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Manuela Gandini

Il Dalai Lama, sul suo scranno intarsiato, con la visierina bordeaux sugli occhi – circondato dai monaci con le schiene curve come onde arancioni – ride. È a Milano per i due giorni di insegnamento (27 e 28 giugno), indifferente alla gaffe della giunta Pisapia che si è rimangiata la cittadinanza proposta. Ride, si gratta la testa, recita un mantra e riprende insegnamenti, che sono invece serissimi, sulla funzione della mente umana, sull’origine della sofferenza e sulla liberazione dai difetti mentali.

Con estrema agilità entra ed esce dalla cosmologia buddista al cosiddetto «mondo reale», oscillando lo sguardo – diretto a tutti – tra laicità e religioni. Ciò che oggi manca, afferma, è lo sviluppo dell’etica: sia l’etica che si affianca all’insegnamento religioso, sia un’etica laica secolare. Secondo il buddismo tutti i fenomeni e tutti gli esseri sono interdipendenti, legati tra loro, e ogni accadimento ha un’origine dipendente da azioni precedenti. L’attuale catastrofe mondiale legata alla crisi economica, alla violenza politica, ai soprusi, è generata dall’aumento esponenziale della forza dell’egoismo fondata sull’ignoranza e su azioni di usurpazione e prepotenza. Come uscire dunque dal dramma della perdita che attanaglia un numero sempre crescente di esseri umani?

Durante questo primo giorno di insegnamento il Dalai Lama ha commentato un breve testo di Lama Tzong Khapa (Tibet, 1357-1419), intitolato «I tre aspetti principali del sentiero». Tre i punti fondamentali, validi settecento anni fa come oggi, la rinuncia alla sofferenza dell’esistenza condizionata (cioè lo sforzo di liberarsi dal condizionamento dei fenomeni esterni); il sorgere della mente altruistica dell’Illuminazione (detta Bodhicitta) e la corretta visione dei fenomeni. È appurato, ha detto la massima autorità tibetana, che la tecnologia non può produrre la pace della mente e che l’economia e la conoscenza scientifica devono essere coadiuvate da una maggiore etica. «Lo sviluppo industriale e scientifico ha concentrato tutta l’attenzione sullo sviluppo materiale. Ma nel corso della seconda metà del Novecento, molti hanno cominciato a capire che lo sviluppo indiscriminato non avrebbe portato da nessuna parte, a nessuna felicità».

Il Dalai Lama invita quindi a esaminare le cause che hanno creato la crisi globale e a concentrarsi sui valori morali, sull’interiorità e sull’autocontrollo. «Non serve formulare nuove leggi e regolamenti, all’origine c’è il comportamento individuale. Se i singoli membri della collettività mancano di valori nessun sistema legislativo potrà mai essere adeguato». Secondo il buddismo è possibile trasformare lo stato delle cose rendendosi innanzitutto consapevoli delle cause interne che hanno generato ciò che viene definito dagli orientali il karma negativo. Individuando gli errori, gli stati afflittivi e innescando una spirale virtuosa volta alla compassione verso tutti gli esseri, si genera un cambiamento.

Ascolto, riflessione e meditazione sono gli elementi che fanno da antidoto ai tre veleni (odio, attaccamento, ignoranza) che dominano l’attuale sistema economico e politico. Bisogna puntare sulla cooperazione, sull’amicizia e sul senso di comunità, ha detto, occorrono nuovi tipi di pensieri, fondati sull’onestà e la verità. Occorre uno sforzo cosciente per compiere azioni altruistiche contrastando il naturale egoismo di cui siamo abbondantemente dotati.

5 Risposte a L’origine della crisi e il suo superamento secondo il Dalai Lama

  1. Stefano scrive:

    Santo Cielo, com’è che non ci sono arrivato prima! Senza dubbio il naturale egoismo mi ha reso cieco e sordo. E, soprattutto, quanto tempo perso a leggere di hi-tech finanziaria e globalizzazione!
    A parte l’ironia volterriana, in tal caso d’obbligo, due brevissime considerazioni:
    a) Alfonso M. Di Nola mi pare si chiedesse in uno dei suoi ultimi interventi se non fosse il caso di sviluppare “una spiritualità materialistica”: anche qualora il progetto potesse sembrare interessante, dovremmo comunque constatare che nel caso in questione siamo piuttosto fuori strada, se non propriamente agli antipodi;
    b) non ho alcuna difficoltà a trovare in libri e miti religiosi, in testi teologali, passi e immagini che mi colpiscono, mi illuminano e mi commuovono, che colgono con intelligenza icastica aspetti profondi dell’umana avventura (e la tradizione buddista non manca di queste perle). Siamo nei dintorni di questo genere di saggezza senza tempo o alquanto lontanucci?

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