Alberto Capatti

C’è chi non si accorge che tipico è un aggettivo invecchiato, e che la sua banalizzazione priva a poco a poco certi alimenti della qualità nominale che un tempo si attribuiva loro. Che lo si riferisca ad un territorio, «un vino tipico del Piemonte», oppure ad un piatto, «il tipico raviolo di zucca», designa un sistema alimentare vago, impreciso. Eppure trentanni fa non era così e Corrado Barberis definiva tipico: «il prodotto che corrisponde alla memoria storica e alla coscienza popolare. Esso può pertanto coincidere, o non coincidere, con quello detto di qualità perché derivato da una materia prima assai nobile o da tecniche di particolare pregio»1.

La sottigliezza di tale glossa, del 1984, si è andata perdendo, banalizzandosi, con la conseguenza che tipico è una sorta di marchio universale appiccicato alla bresaola «tipica specialità della Valtellina», prodotta con carni importate, o alla robiola «tipica del Piemonte, ma diffusa anche, con caratteristiche diverse, in Lombardia» (Prodotti tipici d’Italia, Garzanti, 2005). Questa indeterminatezza è una conseguenza dell’uso, e il fatto di assegnarlo indiscriminatamente a tutto, non lo ha aiutato, con la conseguenza che un sito in rete dal titolo «La Carbonara osteria tipica romana» fa sorridere perché è difficile trovare una attestazione degli spaghetti alla carbonara anteriore al 1954, e perché di osterie romane con tale insegna, prima della seconda guerra, non se ne ricordano.

Andiamo dunque alla ricerca del tipico d’oggi, e scopriamo nel tipo la sua matrice. A monte, c’è un tipo, un modello buono, di pesce o di formaggio o di osteria, la cui rappresentazione designa un oggetto o un luogo di consumo. Esso non esige attestazioni storiche né linguistiche, ma alcune qualità atte a renderlo riconoscibile e appetibile, ed una localizzazione… Nei ricettari che hanno cent’anni, raramente si ritrova l’aggettivo tipico, e mai con valore di qualificativo alimentare: così ricorre una sola volta ne La scienza in cucina di Pellegrino Artusi, in riferimento alla famiglia della clupea harengus, e fa il paio con un altro sostantivo introvabile: tradizione. Invece oggi, tipico sottintende un territorio, una comunità, un metodo di coltivazione e di produzione, una forma e una denominazione commerciale, riconosciuta e non, con la conseguenza che non permette di accertare alcunché, se non il suo valore probatorio. Anche l’industria vi ricorre indirettamente e la tipica nocciola piemontese è combinata con la nutella, senza peraltro vincolare la prima ad un territorio, e la seconda ad un sapore d’antica data.

Bisogna cancellare dunque l’aggettivo tipico? Non servirebbe, perché questo, a livello di senso, è già avvenuto. Espressioni come: «un prosciutto (tipico) del Montefeltro», «il (tipico) tortellino di Bologna», rivelano l’insignificanza totale del qualificativo fra parentesi che serve ad enfatizzare senza aggiungere la minima informazione merceologica o culinaria. Il vero apporto semantico è nella retorica dell’enunciazione che utilizza aggettivi inutili e li rende utilissimi per accreditare il discorso. A meno che – può capitare – l’inserimento dell’aggettivo in questione, non serva a seminare il dubbio e il tipico lardo di Colonnata non insinui l’esistenza di troppi lardi che ne usurpano il nome. Ma non c’è umorismo in una certa cultura gastronomica, né invenzioni di lemmi, per cui dobbiamo sorbirci una serqua di finti qualificativi come tipico e tradizionale, fingendo di credervi ciecamente. Badate bene, siate sempre seri e guardatevi dal proporre la «sardella tipica della Valdaosta» o «il tipico squaquerone lucano». Non farete ridere nessuno.

Questa attribuzione di pregio, impostura a fin di bene, richiede lo stesso impegno e la stessa credibilità di una creazione pubblicitaria. Essa è stata provocata da una martellante affabulazione sui valori popolari e contadini, sul tramonto e la risurrezione della civiltà rurale, dalla supremazia della degustazione, della nomea, del territorio (il genius loci magico e identitario). Tale affabulazione travalica le competenze oggettive, ricostruendo in sintesi la storia del prodotto, immaginandone il radicamento originario, configurandolo come parte delle memorie familiari, dettandone ipotetiche ricette. Ma, a differenza della pubblicità che esaurisce la sua autorevolezza nella promozione e nella vendita di un prodotto, e si concede libertà immaginarie destituite di credibilità, gli specialisti del tipico, sono serissimi, si ritengono legittimati a difendere e tutelare il patrimonio e ad ammaestrare i giovani consumatori. La conseguenza è una cultura gastronomica che predica i valori ed è in fondo nichilista, accontentandosi dell’enunciato al posto del prodotto, e di vendere le parole anche se esse non dicono nulla.

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1. Corrado Barberis, L’agricoltura tra gastronomia e alimentazione, in Gastronomia e Società, Franco Angeli/INSOR, p.26

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