Lavorare per l’altro da sé

Valentina Valentini

L’ipotesi su cui la direzione artistica (Silvia Bottiroli in condivisione con Cristina Ventrucci e Rodolfo Sacchettini) ha costruito il festival di Santarcangelo è: «La libertà di non seguire solo se stessi, ma quello dell’abitare lo spazio di molti e di lavorare anche per l’altro da sé». Questa tesi, negli spettacoli che abbiamo visto a Santarcangelo, è perseguita con rigore. Citiamo dalle presentazioni, integriamo con qualche descrizione, proponiamo delle considerazioni.

Donghee Koo, Tragedy Competition: «L’artista sudcoreana costruisce quest’opera video su una gara delle emozioni, trasformando in spettacolo le tragedie personali degli attori che, come in un reality, piangono e si commuovono raccontando se stessi davanti alla telecamera. [ …] chi smette di piangere è costretto ad abbandonare il gioco» (p. 26). Alla voce: Reality (television), Wikipedia riporta che è un genere di programma televisivo, il più delle volte in serie, che presenta situazioni melodrammatiche, senza una sceneggiatura, eventi realmente accaduti, di solito eseguiti da persone comuni e non da attori. Aggiunge che a volte sono show a premi e che il genere, sebbene sia nato nel 1948 con la serie televisiva Candid Camera, è esploso fra il 1999 e il 2000 con Survivor e Big Brothers e che attualmente è in declino.

Richard Maxwell/New York City Players, realizza per il festival Ads. In un mondo consumato da crisi di identità e allo stesso tempo dominato dalla pubblicità, come può l’uomo cominciare a riprendere il proprio spazio? Ads (abbreviazione di advertisement) è un ciclo che nato a New York nel 2010, ha toccato diverse città del mondo coinvolgendo decine di cittadini e proponendo ai suoi partecipanti – in questo caso una trentina di persone che abitano nel territorio di Santarcangelo, diverse per età, sesso, estrazione sociale – di affermare pubblicamente: «In che cosa credo» e «Cosa è più importante per me» (p.29). Il lavoro, la famiglia, la natura, la non violenza, l’amore , sono i temi più frequentati da donne e uomini ben vestiti e pettinati, con la parte ripetuta davanti alla telecamera senza inciampi e sospensioni- se non quelle incluse nello script – che hanno aderito all’invito di testimoniare il proprio advertisement inteso come professione di fede nella vita.

Offrire agli spettatori non testi letterari accreditati dal nome dell’autore, ma pensieri, appunti di diario, enunciazioni, si fonda sulla convinzione di portare a emersione serbatoi di creatività che, senza opportuni stimoli, resterebbe potenziale. Anziché in un laboratorio di scrittura – che sarebbe il suo luogo proprio – tale creatività viene impaginata come uno spettacolo in un luogo teatrale, con un pubblico. Forse la cornice resta quella dello spettacolo (il luogo, la platea, il palcoscenico, la durata della performance, gli applausi), ma spettacoli non intendono essere, richiamandosi spesso, autori e critici, alla volontà di oltrepassare la rappresentazione? Kalauz/Schick, CMMN SNS PRJCT (progetto di senso comune) «tratta delle relazioni umane – e di come esse vengano informate dalla logica del profitto economico – proponendo agli spettatori nuove modalità di scambio all’interno di un contesto teatrale che tocca i confini della rappresentazione» ( p.23, corsivo mio).

Un uomo e una donna in scena entrambi in costume da bagno, alle loro spalle tre mensole da supermarket reparto casalinghi, sulle quali sono esposti alcuni oggetti che offrono agli spettatori: «chi vuole ?», un peluche, una pentola, una damigiana di vino, un pacco di detersivo, uno stendibiancheria, ecc. La dinamica che i due performer instaurano con gli spettatori è di interpellazioni continue, un chiedere per ottenere – non sotto forma dialogica – cui corrisponde un dare da parte dello spettatore e all’inizio un ricevere (gli oggetti-dono). La formula è lo show televisivo di intrattenimento, sotto forma di gioco, di quiz, che sostituisce la scrittura dello spettacolo con i linguaggi della scena con la compilazione di una scaletta che prevede esecuzione di azioni che non implicano composizione, abilità e techné .

Attraverso questi pochi esempi – che non esauriscono l’offerta del festival – proviamo a declinare ulteriormente la tesi del festival: «Lavorare per l’altro da sé». Significa forse portare su un palcoscenico di fronte agli spettatori persone che con il teatro, lo spettacolo non hanno nulla a che fare e chiedere loro di eseguire un determinato atto comunicativo, come in Ads? Credere che il presentare sul palcoscenico la persona non addestrata teatralmente, aumenti il quoziente di presa sulla realtà quindi il quoziente di partecipazione dello spettatore?

Virgilio Sieni, ha preparato Sogni, ambientato in tre stanze della scuola elementare: «Coinvolgendo cittadini di Santarcangelo il coreografo toscano continua la sua ricerca sull’arte del gesto condotta con i non professionisti, interessato a rintracciare elementi di bellezza nella forza che una persona comune riesce a esprimere compiendo un’azione semplice» ( p 38). Un ulteriore tratto che pertiene al «lavorare per l’altro da sé», è la sua diretta e implicita connotazione politica . Interpellare (nelle sue varie accezioni) lo spettatore, non equivale a renderlo protagonista, fa invece affiorare gli stereotipi, provenienti, anche in questo caso, dall’immaginario televisivo.

Reality in questa accezione non è realismo, ma accantonare la composizione dell’opera (d’arte) e accettare un piano comunicativo che è quello televisivo, in una sorta di meccanismo di re mediazione, per cui esaurita (sarà vero?) la sua vitalità in Tv, il reality passa a codificare, pericolosamente, il teatro.

Tutte le citazioni provengono da S.12, Coedizioni Santarcangelo dei Teatri-Maggioli editore, 2012

 

Poemi & Oggetti

Cecilia Bello Minciacchi

«Non ho mai pensato che la poesia potesse salvarmi, non mi sono mai illusa sulla sua aleatoria qualità imperitura»: così annotava Giulia Niccolai in Esoterico biliardo, singolare e splendido libro d’inizio millennio (Archinto 2001). Noi invece – speriamo che lei non ce ne voglia, ma guardi benevola i nostri affanni e il nostro bisogno di serenità – siamo convinti che la sua poesia possa salvarci. Non potremmo esserne convinti mai più di ora, davanti al volume con le sue poesie complete: Poemi & Oggetti. A Milli Graffi, che da anni è interprete acuta di Giulia Niccolai, si deve la cura puntuale e affettuosa del corposo libro, e l’ampio saggio introduttivo che dichiara venuto il tempo di capire, dell’action writing di Giulia Niccolai, «la portata e la forza propulsiva come assoluta novità nel campo delle lettere italiane». A Stefano Bartezzaghi si deve una divertita, serissima e assai istruttiva prefazione, con chiarificante «dialettica carota-ciliegie», ben adatta a una poesia che ha in sé «l’offerta del gioco» e la meditazione sul tempo.

Questo libro era stato a lungo atteso, e temuto perché già si sapeva ultimo titolo di «fuoriformato». Va detto ora che non si sarebbe potuta auspicare conclusione migliore e augurale – se conclusione possa esserlo – alla collana diretta da Andrea Cortellessa: unico è il libro di Giulia Niccolai per innovazione e per intrinseca serenità. Una prova d’equilibrio e di sperimentazione luminosa e permanente, arguta e instancabile, per una collana a cui in questi anni siamo stati – è bene dirlo – molto legati e molto grati in molti. Poemi & Oggetti dunque è carico di responsabilità, non ultima, con il ritratto di Giulia Niccolai scattato da Adriano Spatola in quarta di copertina, quella di riaccendere il rammarico che per Spatola un libro analogo «fuoriformato» non sia riuscita a fare, malgrado le ottime intenzioni dell’editrice e del direttore. Ma le poesie complete di Giulia Niccolai, dicevamo all’inizio, ci salvano da questi e altri turbamenti. Ci insegnano, lungo un percorso biografico e poetico di grande densità, che la «pazienza» è un «pensiero non turbato»; ci dimostrano, in Sala d’attesa, che davvero «l’antidoto / alla collera è la pazienza».

Milli Graffi spiega molto bene – come raramente accade, ma anche lei è poetessa e traduttrice, anche lei ama nonsense e limerick, Palazzeschi e Carroll – la qualità concreta e visiva, e i guizzi ironici dei primi testi di Giulia Niccolai. L’approccio visivo, la creazione iconica, possiamo ribadire adesso davanti alla sua intera produzione poetica, è il dato che s’impone. Ben comprensibile per un’autrice anche fotografa che esordì con il romanzo Il grande angolo (Feltrinelli 1966).

