Alessandro Chiappanuvoli

Due i motivi mi hanno spinto ad andare nella Bassa Padana dopo il violento terremoto che l’ha colpita lo scorso mese. Da Aquilano, so che per rendersi conto di quello che succede in Italia l’unico modo è andare a vedere con i propri occhi. Da Aquilano, ho sentito il dovere di mettere a disposizione la mia esperienza. Possiamo salvarci da un evento catastrofico e dalle conseguenti nefandezze politiche solo condividendo il nostro sapere e fornendo al resto del Paese un’informazione alternativa e corretta.

Media e percezione.

La solita macchina mediatica, interessata all’audience e agli introiti pubblicitari, ci ha raccontato questo nuovo dramma. Telecamere in fila puntate su campanili e cataste di Parmigiano, domande banali e incompetenti rivolte a esperti e sfollati, è la logica dello scoop che si sostituisce all’informazione. Così Televisione e Stampa, a causa del misero spessore tecnico e morale, finiscono per raccontarci una verità ammaestrata, superficiale, prettamente simbolica.

È successo all’Aquila, la città perfettamente ricostruita dal Governo Berlusconi per lo spettatore medio. Avviene oggi nella Bassa Padana, dove sembra che siano danneggiati solo gli orologi cittadini, le chiese e poche decine di fabbriche. Nient’altro che simboli. Sono invece quasi 60 i Comuni colpiti, appartenenti a 4 Province, un’area di almeno 50 Km di raggio, abitata da oltre 150.000 persone. Centinaia ancora le industrie che costituiscono una ricchezza pari all’1% del PIL nazionale.

Se all’Aquila abbiamo assistito alla spettacolarizzazione dell’interventismo finalizzata non solo alla sopravvivenza del Governo Berlusconi, ma anche, come sta dimostrando la Magistratura, allo sfruttamento economico delle «cricche» affiliate al DPC, in Emilia pare che il messaggio di fondo che sta passando sia di «minimizzare» l’accaduto, mostrarlo risolvibile con poche mosse tecniche (al pari di una crisi economica mondiale…). Se quando si occupa dei politici e dei loro interessi la chiamiamo «macchina del fango», allora quando si occupa di noi cittadini dovremmo chiamarla «macchina della merda». Abbiamo tentato di combatterla noi Aquilani, oggi tocca agli Emiliani raccontarci ciò che sta davvero accadendo.

Prima emergenza e Protezione Civile.

La Protezione Civile nazionale è scesa in campo, con tutti i suoi mezzi, solo dopo la scossa del 29 maggio, quando le vittime sono salite da 4 a 26 e le autorità locali si sono rese conto di non poter far fronte all’emergenza con le loro forze. A differenza di quanto avvenuto all’Aquila, dove Berlusconi e Bertolaso hanno da subito esautorato i politici locali, qui il potere decisionale è rimasto nelle mani dei Sindaci. Se, da un lato, è stata fatta una scelta politica corretta (riconoscendo implicitamente fallimentare la gestione centralizzata dell’emergenza e riproponendo il modello Friulano), dall’altro, questo ha causato un vuoto decisionale che ha lasciato spazio all’iniziativa personale, che, a causa dell’inesperienza e dello shock subito, non poteva essere preparata e lucida. A distanza di una sola settimana non dovevano esserci i lavoratori dentro le fabbriche. I morti del 29 maggio dovrebbero essere considerati pertanto «morti di Stato» e non semplici vittime del terremoto.

Ho avuto modo di parlare con i Capi Campo delle tendopoli che ho visitato. A detta loro, il DPC ha fatto un passo indietro rispetto a tre anni fa. La strategia d’intervento adottata in Emilia è di mettersi al servizio delle amministrazioni locali. I Sindaci hanno l’ultima voce in capitolo sulla gestione della prima emergenza. Loro hanno deciso dove predisporre i campi di accoglienza, quanti posti letto fornire, quanti bagni chimici, ecc. La volontà politica, condivisa un po’ ovunque, pare sia di far tornare le persone nelle loro case nel minor tempo possibile. Sono 12.651 le persone attualmente assistite, a fronte di una popolazione, come detto, ben più numerosa. La prima conseguenza è la maggior parte delle persone sono costrette a arrangiarsi da sole, tra queste anche anziani e famiglie con bambini. Si stanno inoltre sottovalutando gli effetti sociali e psicologici che causa un terremoto: disgregazione, disinformazione, ansia, depressione. Non da ultimo, non si sta considerando il rischio di eventuali altre scosse, lo sciame sismico non è finito.

Nella stessa direzione va l’ordinanza del 2 giugno 2012 di Franco Gabrielli in materia di agibilità degli edifici ad uso produttivo. In sostanza, per ripartire con la propria attività è sufficiente una certificazione di agibilità parziale, che può essere rilasciata da qualsiasi tecnico iscritto all’albo professionale. In nome dello snellimento burocratico, non si fornisce una norma chiara sui termini di sicurezza da adottare, ma, ancora una volta, si crea un deficit decisionale che rimette il destino dei lavoratori al buon senso dei singoli, imprenditore e tecnico.

Abruzzo-Bassa Padana.

La prima domanda che gli Aquilani mi hanno posto al ritorno è stata: «Non stanno messi male come noi, vero?» Un confronto, oltre che insensato, è impossibile. L’Abruzzo e la Bassa Padana sono territori differenti, per cultura ed economia, hanno quindi diverse esigenze d’intervento. Il panorama politico italiano è mutato rispetto a tre anni fa. E un paragone tra tipo e quantità di danni subiti, soprattutto a scosse non ancora finite, è del tutto inutile. Nella fase di ricostruzione non conterà certo stabilire chi è «più terremotato» ma intervenire razionalmente evitando gli sprechi.

Quel che mi sembra lampante è che l’intervento governativo ancora una volta non si è rivelato all’altezza. Se all’Aquila abbiamo subito un interventismo centralizzato e spettacolarizzato, in Emilia pare che si stia minimizzando sulla gravità della situazione e che, quindi, si stia agendo in modo troppo superficiale. Lo Stato Italiano si è fatto cogliere impreparato e così sarà finché non riusciremo a radicare nel tessuto sociale e politico la cultura della prevenzione. Certo non è possibile prevedere i terremoti, ma prevenirne gli effetti è un compito doveroso.

4 Risposte a Terrae motus

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