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Roberto Gramiccia

Il sistema dell’arte, per come è venuto configurandosi negli ultimi decenni, somiglia a una slot machine. Una macchina, cioè, costruita come tutte le slot per fare soldi imbrogliando la gente e premiando ogni tanto e casualmente qualcuno, allo scopo di mantenere in vita l’illusione di facili guadagni. Nel caso del sistema dell’arte la macchina è truccata due volte, la prima come tutte le slot machine, la seconda perché i soldi non vengono distribuiti a caso ma solo ad alcuni giocatori (gli stessi che l’hanno costruita). Essi sono i grandi mercanti, il più delle volte organizzati in cordate, i galleristi più potenti, le case d’asta internazionali, i musei che contano, i collezionisti professionali, le banche, gli international curators che fanno tendenza e la nuova e vincente categoria degli artisti manager.

Tutti costoro, sapendo che la macchina è truccata, agiscono con la pressoché totale sicurezza di incrementare progressivamente i propri profitti e la propria influenza. In questo quadro per nulla edificante l’arte diventa una merce. Una forma particolare di merce, che possiede un unico valore: quello di scambio. Un feticcio insomma. Una cosa che non corrisponde a nessuna funzione e ad alcuna utilità sociale ma che, come qualsiasi pacchetto azionario, serve a produrre nuovo profitto dentro il gorgo di un processo perverso di finanziarizzazione dell’attività dell’industria culturale, di cui il sistema dell’arte è parte costitutiva importante.

La natura di questi processi e del sistema che li produce e li governa, mentre è ben nota ai burattinai di questo teatrino, è ignota a quasi tutti gli altri perché non esiste, oggi, un ragionamento sull’arte contemporanea capace di decostruirla, decriptarne il senso e muoversi in direzione controegemonica. Mentre la letteratura su di essa straripa di sollecitazioni che tendono a valorizzare il rapporto consustanziale fra capitalismo, liberismo e ricerca estetica; mentre questo pensiero borghese e postideologico utilizza la categoria del darwinismo estetico, come si usa in altri ambiti quella del darwinismo sociale ed economico, cercando di dimostrare che il mondo del libero mercato è il migliore dei mondi possibili; mentre questa vulgata si diffonde e si rafforza come una pandemia, latita una risposta culturale di classe che sia all’altezza della sua pericolosità.

La crisi dell’arte è un aspetto di una crisi più generale che tutto coinvolge: la sfera sociale, quella politica, quella etica, quella estetica, quella culturale. Le classi egemoni e i poteri forti che ne decidono le strategie credono, nella loro ottusa miopia, che il mondo possa fare a meno dell’intelligenza collettiva. Che sia meglio disporre di popoli di passivi consumatori, che di eserciti di fastidiose intelligenze critiche. Per questo tendono a sostituire alla cultura la comunicazione, all’arte internet e la televisione, alla veglia il sonno della ragione. Al sistema dell’arte una slot machine. Questa cosa può funzionare per un breve periodo. Ma non a lungo. E già ce lo indicano segnali inquietanti e inconfondibili. Il torpore generale rischia di condizionare il destino dell’arte e del resto. Per questo l’insieme di questi scritti, nel suo piccolo, aspira a suonare la sveglia. Se trilla non la spegnete subito. Se no vi riaddormenterete.

Anticipiamo un brano tratto dal libro di Roberto Gramiccia «Slot Art Machine» in libreria da mercoledì 30 maggio per DeriveApprodi.

3 Risposte a Slot Art Machine

  1. Il libro proposto sembra davvero interessante. I temi trattati fuori dagli schemi della solita critica d’arte. Ogni gesto artistico attuale sembra sempre avere, come unico obiettivo, non l’incidenza sulle coscienze, o forse sarebbe meglio dire, sulle intelligenze, quanto un risultato sul grado di successo personale, e, ad altri più affermati e conformistici livelli, sul portafoglio di ogni artista, curatore, gallerista e via discorrendo. “La mancanza di apprezzamento” di cui parlava Man Ray è grandemente frustrante per ogni artista, però è vero che non può indurre alla rinuncia alla rivolta, alla voglia di cambiare l’esistente, alla volontà di non adeguarvisi.

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