la guerra è dichiarata

Michele Emmer

Cancro. Parola da pronunciare subito perché non è una parola impronunciabile. È una parola come tante altre che significa tante e diverse cose. Ci sono tipi di cancro da cui si guarisce con grande probabilità e ci sono dei tipi di cancro da cui non si riesce a sopravvivere che pochi anni. È stato un fatto eccezionale che Steve Jobs sia sopravvissuto per alcuni anni, rispetto al decorso normale del cancro al pancreas che aveva. Voglio parlare di un film. Che ha il cancro al centro. E si dirà: ecco, di nuovo un film sulla sofferenza, sulla malattia, sulla morte. Sì, di nuovo perché non si tratta di parlare di cancro ma di parlare di un film. In cui vi è un malato di cancro. Che guarisce, come spiega il film sin dall’inizio così non c’è il problema di come va a finire. Il bambino non muore, guarisce. E allora perché fare un film su un bambino malato di cancro che per di più guarisce? Non sarebbe stato molto meglio, dal punto di vista del film, che il bambino morisse, tra le lacrime e la sofferenza di tutti?

No, non sarebbe stato meglio perché nel film di cui parlo i protagonisti del film, gli sceneggiatori del film, la regista del film, sono anche i protagonisti della «vera» storia. Il loro bambino con un cancro, un cancro maligno, raro ed aggressivo e che guarirà dopo molti anni. Il film si chiama La Guerre est declarée e l’ho visto alcuni mesi fa a Parigi. È uscito in Italia in questi giorni. A Parigi esiste quella geniale invenzione che è il Pariscope che fa sapere a tutti i parigini e turisti quello che succede settimana per settimana al cinema, al teatro, nei musei. Guardando il titolo non sarei mai andato a vedere quel film, pensavo ad un film di guerra. Ma poi ho letto la storia e sono andato di corsa. Certo, anche perché capita che si abbia un figlio, una moglie con il cancro ed è una cosa che non si dimentica e non vi è nulla di morboso nel voler vedere, capire, comprendere. Pensiamo sempre di esser soli a vivere certe «avventure» ma non è così, reagiamo in modi diversi ma molto simili, abbiamo comportamenti che ci rendono unici ma anche parte di una comunità.

Dunque ai due protagonisti (che raccontano e rivivono la loro storia), al loro bambino di pochi mesi viene trovato un tumore maligno al cervello. Si comporta in modo strano, ma come detto, all’inizio del film si vede un bambino molto più grande che fa una REM di controllo, quindi si sa che il bambino è guarito. Anche se per pronunciare questa parola per la maggior parte dei tumori ci vogliono anni. La prima reazione è l’urlo, quell’urlo disumano, atavico, l’urlo, l’angoscia che ha espresso Edward Munch, l’urlo per qualcosa che non si vuole accettare, la morte, la morte che non rispetta l’ordine delle età, prima i vecchi poi i bambini. E la domanda «Perché?» Legata all’altra, «Perché noi?». Ci sono passati in tanti, con la stessa reazione.

Ma poi… si comincia a guardare avanti, a lottare insieme con il malato e poco alla volta si arriva a capire, e nel film lo si capisce, ed è anche per chi ha vissuto quei momenti, un momento di grande emozione e sofferenza, che è il malato che è malato. Sembrerebbe ovvio, ma in molti casi non è così. Il bambino malato, il bambino che magari muore, che tragedia, bisogna partecipare tutti, comportarsi in modo adeguato, facce tristi, mancanza di voglia di fare, depressione. «È una tragedia». Certo che lo è, ma chi morirà è solo il malato, è sua intera la tragedia e noi, gli altri, non dobbiamo che vivere, vivere con allegria e amore tutti i momenti della vita che restano da vivere insieme.

E di questo che parla il film, di due persone che hanno voluto raccontare, condividere, non quella tragedia, ma quella gioia, quella voglia di vivere ogni momento, di far felice il malato che non sa, è un bambino, e magari non vuol sapere, se è adulto. E il film è una gioia di vivere con ansie, delusioni, litigi, angosce, dolori, con la musica che commenta molto più efficacemente delle parole. «Ho voluto con la musica far provare dei sentimenti molto fisici agli spettatori», lei, regista, madre, sceneggiatrice, molto più che la semplice protagonista della storia. Un gran film che merita di essere visto anche da due dei grandi giornalisti della nostra televisione, tuttora in sella. Quelli che hanno costruito la storia del caso Di Bella con un susseguirsi di trasmissioni televisive creando un’ aspettativa insana nel paese, tanto che l’allora ministro della Sanità Rosy Bindi mise un ticket, d’accordo il governo, per finanziare la cosiddetta sperimentazione del nulla, ticket che venne pagato anche dai malati che erano in fase terminale, parola come male incurabile molto amata dai nostri mass media. La Bindi si è poi scusata. Non mi risulta lo abbiano fatto le televisioni.

Tornando al film uno di quei film in cui si esce «conoscendo» i protagonisti, amandoli. Ma non si tratta di una commediola sul cancro, è una guerra, una guerra che si combatte, che si vince e si perde, dipende da come la si affronta. E immagino la mamma, il papà, il figlio quando hanno visto il film finito, che loro stessi avevano realizzato. Spero che questo film oltre che aver una grande diffusione in Italia, sia proiettato dovunque serve un grande impegno per continuare a vivere. I cinefili diranno facile fare un film sul cancro, su un bambino. Sbagliano, non è affatto facile, come non è facile vivere con chi ha il cancro e riuscire a vivere, a far vivere, con allegria anche quando: «la ragione vuole che muoia al più presto e il sentimento vuole che in qualche modo continui a vivere. O forse la ragione che dice di vivere, ed il sentimento dice di morire».

Regia: Valérie Donzelli
con: Valérie Donzelli, Jérémie Elkaïm, con César Desseix (il bambino a 18 mesi), Gabriel Elkaïm (il bambino a otto anni)
soggetto e sceneggiatura di Valérie Donzelli, Jérémie Elkaïm
Francia 2011

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