la rouchefoucauld

Massimo Parizzi

Si dibatteva, di qua e di là, delle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori quando, s’è sentito in tv e letto sui giornali, un dirigente della Chiesa cattolica (da qui in avanti: il Moralista) ha detto: «Il lavoratore non è una merce». Un dirigente del Partito democratico (da qui in avanti: il Politico) ha alluso a queste (e altre) parole dicendo: sono di «autorità morali». «Morali», così ha detto. Un cardine su cui, da Machiavelli in poi, ha ruotato e cigolato il rapporto fra politica e morale è l’«autonomia»; autonomia dalla morale rivendicata dalla politica per (fra l’altro): 1. ampliare senza limiti (morali) il proprio campo d’azione; 2. affermare che la fonte della sua legittimazione è in se stessa (non nella morale).

Nell’allusione del Politico alle parole del Moralista il rapporto fra politica e morale non si configura così, però. Perché il Politico ha rilanciato le parole del Moralista? Perché non poteva dirle in prima persona, no? Perché le ha chiamate parole di una «autorità morale», quindi parole morali? Perché come parole politiche sarebbero state male accette, no? Come dire che: il campo d’azione della politica è più angusto di quello della morale, e la politica s’appella alla morale per ampliarlo… no, mi correggo, non per ampliarlo, perché il Politico non ha fatto proprie le parole del Moralista, non ne ha fatte parole politiche: ci ha tenuto a sottolineare che si trattava di parole di una «autorità morale». La politica s’appella alla morale per godere di riflesso della maggiore ampiezza del campo d’azione della morale, ecco.

Poi: il Politico s’è richiamato alle parole del Moralista quale fonte di legittimazione della propria politica (contraria ad alcune modifiche all’articolo 18). Come dire che: la politica non trova sufficiente legittimazione in se stessa e la cerca nella morale. Ma il campo d’azione della politica non è lo stesso del campo d’azione della morale. Quello di quest’ultima è il singolo individuo, il quale, perché la morale possa agire su di lui, dev’essere d’accordo. La morale bussa alla porta: si può aprirle o no. Il campo d’azione della politica, invece, è la collettività: tutti e ognuno. E la sua azione, quando si esprime in leggi, è vincolante. Se perciò un Politico, rilanciando le parole di un Moralista e sottolineando che di parole morali si tratta, rafforza la sua azione politica, che a quelle parole si associa, nello stesso tempo la indebolisce. (E se fosse proprio questo che vuole?) Se «il lavoratore non è una merce» è un’affermazione morale, non è vincolante. È «a discrezione».

Questo, va detto, è coerente con l’affermazione stessa. «Il lavoratore non è una merce» non è una constatazione di fatto, come l’indicativo presente potrebbe fare pensare: il lavoratore, di fatto, è una merce. È noto. Certo, quell’affermazione potrebbe essere una petizione di principio e significare: «Non dovrebbe essere una merce». È un’interpretazione plausibile. Ma un’interpretazione è, appunto, un atto di discrezionalità. Anche come petizione di principio, tuttavia, «il lavoratore non dovrebbe essere una merce» è un po’ troppo. Sia per la morale sia per la politica. Che cosa significa? Che un imprenditore che lo accettasse come principio morale non dovrebbe più pagare i suoi dipendenti? Che il politico che lo afferma dovrebbe presentare un disegno di legge per proibire il «mercato del lavoro»? Non è verosimile. Non più di quanto lo sia «il lavoratore non è una merce» come constatazione di fatto. E il Politico sembra esserne consapevole.

Per questo, ci scommetterei, rilancia e nello stesso tempo tiene a distanza le parole del Moralista. Le usa per rafforzarsi e nello stesso tempo «indebolirsi». Mica è scemo. Lo è tanto poco che lo fa, ci scommetterei, istintivamente. Senza premeditazione. Si tiene lontano d’istinto da un’affermazione troppo forte, una china pericolosa. Ma qui si può proseguire senza paura. E, per proseguire, occorre aprire ancora di più alla discrezionalità. Non c’è altra scelta. E non fermarsi, pena trovarsi di fronte di nuovo, e poi di nuovo all’inverosimile, finché quell’affermazione non si rovescia nel suo contrario. Mettiamo, usando del potere discrezionale, o d’interpretazione, fino in fondo, finché di più non si può, che «il lavoratore non è una merce» significhi: «Il lavoratore è una merce, ma…». Ecco.

Questo «ma» apre un altro campo, contiguo, alla discrezionalità: «Ma non è una merce usa e getta», oppure «è usa e getta ma non sempre», oppure «è usa e getta sempre ma pagando» ecc. Così si arriva dove, per il Politico, trattative come quella sulle modifiche all’articolo 18 sono possibili. (Quanto al Moralista, ha detto la sua e per ora gli basta.) Ma si arriva anche dove discrezionalità e ipocrisia sfumano una nell’altra. Distinguerle è difficile. È la mia interpretazione, la mia discrezionalità, che ha trasformato «il lavoratore non è una merce» in «il lavoratore è una merce, ma…»? In questo caso sono soltanto fatti miei. Ma se fossero stati il Politico e il Moralista a dire che «il lavoratore non è una merce» pensando, da ipocriti, che «il lavoratore è una merce, ma…»?

Non importa. Io sono contento lo stesso. Anche se nelle parole del 22 marzo scorso di Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso e presidente della commissione Cei per il lavoro, e nell’allusione che vi ha fatto Pierluigi Bersani, all’opera vi fosse stata solo ipocrisia (e non lo credo); anche in questo caso, l’ipocrisia, insegna La Rochefoucauld, è un omaggio che il vizio rende alla virtù. Se è il prezzo da pagare per sentire alla tv e leggere sui giornali che «il lavoratore non è una merce», vada.

2 Risposte a Il moralista, il politico e il lavoratore

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