimolanti riflessioni herzoghiane in voice over, ora da puntuali interventi di alcuni studiosi della caverna, il lavoro del cineasta tedesco raggiunge momenti di alta e rara intensità poetica. Nonostante le rigide limitazioni imposte dal delicatissimo ambiente delle riprese, il documentario è davvero straordinario dal punto di vista estetico (alcuni movimenti sono inevitabilmente un po’ rozzi, ma questo in fondo non fa altro che attribuire una più evidente epicità all’operazione nel suo complesso) e la tecnica del 3D non è mai stata così funzionale alle esigenze narrative e della messa in scena.

Cave of Forgotten Dreams, girato nel 2010 e presentato in molti festival internazionali (tra i quali il festival di Toronto nel 2010 e di Berlino nel 2011), è stato sinora distribuito in pochi paesi nel mondo. In Italia ad oggi purtroppo non ha ancora goduto di una vera e propria distribuzione, essendo stato proiettato sporadicamente nel corso degli ultimi due anni in alcuni cinema delle grandi città e, più di recente, nelle sale del circuito «The Space Cinema». Se al lettore dovesse capitare nei prossimi mesi l’occasione di vedere Cave of Forgotten Dreams, non se la faccia scappare: si tratta di un’esperienza indimenticabile.

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