Ida Dominijanni

Nell’attesa che la commissione di vigilanza sulla Rai si riunisca martedì per votare i famigerati membri del famigerato Cda di Viale Mazzini scaduto il 4 di maggio, cominciamo a contare i danni di una vicenda che lungi dall’essere l’ennesima ripetizione di un eterno tormentone è diventata un indice sintomatico del pericoloso stato confusionale in cui versano la politica e il lessico politico.

Piccolo promemoria dei fatti principali e di quelli (apparentemente) secondari. A Cda scaduto, mentre gli altri partiti fanno i loro giochi di ordinaria lottizzazione, il segretario del Pd annuncia solennemente che il Pd non intende più avallarli e dunque non farà nomi e non avanzerà candidature. Una posizione per una volta retta e netta, purtroppo inficiata dal comportamento del medesimo partito e del medesimo segretario sulle nomine per le Autorità della Privacy e delle Comunicazioni, purtroppo non gradita a tutto il partito e purtroppo vanificata dal comportamento del centrodestra, che se ne frega del gesto signorile di Bersani e va avanti per la sua spartizione. Intanto si fa strada il metodo meritocratico delle autocandidature per curriculum: Carlo Freccero e Michele Santoro danno il via, ne seguiranno circa 300 imbustate e spedite al presidente della Commissione Sergio Zavoli. Senonché nel frattempo monta l’onda Grillo, che secondo i sondaggi riservati del Pd rischia di diventare, alle politiche del 2013, la forza politica con più consensi di tutte. Urge una mossa, o meglio una furbata, che recuperi il potere di nomina del Pd senza parere, e cavalchi l’onda antipolitica senza mollare le redini partitocratiche.

Soluzione: per la Rai il Pd non fa nomi ma se li fa fare. Dalla cosiddetta società civile, per l’occasione identificata in quattro associazioni – «Libera», «Libertà e Giustizia», «Se non ora quando», «Comitato per l’informazione» – che non si sa in base a quale criterio, se non quello di essere associazioni «d’area» Pd (e d’area Repubblica, che sul Pd incombe con la sua ventilata lista civica), dovrebbero avere più voce in capitolo di altre. Si sa com’è andata a finire: le associazioni incoronate si riuniscono, litigano come e più dei partiti, scatenano, avanzando la candidatura di Lorella Zanardo (l’autrice del noto documentario Il corpo delle donne), una prevedibile alzata di scudi (sul Foglio, in Rete, sul Corsera) contro il femminismo moralista, e infine emettono i nomi di Gherardo Colombo, ex pm del pool di Mani pulite, e Benedetta Tobagi, collaboratrice di Repubblica nonché della Rai medesima e autrice di un memoir sulla vita di suo padre Walter, assassinato in un attentato terrorista.

Due nomi di cui si può pure pensare tutto il bene del mondo, ma che di «significative esperienze manageriali nel campo della comunicazione» (uno dei tre criteri indicati dalla legge per la nomina dei membri del Cda, oltre al «riconosciuto prestigio» alla «notoria indipendenza di comportamento») non possono vantarne alcuna. E che in compenso hanno però l’innegabile pregio di incarnare al meglio due passioni invincibili dello spirito nazionale contemporaneo: l’incombenza spettrale sul presente delle stagioni passate degli anni di piombo e di Tangentopoli; e l’identificazione del popolo di sinistra nelle maschere interscambiabili della vittima (preferibilmente di mafia o terrorismo) e del giustiziere (preferibilmente antiberlusconiano).

A questo punto s’è capito che il merito, come sempre nella politica italiana, conta poco o nulla: torniamo ai pasticci di metodo. La geniale trovata di Bersani – «un eccellente atto di rottura che ha aperto un varco», secondo la disinteressata opinione di Francesca Izzo, oggi leader di «Se non ora quando» e ieri dirigente e deputata del Pci-Pds-Ds-Pd, a riprova di quanto labili e trasferibili siano i confini fra società civile e partiti – ha ottenuto il risultato encomiabile di coinvolgere la «società civile» in una fulgida operazione partitocratica. Avrà pure aperto un varco ma ha chiuso il gioco, commenta Giovanna Boursier nel video «La scelta di Bersani», impegnando al voto per i due candidati della «società civile» i membri pdini della Commissione di vigilanza, che neanche per sbaglio potrebbero scegliere altrimenti fra i 300 curricula pervenuti nel frattempo alla Commissione stessa. La quale s’è presa una settimana per far finta di esaminarli, come se il gioco fosse aperto quando invece è barrato, salvo voli di fantasia del centrodestra, pronto, secondo i rumors, a far saltare il tavolo Rai per i suoi giochi di destabilizzazione del quadro politico generale.

Morale della favola 1. Ammesso che il famigerato Cda venga nominato, lo sará con il consueto criterio spartitorio-partitocratico, ma con in più, questa volta, la connivenza delle associazioni coinvolte e la vanificazione dell’unica innovazione realmente tentata, quella meritocratica delle autocandidature per curricula. Morale della favola 2. La rappresentanza è morta, ma finché non sarà anche sepolta resta, come insegnano i classici, un dispositivo delicato con delle regole precise. Un partito, che queste regole dovrebbe conoscerle e rispettarle, non può «cederla» alla societá civile, che invece da queste regole non è e non dev’essere investita. E le associazioni della societá civile, che non godono di alcuna investitura né prerogativa rappresentativa, non possono e non devono attribuirsele, pena essere risucchiate in una logica spartitoria che non è e non deve essere la loro.

Questo vale, morale della favola 3, a maggior ragione per una associazione come «Se non ora quando», che si è data a suo dire «la missione della democrazia paritaria» (tradotto: spartizione del potere a metà fra uomini e donne, infatti a quello di Tobagi «Snoq» aggiunge la segnalazione di altri cinque nomi femminili, vagheggiando un Cda di sei uomini e sei donne pari e patta) ed è libera di crederci, ma non è libera di farlo in nome e per conto di una societá civile femminile che non rappresenta e che non l’ha investita della propria rappresentanza. Tantomeno se questa rappresentanza gioca sul tavolo della società e decide sul tavolo di un partito, sempre il solito, che con le donne non riesce a immaginare altro rapporto che quello del collateralismo anni Cinquanta. Bersani però, intervistato nel succitato video, ride soddisfatto: ha sollevato il problema, dice, e «al prossimo giro cambiamo la Rai». Al prossimo giro, ecco: se non allora quando?

Una Risposta a Sintomo Rai

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