Raimundo Viejo Viñas

Una vecchia idea ossessiona la sinistra, è l’idea della Grande Rivoluzione. Secondo quest’idea un movimento sociale ben organizzato e inquadrato all’interno di una strategia unitaria di conquista del potere e sotto la guida di un soggetto antagonista – un partito, oppure un sindacato – una volta conquistato il potere riuscirà a sconfiggere il neoliberismo.

In questo senso oggi la Grecia si trasforma per noi in un esercizio di fantasia e – in quanto tale – in un straordinario «altrove» costitutivo al servizio della politica identitaria. Così come l’Italia degli operaisti, la Euskal Herria degli indipendentisti e altri esempi, la Grecia diventa una sorta di territorio immaginario che ci permette di fuggire quella terribile sensazione di impotenza indotta dall’idea della Grande Rivoluzione. Infatti quel che risulta davvero insopportabile per i supporter di quest’idea epica della Rivoluzione, è proprio lo sconsolante divario tra le condizioni effettive di potere sotto la cui oppressione si trovano a vivere e l’esigenza di un cambiamento radicale.

Più esattamente: per la sinistra radicale quella della Grande Rivoluzione è una sorta di favola che funziona come un alibi. È la narrazione nevrotica di un passato vittorioso che, in quanto tale, oggi non si realizzerà. La sua verità è data per scontata e a questa verità si richiede solo di essere ciò che è: un assioma. Ma, soprattutto per chi come noi ha dovuto sperimentare decenni di retrocessione neoliberista, il problema non è fondamentalmente epistemico né psicologico, quanto piuttosto politico: bisogna riuscire a modificare le condizioni effettive di potere sotto le quali il neoliberismo continua a crescere, in modo da rendere possibile un’alternativa reale.

Kazimir Malevič, Cavalleria rossa (1928-1932)

Come rapportarsi allora all’ «altrove» greco? Come trarre da quella esperienza una lezione effettiva che vada oltre le proiezioni nevrotiche di impotenza politica? È indispensabile invocare il principio di realtà di fronte alla fantasia, in politica è sempre necessario verificare l’efficacia delle proprie azioni con rigore e senza sconti. Solo così gli sforzi enormi a cui sono chiamati tutti quelli che attivamente partecipano al movimento potranno portare a una trasformazione reale.

Concretamente questo deve tradursi in una valutazione realista dei risultati politici delle mobilitazioni, e questi risultati – occorre sottolinearlo – non si valutano solo a partire dal grado di partecipazione che registrano le mobilitazioni, ma anche e soprattutto a partire da ciò che si sedimenta nel tempo al di là del successo di una singola manifestazione (il ché rimane comunque un risultato importante). Una mobilitazione insomma non dovrebbe esaurirsi nell’arco della giornata, nel giorno della manifestazione o dello sciopero, ma è assolutamente indispensabile – se davvero si vuole cambiare qualcosa – cominciare a proiettare i propri obiettivi al di là di ogni singola giornata di lotta, oltre ogni ciclo di lotte, più in là di ogni ondata di mobilitazioni.

Così diventa possibile ridefinire la politica in una dimensione realmente produttiva: gli scioperi sindacali tradizionali, generali o di settore, si demistificano a favore dello sciopero del precariato metropolitano. Il proselitismo partitico cede il passo alla cooperazione tra singolarità irriducibili, la costruzione di egemonie interne fa un passo indietro rispetto al confronto agonistico tra uguali, e la costruzione di egemonie esterne fugge la disciplina delle negoziazioni e dei patti tra élites… Il risultato di tutto questo è che la politica si ridefinisce in una dimensione in cui il successo partecipativo lo si valuta come tale solo a medio termine, diventa possibile produrre le istituzioni dell’autonomia, e costituire – pertanto – il comune. Ovvero la Repubblica del 99%.

Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino

4 Risposte a La politica del comune

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