Francesco Zucconi

Nel 1936, Walter Benjamin concludeva la prima stesura de L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica con un paragrafo capace di legare a doppio filo estetica e politica: «Fiat ars – pereat mundus dice il fascismo, e, come ammette Marinetti, si aspetta dalla guerra il soddisfacimento artistico della percezione sensoriale modificata dalla tecnica. È questo, evidentemente, il compimento dell’arte per l’arte. L’umanità, che in Omero era uno spettacolo per gli dèi dell’Olimpo, ora lo è diventata per se stessa. La sua autoestraniazione ha raggiunto un grado che le permette di vivere il proprio annientamento come un godimento estetico di prim’ordine. Questo è il senso dell’estetizzazione della politica che il fascismo persegue. Il comunismo gli risponde con la politicizzazione dell’arte». Quasi ottanta anni dopo, in un mondo talmente mediatizzato da scoprirsi «post-mediale», la frase di Benjamin è posta al centro di un convegno internazionale di estetica: Fiat imago, pereat mundus, svoltosi alla Sapienza di Roma il 18 e il 19 febbraio 2010.

«Alla fine delle cose» raccoglie i risultati delle diverse sessioni di lavoro portate avanti in quei giorni. Pietro Montani introduce il lettore al volume ripensando la natura e le funzioni dell’immagine nell’antichità alla luce della condizione estetica contemporanea, dove incombe il rischio di una piena realizzazione del fiat benjaminiano: presi nel processo di accelerata mediatizzazione della vita quotidiana, come impedire che il continuo utilizzo di filtri tecnologici si trasformi in una rinuncia all’incontro con il mondo e in un’atrofizzazione del campo dell’intersoggettività?

Diviso in tre sezioni introdotte dai curatori, il libro segue una scansione cronologica, senza mai perdere l’interesse verso tematiche sensibili nella riflessione estetica del presente. Enrico Berti, Daniele Guastini, Maria Bettetini, Gaetano Lettieri, Giovanni Careri e Fiorella Bassan articolano un percorso che va dall’idea dell’immagine in Platone al concetto di mimesis in Aristotele, dal problema dell’idolatria e dell’iconoclastia nell’Alto Medioevo alla costruzione di una nozione cristiana di immagine, fino alla lettura degli affreschi che compongono il Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina.

Nella sezione dedicata al pensiero moderno occupa uno spazio fondamentale la rilettura dell’estetica di Kant, nei saggi di Diarmuid Costello e di Stefano Velotti. Attraverso una ripresa dei Passages di Parigi di Benjamin, Fabrizio Desideri invita il lettore a riflettere sull’enorme potenziale implicato nella riproducibilità e manipolabilità delle immagini che qualsiasi programma di elaborazione grafica consente oggi di sperimentare: «troppo spesso rimanendo abbacinati da una concezione mitico-magica della tecnica – scrive Desideri – ci si limita a considerare gli effetti negativi della manipolazione delle immagini, e non si vedono le chances anche epistemiche (e politiche) che essa offre». Utilizzando in modo disinvolto lo strumento dell’anacronismo, W.J. Thomas Mitchell crea invece le condizioni per un acceso confronto con Paolo D’Angelo che si protrae oltre i confini della storia dell’arte, arrivando a toccare i temi dell’etica e della politica. Quando e a quali condizioni è lecito comparare un’immagine di cronaca proveniente dalla Striscia di Gaza con un dipinto di Poussin?

L’ultima sezione affronta in modo esplicito il contemporaneo. Com’è possibile, si chiede Stephen F. Eisenman, che la pubblicazione delle fotografie delle torture inflitte presso il carcere di Abu Ghraib abbia lasciato perlopiù indifferente – incapace di trasformare l’immediata reazione emotiva in una presa di posizione civile e politica – il mondo occidentale? Di nuovo, al centro dei lavori di Francesco Casetti, Isabella Pezzini, Georges Didi-Huberman, Giuseppe Di Giacomo, Silvana Borutti e Massimo Carboni si afferma l’idea trasversale che nel rimontaggio e nella rielaborazione artistica di immagini preesistenti, oppure nell’esposizione dei materiali preparatori, possano essere identificati i più efficaci strumenti per far comprendere allo spettatore la doppia cattura che intercorre tra lo sguardo e il mondo. Ovvero, in altre parole, che delle immagini che esperisce o produce, ne va anche di lui e del suo ambiente.

Rovesciando il titolo di un celebre saggio sulla cultura visuale contemporanea, che cosa vogliamo, dunque, dalle immagini? «Alla fine delle cose» ricostruisce una possibile genealogia della condizione estetica contemporanea, nella piena consapevolezza che l’esausta polemica contro i deficit e le invadenze del sistema massmediatico potrà riacquisire una legittimità e infine far valere le proprie ragioni soltanto se ricollocata all’interno di una storia critica delle immagini. Evitando le facili scappatoie nelle quali rischia di incorrere il pensiero teorico laddove tenta di affrontare i temi del ritorno all’impegno e del confronto con la «realtà», il volume non propone dunque un’unica ricetta né una risposta corale. È piuttosto la forma dialogica che struttura il libro, basato sul confronto diretto tra gli autori dei saggi, a dischiudere un ampio ventaglio di proposte attraverso le quali cercare di tenere il passo di quanti, tra artisti e pensatori, con il proprio lavoro hanno di volta in volta spinto più in là i confini dell’estetica, progettando (disattesi) comunità a venire.

IL LIBRO
Alla fine delle cose. Contributi a una storia critica delle immagini

a cura di Daniele Guastini, Dario Cecchi, Alessandra Campo
La Casa Usher (2011), pp. 231
€ 24.50

10 Risposte a Che cosa vogliamo dalle immagini?

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