Malgrado la forte incidenza dell’immagine in tutta la sua scrittura, la qualità peculiare di Poemi & Oggetti è la compiuta e sempre stringente rispondenza del piano visivo con quello verbale. L’equilibrio (a volte appositamente franto, fatto «brillare» come bagliore e come mina) tra luminosa evidenza della composizione visiva e soluzione linguistica arguta e inventiva. In questo è il valore conoscitivo dell’atto poetico, in una pratica che è materiale ed è teorica e concettuale: lo spillo vero (l’Oggetto & il Poema) appuntato nel poema tautologico sopra altri spilli disegnati mette in crisi il rapporto tra oggetto e sua rappresentazione, con tutte le sue brave conseguenze.

L’interrogazione su senso e potenzialità del linguaggio è l’origine della scrittura di Giulia Niccolai, e dopo anni di sperimentazione il suo approdo, lungi da imporre risposte, è quello di continuare a scoprire immagini nella realtà e nella coscienza profonda, che quando si lascia affiorare è più reale del reale. Sogni, lapsus, invenzioni verbali possono diventarle trasparenti a distanza d’anni e mostrano sempre lo smalto con cui sorride il gatto di Alice: il «Cheeeeeeeeese» in mezzaluna del poema The Cheshire Cat’s grin. In un libro che presenta tanti generi diversi il filo conduttore c’è – e cuce il bottone al foglio, si guardi la terza di copertina –: è la pratica di un linguaggio inventivo e sostanzioso (anche quando esita in ironia a tutto campo – «ironia materiale» scrive Cortellessa). Una pratica che non smette di scartare dal senso comune e come l’umorismo trova «spazio dove spazio non c’è», ovvero nelle intermissioni, nelle faglie rivelatrici, vitali e liberatorie. Tutto si tiene, da Humpty Dumpty (1969) ai Frisbees della vecchiaia (2001-2011), passando per il meridiano di Greenwich, smontando e rimontando i Novissimi, giocando ai Facsimili.

L’eterogeneità delle pagine, a prima vista, non farebbe pensare come tutto si spieghi, invece, nella ripetizione con variazione al modo dell’amata Gertrude Stein: e ogni volta nei poemi di Giulia Niccolai tutto è nuovo. Lei più di tutti, oggi, ci conforta: «il linguaggio è vivo e sta bene». Lo scriveva nei Frisbees ’88, per lei è stato e resta vero, per noi valga, con tutta la sua poesia, come un augurio.

IL LIBRO
Giulia Niccolai

Poemi & Oggetti. Poesie complete

a cura di Milli Graffi, prefazione di Stefano Bartezzaghi
Le Lettere «fuoriformato» (2012), pp. 410
€ 38,00

Vincenzo Guerrazzi, pittore e scrittore operaio

Claudio Panella

A giudicare dallo scarso rilievo che i media nazionali hanno dato alla scomparsa di Vincenzo Guerrazzi, morto il 22 giugno scorso a Genova a quasi 72 anni, sembra che non siano in molti a ricordare il capofila della così detta letteratura selvaggia, un’espressione che fu molto utilizzata a proposito dei primi volumi dello scrittore operaio, e che peraltro a lui andava assai stretta. Negli anni Settanta Guerrazzi e altri autori della medesima estrazione, come Tommaso Di Ciaula con il suo Tuta Blu (1978), vissero e raccontarono con rabbia le condizioni di lavoro e le lotte di quello che veniva definito l’operaio-massa, una figura introdotta nel campo letterario da Nanni Balestrini con Vogliamo tutto (1971), libro sicuramente decisivo nell’incoraggiare molti operai e militanti a raccontare direttamente le loro esperienze.

Come l’Alfonso Natella cui Balestrini si ispirò per il suo romanzo, emigrato dalla Campania a Torino, anche Vincenzo Guerrazzi era nato al Sud, a Mammola, nel 1940. Trasferitosi poi a Genova aveva trovato lavoro all’Ansaldo, dove rimase dal 1958 al 1974. Questa esperienza di operaio è al centro di tutte le sue scritture degli anni Settanta, intraprese in un primo tempo su fogli di fabbrica e sulle pagine locali de Il Secolo XIX. Già nei primi anni Settanta, Guerrazzi si rivolse a diverse case editrici perché pubblicassero i suoi testi. Nel 1972 raccolse alcuni racconti in un libro dal titolo Vita operaia in fabbrica: l’alienazione di cui fece stampare alcune centinaia di copie. Nel 1974 riuscì a pubblicare Le ferie di un operaio per Savelli con una prefazione di Goffredo Fofi (ristampato da Ilisso-Rubbettino nel 2006) e Nord e sud uniti nella lotta nella collana «collettivo» diretta per Marsilio da Nanni Balestrini e Pietro A. Buttitta (ristampato da F.lli Frilli nel 2003).

