Tiziana Migliore

Undici allunaggi possibili è l’esemplificazione di un odierno sbarco sulla Luna, ambientato in un palazzo veneziano barocco, Ca’ Zenobio, dal 1850 sede di un Collegio Armeno. Del mondo in cui viviamo, che retaggi lasceremmo sulla Luna? L’equipaggio dell’Apollo 11, per commemorare la prima discesa, ha installato sulla crosta lunare una targa d’acciaio: «qui, uomini dal pianeta Terra posero piede sulla Luna per la prima volta, luglio 1969 d.C. Siamo venuti in pace, per tutta l’umanità». Era un segnale di supremazia americana, in guerra fredda, che favoriva il rientro sulla Terra. Le polemiche sulla veridicità dello sbarco ne marcano il valore.

Viceversa, nei loro allunaggi, gli artisti della mostra di Ca’ Zenobio – 11 e in 11 stanze, come il numero della fortunata missione – depositano resti che sembrano sopravvissuti a un’estinzione del pianeta. Il visitatore, accedendo al percorso, è l’umano superstite. L’edificio originario, con crepe al pavimento, ha una mise en abîme di stanze attigua a un salone in stile barocco. Per la vertigine dello sbarco è bastato chiuderne le finestre e sbrecciarne qua e là le pareti. L’allunaggio vuole un’opera con un’atmosfera intorno, isolata per lo spettatore.

Idea e cura del progetto espositivo sono di Martina Cavallarin, direttrice dell’Associazione Scatola bianca, che contamina intervento creativo e quotidiano attraverso il concetto di «opera non d’arte», objet trouvé degli appunti di Duchamp nella Boîte blanche. In effetti, nessuno dei lavori è una rappresentazione né richiama topoi dell’immaginario sulla luna (Ariosto, Keplero, Verne, Wells, Méliès, Asimov, Calvino…). Il motivo conduttore non è il virtuosismo nel figurare l’incredibile, ma la manifestazione, da un luogo eterotopico, di stati d’animo sugli stati di cose terrestri.

Gianni Moretti, La seconda stanza (2012)

In un ormeggio senza ritorno gli 11 artisti affidano alla Luna reliquie da salvare: di denuncia politica, testimonianza millenaria, ironia sul sentimento nostalgico dell’infanzia del mondo o dell’età dell’infanzia. La luna è un confidente: «E tu certo comprendi / Il perché delle cose, e vedi il frutto / Del mattin, della sera / Del tacito, infinito andar del tempo» (Leopardi, Canto notturno…, 1830). Si dà del tu alla luna, nostra orbita. Alcune installazioni avvertono del transito a un diverso livello di realtà e percezione sensoriale: La seconda stanza, di Gianni Moretti, è una gabbia di campanellini che si allarma al passaggio dalla sala d’ingresso del percorso. Eric Winarto immagina i colori lunari con un’enorme macchia blu invisibile alla luce, dantesca Blacklight Selva. Ester Maria Negretti, tramite monoliti intrisi di basse frequenze sonore, rende la difficoltà dell’ascolto (Dialogo tra sordi), mentre Tamara Repetto respinge la minaccia dell’Anosmia con un’installazione olfattivo-sonora.

Alessandro Bergonzoni, TELI DEI RESUSCITANTI PER SVENTOLAR BANDIERA BIANCA, RITROVATI SOTTOSUOLO (2012)

Per Alessandro Bergonzoni incombe sulla Luna la risalita di reperti di ere diverse (TELI DEI RESUSCITANTI PER SVENTOLAR BANDIERA BIANCA, RITROVATI SOTTOSUOLO). I loro utenti sono svaniti, ma essi, come divinità, appaiono e ne documentano le forme di vita. Sul pavimento si vedono due teli bianchi, uno sotto un cumulo di terra, l’altro su cui poggiano gli oggetti emersi. L’artista-archeologo li ha numerati sul posto e inventariati alla rinfusa nella lavagna a muro. È necessario lo spettatore per ricostruire le associazioni: IX – «cocci di vaso dei primi di noi»; XI, «testa di bisonte rimasta di sasso»; XXI, «materia grigia» – evidentemente dispersa; XXXII, «ricordati di bruciare» – è un tizzone; XXIV, «contenitore per (chiedersi) cosa?» – cassetta arrugginita, forse un’allusione alla Scatola bianca di Duchamp. Sono esempi non di una congerie di reperti, ma del fior fiore dell’umanità, dal punto di vista di un enunciante che fa condividere, in modo enigmistico, una parodia sull’ansia della memoria: I, «fra Davide e Golia» – è un sasso; XVI, «frantumi di brame» – pezzi di specchio. Le legende stesse sono occorrenze di una società federata nell’aere perennius. Così, alle due parti smembrate di un attrezzo di ferro corrisponde, nella lavagna, la sentenza V: «ormai l’unione non fa più la forza». Ormai, quando? La tecnica dello spudaiogeloion interroga la prassi della conservazione e ne addita gli eccessi. Sventola bandiera bianca.

AuroraMeccanica, Come bere un bicchiere d’acqua (2012)

Con un’opera che è analisi critica di un atto mistificatorio, AuroraMeccanica esorta a interpretare l’uso dei media e a correggerlo, se è il caso (Come bere un bicchiere d’acqua). Un filmato riprende in loop la sequenza TV del 2011 in cui Yasuhiro Sonoda, deputato giapponese, beve dell’acqua dai reattori di Fukushima per trasmettere la notizia che non è più contaminata. Al centro dello spazio espositivo un bicchiere su un tavolo proietta un’ombra mobile, che corrisponde alle variazioni di emissione radioattiva rilevate a Fukushima. Francesco Bocchini fabbrica una Giostra a cavalli di 5 metri, che ruota sullo sfondo delle musiche a 16 giri del Don Giovanni. Un’«opera buffa», con liste serie di maestri sulla piatta del carosello, co-testo sbarcato sul satellite: Simone Martini, Taddeo Gaddi… Ritmi visivi di rotazione e ritmi dell’ascolto vanno a velocità diverse. Quando il motore dell’arte corre per un tempo che tura se stesso.

LA MOSTRA
Undici allunaggi possibili
a cura di Martina Cavallarin
Palazzo Zenobio per l’Arte, Ca Zenobio, Dorsoduro 2596 Venezia
Sino al 26 luglio

Una Risposta a Orbi(ta) della Terra

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *