uccelli aristofane

Maddalena Giovannelli

Rappresentare testi classici: questo è l’obiettivo primario del ciclo di spettacoli organizzati dall’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) fin dal 1914 nel teatro greco di Siracusa. In questa prospettiva l’apporto autoriale del regista sembra quasi passare in secondo piano: significativo, in tal senso, è che nelle locandine non ne compaia il nome e che nei programmi di sala si preferisca alla menzione del cast un riassunto della trama della tragedia o della commedia. Il pubblico stesso (molte le scolaresche e gli appassionati di dramma antico) sembra formarsi di conseguenza: l’interesse per la rassegna è in qualche modo indipendente dalle professionalità chiamate a portare il loro contributo. I registi scelti sono per lo più noti e competenti (basti citare Castri, Ronconi, Martone): eppure non di rado c’è chi applaude e si allontana senza sapere i loro nomi.

Quest’anno gli artisti coinvolti sembrano pretendere con forza una considerazione a sé stante, a cominciare dalla bellissima struttura scenica firmata dall’archistar Rem Koohlaas fino ai cori eseguiti e coreografati dalla Martha Graham Dance Company. Per la tragedia, accanto al nome di Calenda, già collaudato dall’INDA, compare quello di Claudio Longhi: la sua recente regia dell’Arturo Ui brechtiano è stato uno degli eventi teatrali più apprezzati dal pubblico e dalla critica del 2011. A chiudere il cerchio, con Gli Uccelli di Aristofane, è Roberta Torre: personalità più che mai reticente a un intervento disciplinato e prevedibile sul testo antico. Regista cinematografica, la Torre si impone all’attenzione del pubblico con il suo Tano da morire (1997), travolgente musical capace di raccontare la mafia tra surrealtà e ironia. Seguono, tra gli altri lungometraggi, Sud Side Stori (2000) Angela (2002), Mare Nero (2006).

Sotto il suo tocco, si sgretolano molti dei preconcetti che hanno portato a esiti poco convincenti nella messinscena di Aristofane: che si debba affrontare la commedia tentando di attribuirle un qualche sapore aulico da testo classico e, dall’altra parte, che il comico sia un genere di serie b, incapace di competere fino un fondo con il tragico. Meravigliosa e irripetibile sintesi tra l’alto e il basso, il teatro di Aristofane vive di tre ingredienti fondamentali, senza i quali viene snaturato: la comicità bassa, triviale, immediata; la vis politica, volta a colpire senza cautele uomini di potere, vizi tutti umani, storture della società; la fiducia nelle possibilità dell’uomo di cambiare, con le proprie forze, il mondo che lo circonda. Roberta Torre coglie questi aspetti e firma un allestimento dai ritmi serrati, dai meccanismi comici ben oliati, ma soprattutto di grande attualità.

E a chi dice che è difficile mettere in scena oggi la commedia antica, perché intrisa di riferimenti alla società del tempo, Roberta Torre assicura il contrario: «Come tutti i geni, Aristofane è capace di travalicare i secoli. Se si entra nel suo meccanismo, si scopre che è straordinariamente contemporaneo». Nella prospettiva di una messinscena che non debba essere tributo archeologico ma incisiva riflessione sull’oggi, il testo (nella traduzione di Alessandro Grilli) è stato scorciato, modificato, adattato dopo il lavoro sul palco. L’approccio emerge fin dalle prime battute. La città immaginaria di Castellinaria degli allocchi viene fondata da due personaggi che vogliono sfuggire alla propria nauseante realtà: «noi, cari spettatori, soffriamo di un disturbo opposto a quello degli extracomunitari: loro non hanno la cittadinanza, ma cercano di entrare a ogni costo; noi invece abbiamo spiccato il volo lontano dalla patria».

Quando poi si presentano alcuni individui che vogliono essere accolti nel felice regno degli alati, tra loro c’è una consigliera regionale provocante e scollacciata. «In quella parte del testo c’è una vera e propria struttura a sketch», spiega la regista: «è la vecchia realtà cittadina che il protagonista voleva fuggire e ora bussa alla porta». Aristofane mette in luce così le indecenze e i vizi della propria città: Roberta Torre racconta le nostre. Ed ecco che vengono tagliati i sicofanti e i parricidi ma resta, accanto alla consigliera, uno scalcinato poeta munito di suggeritore e aspirapolvere.

Il fulcro principale dell’allestimento sono il potere e le sue dinamiche: il protagonista convince gli uccelli a contrapporsi agli dei e a recuperare la loro antica regalità. Eppure, quando la città viene fondata, egli ne è sovrano assoluto: si ritorna a quelle degenerazioni del potere da cui si voleva fuggire, gli uccelli da divinità diventano sudditi, il benefattore si fa tiranno. «Il perpetuo re-instaurarsi delle dinamiche di potere è un aspetto che viene trattato con leggerezza in Aristofane, ma non per questo è privo di una qualche amarezza», spiega la regista. In questa prospettiva, Roberta Torre ha scelto di evocare la corte settecentesca: i costumi, le parrucche, le musiche – che procedono tra minuetti e rondò – riportano ad un mondo sfarzoso e gerarchizzato. «Non a caso», precisa, «in quel periodo l’opera di Aristofane è stata profondamente rivalutata; e in quel contesto è nato il vaudeville».

Oltre al Settecento, molti sono i riferimenti colti: non ultimo un omaggio musicale al Pasolini di Uccellacci e uccellini. Come doveva essere nell’Atene di allora, lo spettacolo viene fruito a più livelli: gli adolescenti battono le mani per le parolacce e le allusioni sessuali, gli spettatori avvertiti restano incantati di fronte ai costumi del coro e ai raffinati alberi stilizzati firmati da Rem Koohlaas, gli esperti di teatro classico ritrovano tutta la complessità della commedia antica.

Una Risposta a Aristofane politico

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