Quest’ultimo romanzo racconta il viaggio in nave da Genova a Reggio Calabria degli operai che parteciperanno alla manifestazione promossa dai metalmeccanici nell’ottobre 1972 in seguito ai così detti «moti di Reggio». A causa del suo linguaggio osceno e del contenuto giudicato sovversivo, Nord e sud uniti nella lotta fu oggetto di polemiche (anche da sinistra e nel mondo sindacale) nonché di un tentativo di sequestro ordinato dal procuratore generale della Repubblica di Catanzaro, con l’effetto di far circolare ancora di più il nome dell’autore sulle pagine di molti giornali. Alla fine dello stesso anno, Valerio Riva diede gran risalto su «l’Espresso» a un altro lavoro di Guerrazzi, un’inchiesta sulla cultura e gli operai che uscì sempre per Marsilio col titolo L’altra cultura (1975) e fu seguita da due volumi analoghi, I dirigenti (1976), edito da Mazzotta e Gli intelligenti (1978), edito da Marotta dopo decine di altri rifiuti e dedicato agli intellettuali.

Nel 1975 Guerrazzi lasciò la fabbrica per potersi dedicare a tempo pieno alla scrittura e anche alla pittura, un’attività che ha proseguito per tutta la vita. Sostenuto da ricorrenti articoli di Riva su «l’Espresso», fu presentato allo Strega 1976 da Luigi Malerba e Nanni Balestrini che gli pubblicarono col marchio della Cooperativa scrittori e la promozione editoriale dell’Area il volume La fabbrica del sogno (1977). Escluso dalla cinquina dello Strega 1976 per un solo voto, o almeno così si disse, Guerrazzi pubblicò su «l’Espresso» una Lettera d’amore a Maria Bellonci di un metalmeccanico rifiutato allo Strega in cui rivendicava con sarcasmo la sua identità irrimediabilmente proletaria.

Approfittando dell’attenzione che in quell’epoca si rivolgeva alla letteratura operaia, e non solo da parte della stampa e dell’editoria più militante, Guerrazzi riuscì ancora a pubblicare La fabbrica dei pazzi (Newton Compton, 1979) e La festa dell’Unità (Rizzoli, 1982), seguiti dopo molti anni da Quel maledetto giorno (Pellegrini, 2001) e da L’aiutante di S.B. presidente operaio (Marsilio, 2004), un romanzo assai originale in cui ritrae con amarezza, e con meno rabbia che ai suoi esordi, la figura di un possibile, probabile, nuovo dirigente italiano. Con il giornalista Stefano Bigazzi ha poi scritto a quattro mani Il compagno sbagliato (Mursia, 2007), romanzo con sullo sfondo la lotta armata nella Genova del 1975, e nel 2010 ha presentato al Salone del Libro di Torino (naturalmente fuori del programma ufficiale) l’e-book I primi della classe (Simonelli), nel quale ampliava il suo sguardo dal mondo del lavoro alla nostra società e ai suoi falsi miti della televisione e della politica.

L’attività di Guerrazzi non è certo stata favorita dalla personale vena polemica anti intellettuale (si ricordano sue dispute pubbliche con personaggi quali Renato Guttuso e Umberto Eco) e dal vero e proprio furore dei suoi personaggi operai, la cui alienazione, anche psichica, veniva raccontata con la convinzione che il lavoro può portare soltanto fatica e sofferenza sinché è basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, tutto il resto è vuota retorica. Il suo rifiuto del lavoro, allontanandolo dal PCI e dagli ambienti sindacali, lo avvicinò all’area dell’Autonomia e ai movimenti studenteschi genovesi degli anni ’70.

Genova, la città in cui Guerrazzi ha trascorso quasi tutta la vita, per fortuna non lo ha sempre trascurato. Nel 1992 un suo quadro fu scelto per rappresentare il 500° anniversario della scoperta dell’America, e nel 2005 la Loggia della Mercanzia ha ospitato la mostra intitolata Verso il futuro. Dal presente agli anni 70 curata da Marika Guerrazzi (sua figlia) e Nuno da Silva Lopes. In quell’occasione vennero esposte gigantografie delle opere dell’autore appese a mezz’aria su di un pavimento in cui erano riprodotti articoli di giornale che raccontavano la sua notevole storia, che non merita di essere dimenticata. Molte immagini e documenti d’epoca si trovano oggi sul sito www.vincenzo-guerrazzi.org