herzog death row

Laura Busetta

Cinquanta minuti: questo il tempo massimo concesso a Werner Herzog per condurre i suoi Death Row Portraits, conversazioni con cinque detenuti all’interno del braccio della morte in alcune carceri di massima sicurezza fra il Texas e la Florida. Sono sufficienti per fornire un ritratto di Linda Carty, George Rivas, Joseph Garcia, Hank Skinner e James Barnes. Quattro uomini e una donna condannati per omicidio, cinque facce della pena di morte negli Stati Uniti, che si raccontano sullo schermo, intervistati dalla voce – rigorosamente fuoricampo – del regista tedesco.

Concentrazione dello spazio, oltre che del tempo: al regista è vietato effettuare riprese all’interno del braccio della morte, così all’inizio di ogni ritratto un travelling ripercorre simbolicamente lo spazio dalla cella del detenuto alla camera della morte, dove gli verrà somministrata l’iniezione letale. La posizione di Herzog riguardo alla pena di morte è ben chiarita nel prologo: «in quanto cittadino tedesco ospite negli Stati Uniti, sono rispettosamente contrario alla pena di morte, legale in 34 stati e praticata in 16».

Il progetto, presentato alla scorsa Berlinale e in programma da lunedì 11 giugno al Biografilm Festival di Bologna, costituisce uno sviluppo del precedente Into the abyss. A Tale of Death, A Tale of Life (2011), documentario sul condannato a morte Michael Perry, incontrato da Herzog otto giorni prima dell’esecuzione. I Death Row Portraits funzionano in modo analogo: ai piani fissi dell’intervistato si alternano testimonianze di legali, giornalisti e familiari, materiali di archivio, ricostruzioni delle scene del delitto.

Seguendo l’iter processuale e i rinvii delle udienze si intravedono alcune falle nel sistema giudiziario americano. Ma il regista chiarisce: la mia intenzione non è quella di realizzare dei film propagandistici, piuttosto di intraprendere un altro viaggio nell’abisso. Emerge subito un’attenzione a indagare la specificità dello spazio claustrofobico del carcere e l’isolamento che ne deriva. Herzog prova a immaginare le procedure di evasione di ognuno dei detenuti.

Perché dal carcere si può anche provare a fuggire. Come hanno fatto George Rivas e Joseph Garcia, che riuscirono a evadere nel 2000 da una prigione di massima sicurezza del Texas con un’orchestrazione strategica raffinatissima degna di un film, salvo poi essere catturati e condannati a morte. Oppure chiudendo gli occhi, come fa James Barnes, uomo accusato di stupro e omicidio, che rivela «sogno di immergermi nell’acqua in modo da lavarmi di dosso la sporcizia». Così il ritratto finisce con l’immagine del mare, solo immaginato dagli occhi di Barnes e ripreso dall’obiettivo cinematografico.

La macchina da presa si sostituisce a quello sguardo, diventandone un prolungamento e materializzando un fuoricampo assoluto. Poiché attraverso l’evocazione di un paesaggio proibito e di una dimensione immaginaria forse si può comprendere meglio anche lo sguardo che vi dà forma. Qualcuno ha una dimestichezza tale con i media (in America esistono serie in cui si intervistano i reclusi) da usare strategie raffinatissime per muovere le emozioni dello spettatore. «Ho avuto l’impressione che qualcuno mi stesse usando per ritardare la sua pena», dichiara Herzog alla presentazione del progetto negli Stati Uniti.

E quando alla fine di ogni conversazione la macchina da presa si sofferma per alcuni secondi sul viso muto e immobile dell’intervistato, allora davvero se ne fa un raggelante ritratto. Ecco il volto di un uomo che sa già come e quando morirà, condizione paradossale di morte in vita che rende la sua esistenza unica e differente da quella di chiunque altro. Nell’apparente fissità dell’immagine, mentre il film continua a scorrere esibendo il volto quasi immobile del recluso, il cinema diventa la morte al lavoro, per ricordare una celebre espressione del regista Jean Cocteau: in ogni istante di film che passa, un attimo in meno di vita che si consuma. Vocazione mortuaria di ogni ritratto, che blocca il soggetto strappandolo al passare delle cose.

Mentre la macchina da presa indugia fissa sul volto del detenuto, non posso ignorare ciò che Roland Barthes rilevava essere il punctum della fotografia di Lewis Payne in attesa della propria esecuzione. Penso: è morto e sta per morire. «Nell’immagine leggo nello stesso tempo questo sarà e questo è stato; osservo con orrore un futuro anteriore di cui la morte è la posta in gioco».

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