Torri e cuori degli uomini

Giorgio Mascitelli

La recente vicenda dell’occupazione e successivo sgombero del grattacielo Galfa a Milano ha avuto ai miei occhi lo straordinario merito di rimettermi in contatto con la mia infanzia. Alunno delle prospicienti scuole elementare di via Galvani e media di via Fara ho giocato decine di volte nei suoi parcheggi all’uscita di scuola e me ne ero dimenticato. Sicuramente a differenza del più illustre abitante della non lontana via Gluck non posso affermare di aver trascorso un’infanzia nel verde, ma tra ferro e cemento, del resto sono nato proprio nell’anno in cui veniva composta la canzone che ricordava la storia di quel ragazzo. Si sa d’altra parte che i bambini hanno la sublime capacità di trasformare qualsiasi posto in un verde prato. Pur essendoci passato sotto chissà quante volte negli anni successivi, del Galfa mi ero proprio scordato.

Il Galfa per me non è stato solo luogo di gioco, ma mi ricordo anche di averlo visitato con la mia classe alle elementari: credo che il piano didattico delle visite fosse quello di far conoscere ai bambini accanto ad alcuni luoghi storici di Milano come il Castello Sforzesco o il museo Poldi Pezzoli, i luoghi della Milano produttiva del presente e mi ricordo che visitammo una fabbrica tessile, la redazione di un giornale, la centrale del latte e, soprattutto, i due grandi grattacieli nostri vicini, gli emblemi stessi dello sviluppo, il Pirelli e il Galfa. Insomma visitavamo quello che a tutti sembrava il nostro futuro.

Confesso che la cosa che mi ha colpito di più di tutta la vicenda del Galfa è stata la notizia che esso era stato abbandonato già da quindici anni e naturalmente buona parte degli altri luoghi produttivi che ho visitato non esiste più. Lo ha già scritto il Poeta che una città cambia più in fretta del cuore di un uomo: ma almeno in quel caso lamentava lo spianamento di graziose stradine medievali per far spazio ai grandiosi boulevard delle circolazione delle merci e dei cannoni, io ho visto abbandonare quello che mi era stato assicurato essere il futuro.

Il nostro secolo si è aperto con il tragico abbattimento di due torri e quasi tutti i commentatori sottolinearono l’aspetto storicamente simbolico del fatto, di rottura epocale; ai miei occhi di ex bambino però questa torre vuota e monumentale, abbandonata dopo un periodo di impiego largamente inferiore a quello di qualsiasi condominio, è un simbolo ancora più potente.

Ho visto un film, finalmente!

Michele Emmer

Ci sono film che bisogna andare a vedere, per forza. Capita magari che poi si abbia una cocente delusione, eppure non se ne poteva fare a meno. Mi è capitato di andare a vedere un film per una ragione molto partticolare. Esiste a Trento un festival del cinema. E in quel festival del cinema esiste un premio intitolato a mio padre, a Luciano Emmer (detto per inciso la moglie Tatiana e la famiglia non lo sapevano neppure. Ma questa è un’altra storia, di educazione). Ora il sindacato nazionale dei giornalisti cinematografici Italiani ha deciso di assegnare il premio Emmer al film L’enfant d’en Haut (titolo italiano Sister) di Ursula Meier.

Con la motivazione: «il film esplora gli squilibri e le contraddizioni nascoste nel mondo dorato di una stazione sciistica di lusso. Affrontando la vita di Simon che ruba costosissimi sci e rivende a prezzi irrisori non solo per mantenere se stesso e la sorella ma anche per comprare un inappagabile bisogno di tenerezza e un’effimera felicità, Ursula Meier, alternando il taglio realistico a suggestioni favoleggianti, mantiene alto il tono dell’analisi sociale evitando la trappola del conflitto di classe».

Fortunatamente prima di vedere il film non avevo letto la motivazione. In effetti ho visto un altro film da quello descritto nella motivazione. Ho visto un film bellissimo, con il personaggio del ragazzino eccezionale. E la madre ragazza assolutamente perfetta nella sua estranietà. Il film si svolge in Svizzera. Tra il basso della valle, delle case popolari, che evidentemente ci sono anche lì, e la montagna, dove i turisti, i benestanti vanno a sciare. E il ragazzino deve arrangiarsi, ruba, dai panini agli sci, per guadagnare qualcosa, per dare da mangiare alla madre che si spaccia per la sorella, perché con un figlio non troverebbe facilmente uomini che la pagano. E protagonista non è la stazione sciistica, sono le montagne, la neve, i boschi, la teleferica, quella teleferica che ogni giorno porta su in alto (il titolo in italiano è assurdo nel voler svelare) il ragazzino, e poi lo riporta giù. Quella cabina della teleferica rossa sui cui svetta la croce bianca Svizzera.

Ma non cerca il riscatto sociale il ragazzino, non sa nemmeno che cosa sia, vive nell’unico modo in cui sa vivere. E cerca di prendere più franchi Svizzeri che può, e quando li ha nelle mani li liscia, li tratta con cura, sa che da quei franchi dipende la sua vita e quella di sua madre. E i franchi Svizzeri sono coprotagonisti della storia. Che è una favola, anche, ma dura, come quando la madre chiede al figlio i soldi che ha guadagnato, tutti i franchi Svizzeri, per poter dormire accanto a lei. Cerca il calore della madre, non avevo mai visto una scena così dura: il figlio che paga la madre per dormire accanto a lei, e sono franchi Svizzeri.

Senza speranza, ovviamente il film. Con il ragazzo che piscia dall’alto della montagna verso la valle, una valle della Svizzera. Certo come dicono i giornalisti non c’è la lotta di classe, è una storia di due personaggi in cui ci si immedesima, senza alcuna comprensione né pietà. Sono quello che sono, nella Svizzera di oggi, nella cassaforte del mondo. E cercano di vivere. E ne viene fuori un film che ha strappato degli applausi alla fine, succede rarissimamente in una sala romana. E quelle inquadrature dei fili della teleferica, della luce della montagna, degli alberi, della neve. La natura assiste, non si preoccupa, non reagisce. E neppure lui, lo straordinario ragazzino, non reagisce, non sa vivere in altro modo, non ha avuto alcuna altra possibilità, ma sa che dai franchi Svizzeri dipende la sua vita. Piange alla fine, disperato perché anche quella sua ricerca di vivere tra le pieghe della società fallisce, e piange e piscia verso la valle da cui proviene. Si ribellerà, la madre lo aiuterà? Non lo sapremo mai. Ma quei volti, quei luoghi, quella luce ci restano in mente. Per molto tempo.

Un film politico, strettamente politico (certo non nel senso di come vengono etichettati dai critici i film cosiddetti «politici») che parla di emarginati (perché? Non lo sapremo mai, come di tanti), di rifiuti della società, della società che non li vede nemmeno. Capita raramente che un film, che peraltro parla di favole e di montagne e di neve, riesca a mostrarci l’assurdità della nostra vita, delle nostre società basate sul consumo, sui soldi, sui franchi Svizzeri. Abbiamo bisogno che un parte cospicua del mondo, anche in Europa, viva non mettendo in discussione il modello, non accorgendosi nemmeno che un modello diverso esiste, non ne hanno le possibilità culturali. La cultura, la politica, l’arte, sono scomparsi, sono rimasti i franchi Svizzeri. Un film profondamente educativo, ed esteticamente perfetto. I due personaggi non si dimenticheranno facilmente. Certo, come dicono i giornalisti, non parla di lotta, non parla di crisi. Parla solo di franchi Svizzeri, in Svizzera. Un’ultima annotazione. È vergognoso che un film del genere, premiato a Berlino, che ha avuto 50.000 spettatori in Francia nella prima settimana, sia uscito a Roma in due sale, una con 100 posti. Ma l’importante sono i franchi Svizzeri.

Mike Leigh consegnando l’Orso d’Argento Speciale al Festival di Berlino a Ursula Meier ha dichiarato: «Il film è una riflessione poetica e appassionante sulla relazione tra due persone, splendidamente raccontata e ambientata con grande immaginazione nel panorama inusuale di una stazione sciistica. Il film conduce un’analisi brillante del rapporto tra ricchezza e povertà ed è scritto e diretto in modo geniale da Ursula Meier. Le interpretazioni di Kacey Mottet Scott e Léa Seydoux, sono formidabili». Passate parola!

Regia: Ursula Meier
Interpreti: Kacey Mottet Scott, Léa Seydoux, Martin Compston, Gillian Anderson, Jean-François Stévenin
Francia 2012
Distribuzione: Teodora Film e Spazio Cinema
Durata: 97′

Eutanasia? No Pluto-tanasia!

Lello Voce

Qua a Nord Est, nel cattolicissimo Nord Est leghista, di questi tempi accadono cose davvero singolari. Da non crederci. Proprio qua, dove fare obiezione di coscienza per molti ginecologi è punto d’onore, ecco che il Direttore Generale dell’USL 9 di Treviso quasi quasi sdogana l’eutanasia. Non per motivi etici o filosofici, sia ben chiaro, ma – come va di moda oggi – per ridurre la spesa dell’assistenza sanitaria. Insomma lo dice da ‘tecnico’.

Il Dottor Dario, riporta il virgolettato del Gazzettino, avrebbe dichiarato: «Con questa crisi tra pochi anni sarà difficile giustificare all’esterno, soprattutto a quelle famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese, che si possono spendere anche oltre 200 mila euro all’anno per pagare le cure di un solo paziente che magari ha davanti a se poche settimane di vita». Per poi proseguire: «La vita umana viene prima di tutto ma è anche imperativo categorico tagliare da subito la spesa per l’acquisto di medicinali e dispositivi. Magari convincendo anche le aziende farmaceutiche a riconsiderare i prezzi dei farmaci per i malati terminali sproporzionati al beneficio che possono dare a chi purtroppo ha pochi mesi di vita».

Insomma si tratta di un rapporto costi-benefici. Se è per l’economia nazionale, allora anche chi, magari seguendo la lettera del Vangelo, decide di strappare fin l’ultimo attimo di vita prima della fine dovrà farsene una ragione. Una scenario che mi ricorda il Diario della guerra al maiale di Bioy Casares, solo che, al posto degli anziani, stavolta ci sono i malati. Magari sarebbe meglio fare certi ragionamenti a proposito dell’ostinazione proibizionista nei confronti delle cosiddette droghe leggere, anche perché in quel caso non c’è certo in ballo una vita umana. Invece no, in quel caso ci sono principi sacri da rispettare.

Hai voglia a parlare dei diritti del malato a decidere da sé se proseguire a soffrire o meno. Questo fa scandalo e peccato, ma se invece si possono risparmiare alcune centinaia di migliaia di euro, allora il poveretto farà bene ad affrettarsi a dettare le sue ultime volontà e a togliere il disturbo. Ne godrà, peraltro anche il sistema pensionistico. Chi lo dirà, altrimenti, ai cassaintegrati e agli esodati che, per colpa del povero malato e dell’eccessiva larghezza di maniche dei suoi medici, loro son rimasti senza lavoro? Con che faccia guarderà negli occhi i senza lavoro, il Dottor Dario, visto che scialacqua i soldi pubblici, non in feste, festini, lauree albanesi e simili, che quelle van bene, ma nientedimeno per offrire qualche settimana di vita in più a questo, o quel contribuente, magari moroso con Equitalia? Là dove non può la libertà di pensiero, evidentemente, riesce la libertà di taglio.

Se c’è una ragione tecnica, se è la Ragione Economica a chiederlo, allora persino il Cristo farà bene a tacere e a stringere la cinghia (anche quella al collo di malati terminali che si ostinano, testardi, a non terminare nei tempi stabiliti e tecnicamente previsti dal documento di programmazione economica).