berardinelli

Andrea Inglese

Il vero talento commerciale di uno scavafosse non si vede da come scava una fossa e ci ripone il corrispondente cadavere, ma da come riesce a vendere innumerevoli volte agli stessi clienti il seppellimento dello stesso cadavere, come se quest’ultimo fosse sempre fresco di trapasso. Uno degli scavafosse più illustri e di successo che il saggismo italiano abbia si chiama Alfonso Berardinelli, e ha ottenuto una discreta fortuna editoriale seppellendo da trent’anni quello che lui considera un cadavere sempre fresco di trapasso, la poesia italiana. Ora, tutti sanno quanto la grande editoria si disinteressi di un genere poco redditizio come la poesia. E di come questo disinteresse sia, di conseguenza, il medesimo che esibiscono le pagine culturali della stampa quotidiana. È perciò ancora più vistoso il talento di Berardinelli: ha ottenuto di scrivere diversi libri per editori importanti, al fine di convincere tutti quanti che il genere di cui la massa si disinteressa è poco interessante, per causa di decesso appurato, cerebrale. Per carità, Berardinelli si è anche occupato nel corso di un trentennio di ben altri e ben altrimenti vitali argomenti, ma mai si è dimenticato di dedicare qualche nuovo elzeviro, conferenza o intervista alla monotona novella.

Scavare una fossa, e sbatterci dentro un autore, è cosa che ognuno, anche di recentissima alfabetizzazione, è capace di fare. Scavare una fossa e calarci un genere intero, già richiede una perizia retorica maggiore, anche se di becchini della poesia come del romanzo né questo né il secolo passato sono stati avari. Quello che desta ammirazione è il campare editorialmente e giornalisticamente sul riciclo della salma; è l’entusiasmo da novizio del beccamorto, che compare al primo di ogni mese con ghigno tetro e satanico a dare scandalo, il referto di morte in una mano e la pala nell’altra. Tutti pensano che ad un trapassato sia sufficiente una sola fossa e una sola sepoltura, ma Berardinelli ha compreso che il dibattito culturale funziona come l’informazione d’attualità: si dimentica già oggi, quel che si sapeva ieri. Poi si tratta semplicemente di specializzarsi.

Naturalmente, Berardinelli ha differenziato saggiamente la sua produzione di epitaffi. Se quelli dedicati alla poesia datano almeno del 1982 («L’ovvio in letteratura», saggio raccolto in Il critico senza mestiere, 1983), altri ne sono poi seguiti. Il saggio agonizza irreversibilmente in apertura di secolo: «Forse l’epoca della saggistica è tramontata insieme con una funzione militante della critica letteraria e della critica della cultura in generale» (La forma del saggio, 2002). Il romanzo, salvo anomale sopravvivenze, è in realtà già condannato dagli anni Venti del secolo scorso: «il Novecento resta il secolo del cinema, del giornalismo, delle scienze e della crisi del romanzo. È un secolo che ha saputo fin dall’inizio che il romanzo era alla fine» (Non incoraggiate il romanzo, 2011).

L’età passa per tutti, e il fatto che Berardinelli sposti la sua attenzione sul romanzo segna certo un cedimento. Il romanzo sarà morto, ma almeno il pubblico dei romanzi c’è. A qualcuno potrà vendere comodamente questa novella. Stavolta nessun salto mortale. L’esercizio è più facile. Vendere all’inesistente pubblico della poesia la morte della poesia, questo sì che è un gioco di rara destrezza. Ma sarebbe ingeneroso sostenere che Berardinelli abbia veramente rinunciato alla sua idée fixe. Ancora di recente, su Il Sole 24 Ore (27/05/2012), non si è fatto sfuggire l’occasione. Doveva recensire il volume di un giovane critico di poesia, ma a tale scopo ha dedicato parsimonioso solo qualche paragrafo finale. I tre quarti del discorso lo hanno visto impegnato nel dimostrare la sua (nota) scandalosa tesi: «Sembrerebbe di no, eppure c’è bisogno di dirlo: non solo è finita da tempo la poesia moderna, ma anche quella post-moderna che fu consapevole di ‘venire dopo’».

Berardinelli non è uno scavafosse tentennante: se buca bisogna fare, che sia grande quanto almeno la poesia europea e statunitense. I riferimenti non sono proprio recenti: Benn, Auden, Carlos Williams, i poeti francesi di Tel Quel, il novissimo Enzensberger. Evidentemente Berardinelli è un anziano signore non informato dei fatti, almeno per quanto riguarda le vicende della poesia degli ultimi trent’anni. Nessuno gli vuole togliere il gusto di compiere le sue vecchie acrobazie, ma forse, a questo punto, andrebbero fatte in modo molto più apodittico e succinto, senza polverose e approssimative pezze d’appoggio. Non è più tempo di stile polemico, passi direttamente a quello venerando e profetico.

33 Risposte a Berardinelli o il talento dello scavafosse

  1. redazione scrive:

    Un solo commento al pezzo di Inglese su Berardinelli, da divulgare, se lo ritenete opportuno. A un convengo di qualche anno fa a Mondello, Berardinelli intervenne rivendicando il suo diritto di dialogare con Sanguineti, quasi per autoinvestitura. Sanguineti, presente, rispose: io non intendo dialogare con Berardinelli. Punto e basta

    Niva Lorenzini

  2. Daniele Ventre scrive:

    Costui, se leggesse le mie poesiole testè uscite per d’if, seppellirebbe anche me.

  3. Alessandro Ghignoli scrive:

    non dimentichiamoci della traduzione letteraria, anche lì… ha seppellito.

    un abbraccio

  4. Lello Voce scrive:

    caro Andrea

    mi pare un pezzo azzeccatissimo, nella sostanza e nello stile, su cui certamente concordo.
    Abbastanza per non aggiungere altro, se non che nelle poche righe finali si raggiunge il desolante, quando, nell’incenso gettato sull’annuario di Manacorda, avviene il cortocircuito “Febbraro”, che da una parte è critico infine nuovo, dall’altra speranza della poesia (ma non era morta).
    Dopo Berardinelli il ‘deluge’?Ok, ma attenti che sta per arrivare il deluge, che poi è il futuro della poesia.
    Una risata lo annegherà…

  5. Giuseppe scrive:

    Il titolo del volume di un giovane critico di poesia qual è?

  6. Molesini scrive:

    me piace ‘n zacco

  7. Ennio Abate scrive:

    Berardinelli ha cominciato il mestiere di cui dice Inglese partendo dal “padre”, Franco Fortini. Per una critica delle sue posizioni (in tempi non sospetti come questi d’oggi) mi permetto di rinviare a un mio scritto del 2007:

    http://www.backupoli.altervista.org/IMG/Su_Berardinelli.pdf

    P.s.
    A Sergio Falcone. Veda che Berardinelli lo criticano anche i vecchi come me, non solo i giovani. E che non fu certo lui a “dar vita” ai Quaderni Piacentini ma Grazia Cherchi, Piergiorgio Bellocchio e, vedi un po’, Franco Fortini.

  8. Domenico Lacroli scrive:

    Berardinelli ha un’idea molto chiara sulla poesia, fatto di non poco conto; che la poesia contemporanea abbia raramente da dire qualcosa ai lettori è oltretutto un giudizio condivisibile, per dire: la fossa la poesia italiana contemporanea se la scava da sola.
    Il pezzo di Inglese, che è rissoso e risponde poco o niente alle posizioni di Berardinelli, parte anche da una falsa premessa o, peggio, un luogo comune. “Ora, tutti sanno quanto la grande editoria si disinteressi di un genere poco redditizio come la poesia.” Mi pare che Specchio e Bianca godano di ottima salute; si continua a pubblicare a fondo perduto, libri buoni e anche libri inutili.

  9. Si può certo dissentire da Berardinelli, però in uno stile più da critico, meno soggettivamente e vistosamente carico di avversione.

    • massimo pamio scrive:

      Non so, ma io leggo moltissimo e dopo scrittori come Elsa Morante o Gesualdo Bufalino mi pare di non poter più amare la lettura e di non provare più il piacere inimitabile della lettura. La saggistica no, è ancora molto viva, ci sono autori come Perniola o Agamben che spiccano in campo internzonale.

    • andrea inglese scrive:

      Gentile anna maria carpi
      Berardinelli ha speso 500 battute nel liquidare la poesia statunitense, fantasiosamente catalogata sotto la categoria “creative writing”, del dopo Carlos Williams (morto nel 1963). Si legga quanto scrive Beradinelli nel suo articolo:
      “Anche per la poesia è poi arrivato dagli Stati Uniti lo stile da “creative writing”, che permette di produrre diligentemente una poesia al giorno buttando l’occhio sulle pareti della propria stanza, sul bricco del tè, sui movimenti dei vicini di casa: niente rime, meglio evitare la punteggiatura, il verso venga indicato dal semplice andare a capo, usare molto gli spazi bianchi che sono sempre suggestivi. Certo si può fare questo anche con ottimi risultati (lo ha fatto William Carlos Williams) ma ci vuole orecchio, occhio, gusto e un fiuto sicuro nell’evitare banalità e noia.”
      Io per liquidare i suoi epitaffi sulla poesia gli ho almeno dedicato più di 4000 battute. Sono stato se non altro più generoso.
      Non riesco a comprendere come lei non sia toccata dall’avversione generalizzata verso la poesia europea e statunitense espressa da Berardinelli, e che ricade su una moltitudine di ottimi poeti viventi e non, ma trovi sbagliata la mia avversione verso il Berardinelli liquidatore.

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