Christian Caliandro

«Gli italiani sono il popolo più creativo del mondo»: quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase, da decine di politici e giornalisti del Belpaese? Ma le cose non stanno proprio così. Chi pensa e dice una cosa del genere, con ogni probabilità non sa nulla del mondo del 2012 e neanche degli ultimi venti-trent’anni. Con ogni probabilità, possiede un’idea piuttosto asfittica della produzione e della fruizione culturale. Un’idea totalmente autoreferenziale e autocelebrativa della cultura e della creatività, imbevuta di retorica ma pochissimo proiettata verso lo spazio esterno – e persino verso quello interno. Il contesto italiano dell’ultimo trentennio, infatti, è riuscito a generare (tra gli altri incredibili risultati) quello che è un vero unicum nella storia culturale recente dell’Occidente: una forma acuta e perniciosa di dissociazione dalla realtà e dal mondo esterno, di vera e propria schizofrenia. Si fa raccontare e adotta un’altra verità rispetto a quella effettiva. Un’altra identità.

È, questa, una strana forma di autoriflessività, che non contempla affatto il riconoscimento di sé: piuttosto, implica la perdita di se stessi. L’oblìo. Purtroppo, la maggior parte delle produzioni e delle narrazioni culturali attuali (romanzi, film, opere d’arte, fiction televisive, discorsi pubblici), anche se per fortuna non la totalità di esse, non fa che confermare questo stato di cose. Il ruolo principale della cultura è quello di costruire le identità particolari e collettive, non di oscurarle. Di elaborare i traumi, non di contribuire a rimuoverli. Di criticare radicalmente la realtà e le sue storture, non di validarle e costruirci attorno un cordone sanitario. Di aiutare le persone a comprendere l’esistenza, e la propria evoluzione all’interno di questo tempo esistenziale. Di produrre continuamente il senso dell’umano. La società italiana attuale, invece, soffre dell’incapacità cronica, a tutti i livelli, di immaginare il futuro: la (ri)costruzione di se stessa nel futuro. E persino, cosa forse ancor più grave, di percepire il presente.

L’Italia è ossessionata dai suoi fantasmi. In ogni territorio della vita collettiva e civile (politica, economia, impresa, cultura) si continuano ad applicare con ostinazione schemi obsoleti e griglie interpretative antiquate che non funzionano, che non funzioneranno – e che molto probabilmente non hanno mai funzionato. La ragione, molto intuitiva, è che gli schemi obsoleti vengono adottati dai cervelli obsoleti. A loro volta, i cervelli obsoleti sono pervicacemente legati alla percezione della realtà e del mondo che si sono formati una volta per tutte, e dunque reagiscono solo alla conferma del già dato e del già noto (di qui, la cultura come pratica autoconsolatoria e retorica): ogni innovazione, intesa come modifica radicale dell’ordine conosciuto, è percepita come una minaccia. E viene regolarmente esclusa dallo sguardo.

Invece, proprio la crisi che stiamo attraversando, se viene interpretata per quello che in effetti è – epocale trasformazione e attraversamento che collega una versione della realtà con un’altra, inevitabilmente diversa da quella precedente – richiede una totale e radicale riconfigurazione dei modelli di riferimento e delle prospettive. Del tipo di relazione che istituiamo con il mondo. E non c’è nulla come la cultura che riesca a svolgere questa funzione nella maniera più completa ed efficace: la cultura addestra gli individui al cambiamento, a vivere nel cambiamento e a non interpretarlo come un pericolo. Di certo, non è qualcosa che inventiamo oggi: duemilaquattrocento, mille, cinquecento e sessanta anni fa era un fatto ben noto. Solo che, periodicamente, tendiamo a dimenticarlo, e allora sono guai seri. Dobbiamo solo impararlo di nuovo, impararlo subito e impararlo a fondo.

La cultura dunque, da agente della rimozione e della dissociazione, può – e deve – diventare agente della trasformazione. Interpretare ancora, invece, la cultura e l’industria culturale in termini puramente economicistici significa, banalmente, volerle costringere ancora in un recinto che non le appartiene, all’interno di regole e parametri non suoi. Di un sistema, cioè, che non la riguarda e che le è addirittura ostile.

Per questo, gran parte della retorica della «creatività» prodotta negli ultimi quindici anni è drammaticamente assurda. Proviene da una concezione totalmente distopica del funzionamento interno dei fenomeni culturali e dell’innovazione creativa, prodotta all’interno di una mentalità sempre e comunque neoliberista. Significa applicare i princìpi economicistici e strumentali alla cultura, ricadendo – dal verso opposto – negli stessi errori dei decisori che proclamano ed applicano i tagli ai finanziamenti per il settore culturale pubblico. Il ragionamento, nella sostanza, è: «se non rende (nell’immediato), non serve». Che equivale ad affermare: «ma la cultura rende, eccome». Se ci pensiamo bene, tra «con la cultura non si mangia» e «con la cultura si mangia» non corre poi tutta questa differenza: entrambi gli approcci discendono, di fatto, dalla medesima filosofia.

La cultura, invece, non può che portare all’alterazione radicale di un intero sistema morale di riferimento (i valori che regolano in profondità la vita collettiva e immaginaria di intere società). Di un sistema economico, politico, sociale. Compito della cultura, in una fase storica come quella che stiamo attraversando, non può che essere – dopo aver ratificato ed analizzato la fine dell’epoca precedente – immaginare, articolare e costruire l’epoca nuova. La cultura è il telaio, la struttura fondamentale di progettazione del presente e del futuro.

17 Risposte a La funzione trasformatrice della cultura

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *