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Valerio Coladonato

Tra gli slogan di cui si sono appropriati movimenti politici come il World Social Forum e Occupy Wall Street, ce n’è uno che recita: «un altro mondo è possibile». È il rifiuto della sensazione pervasiva che, difatti, non ci sia più un altro mondo ad attenderci – magari non proprio radioso, ma almeno più vivibile di questo. Ciò che non sempre si coglie è quanto tale attesa di un orizzonte diverso sia radicata nella condizione che definiamo «modernità». Anche di questo si sono occupati studiosi di filosofia, storia, cinema, architettura il 24-25 maggio nel convegno «Modernità nelle Americhe», organizzato dal Centro di Ricerca Interdipartimentale di Studi Americani (CRISA) dell’ Università di Roma Tre.

In uno degli interventi d’apertura, Francesca Cantù ha ricostruito come la «scoperta» del continente americano abbia significato, per l’Europa, una radicale trasformazione delle forme di pensiero. È con la rottura radicale degli schemi precedenti che si fa largo l’idea che il tempo storico sia aperto al futuro. Il presente diventa allora carico di un’aspettativa verso ciò che di nuovo deve immancabilmente arrivare. Siamo ancora oggi nella modernità? Per i teorici del postmoderno ne siamo, almeno in parte, già usciti. Michel Maffesoli indica i segni di una rottura epocale, primo fra tutti la frammentazione dell’individuo e la crescente importanza della dimensione del «noi» – si tratta di una collettività tribale e non certo segnata dalla razionalità. L’elemento costante di una certa modernità, ovvero la fede in un io in grado di dominare il mondo, di analizzarlo e conoscerlo, sta tramontando irrimediabilmente. Nel descrivere la transizione dalla ragione all’affetto, Maffesoli si rende osservatore partecipe del quotidiano, ma evita di condannarlo o di redimerlo.

Su questo terreno, la battaglia di idee è tutt’altro che conclusa. Maurizio Ferraris rintraccia ad esempio una continuità profonda tra postmoderno e moderno – ma declina quest’ultimo in modo ben diverso, passando per figure come Nietzsche e Baudelaire. I tratti salienti del postmoderno (ironizzazione, desublimazione, deoggettivazione) sarebbero per Ferraris una realizzazione del moderno, forse parzialmente perversa, ma le cui premesse erano tutte riscontrabili. Attraverso un percorso ricco di riferimenti eterogenei, da Horkheimer a Nietzsche, da Jim Morrison a Descartes, da Fitzgerald a Coppola, Ferraris delinea un itinerario in cui la messa in discussione della razionalità e della realtà pervade non solo il postmoderno ma anche il moderno. La conseguenza è un «addio alla verità» che caratterizza oggi il rapporto tra politica e media, e che ha trovato nel populismo berlusconiano un esempio calzante ma non certo unico.

Nel nodo moderno-postmoderno è in gioco, in ogni modo, la possibilità di autodeterminare i destini attraverso una serie di istanze sociali e politiche. Si pensi alle strategie di progettazione urbana imperniate sul modernismo: Robert Beauregard racconta lo stupore dei pianificatori urbani statunitensi davanti alle proteste degli abitanti degli slums, che si opponevano ai progetti di riqualificazione. «Perché non vogliono diventare anche loro classe media?» si chiedevano i professionisti della progettazione, in grande prevalenza uomini bianchi, quando negli anni ’60 si scontravano con un punto di vista alternativo al loro. I conflitti e le interpretazioni divergenti sul concetto di postmoderno, perciò, risalgono spesso a cosa si intenda per modernità. E forse i tentativi più produttivi di comprendere la condizione moderna sono quelli di chi non ha rifiutato ma ha fatto proprio quest’orizzonte conflittuale. È il caso di Walter Benjamin: le tensioni interne che caratterizzano il suo pensiero ne fanno una risorsa ancora ricchissima.

Per Thomas Elsaesser, ad esempio, il concetto di modernità ha permesso di articolare le linee contrastanti del modernismo e della modernizzazione – laddove per lungo tempo il primo è stato inteso come critica verso la società di massa da parte dell’«alta cultura». Si sono quindi potuti osservare i fenomeni della cultura del ‘900, come il cinema e la sua relazione con il contesto urbano, senza tuttavia rinunciare ad una componente critica. Anche ora che il panorama dei media è in rapida evoluzione, sostiene Elsaesser, le intuizioni di Benjamin sulla visione aptica, la dimensione tattile delle immagini e il loro rapporto con il corpo continuano ad essere valide.

Il pensatore tedesco è al centro anche dell’intervento di Veronica Pravadelli – direttrice del CRISA – che guarda al primo cinema sonoro americano attraverso due diverse linee del pensiero di Benjamin, quella più famosa sul cinema come arte moderna per eccellenza e quella meno battuta sul rapporto tra modernità e femminilità. Pravadelli osserva che nel cinema americano a cavallo tra anni ’20 e ’30 ricorrono figure femminili di bassa estrazione sociale che, proiettate nel contesto urbano, sono in grado affermarsi sia in termini di emancipazione economica che di libertà sessuale. A queste narrazioni si affiancano procedure di sovrimpressione, montaggio rapido, dinamizzazione dell’immagine che potenziano il potere seduttivo del corpo femminile e della città. L’idea che il rapporto tra immagini e corpo femminile sia segnato non solo dall’alienazione ma anche dall’autodeterminazione ci restituisce una concezione dialettica della modernità, che sfugge a facili semplificazioni.

Sempre in ambito cinematografico, un’altra prospettiva – come quella proposta da Giorgio De Vincenti – considera invece la modernità in relazione alle forme, e al modo in cui alcuni cineasti riflettono sulla dimensione materica del dispositivo, collocandola al centro del loro progetto estetico. Se questa famiglia di «cinema moderno» è stata pensata in termini prevalentemente europei, anche i registi americani – da Jonas Mekas a Francis Ford Coppola – vi partecipano in modo decisivo. È evidente allora che, nel titolo del convegno, il termine «modernità» va inteso in senso plurale, e che l’impatto della riflessione trascende il singolo campo disciplinare. Nonostante le letture non solo diverse ma profondamente contrapposte, nessuno propone di abbandonare la categoria – come avviene ad esempio per quella di «postmoderno». Forse perché consente di pensare all’oggi non come a un continuo presente, ma come intreccio esplosivo di temporalità diverse. Solo la modernità permette di guardare al futuro.

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