Christian Caliandro

If I could, you know I would
If I could, I would
Let it go
This desperation
Dislocation
Separation
Condemnation
Revelation
In temptation
Isolation
Desolation

U2, Bad (The Unforgettable Fire, 1984)

L’isteria collettiva italiana sta assumendo in queste settimane tratti molto strani, e pressoché inediti. Mentre il Presidente della Repubblica ci informa di non percepire attorno a sé «un’esasperazione confusa», imprenditori e operai oltre l’orlo del fallimento si danno fuoco, si sparano, si impiccano. Il resto della gente, la maggior parte almeno, preferisce non soffermarsi a riflettere su ciò che sta realmente accadendo, e soprattutto su ciò che potrebbe accadere. La Grecia è lì, vicinissima a noi nello spazio e nel tempo, eppure molto distante: come un male da esorcizzare, una malattia di cui non parlare (e infatti, uno dei mantra più diffusi, e ingenui, è: «l’Italia non è la Grecia»).

Ma l’isteria, l’isteria è difficile da gestire e da maneggiare. Pervade ogni angolo della vita collettiva del Paese, innervando i comportamenti e le opere. È la stessa desolazione silenziosa e atroce che percorreva tanti film italiani – da Un borghese piccolo piccolo (Mario Monicelli 1977) e L’avvertimento (Damiano Damiani 1980) a Romanzo di un giovane povero (Ettore Scola 1995) – ma che oggi sembra non trovare più il suo racconto, la sua voce. Una disperazione risucchiata dal solito buco nero della rimozione collettiva, autentica passione nazionale.

Così, mentre quasi tutti – tranne i pochissimi privilegiati: sempre gli stessi: il privilegio infatti, per sua stessa natura, non può passare di mano, se non nell’ambito della medesima dinastia… – sperimentano una forma nuova di infelicità e di chiusura inesorabile degli orizzonti, fanno cioè esperienza della distopia realizzata (senza in parecchi casi possedere neanche gli strumenti culturali per decifrare e gustare le declinazioni di questa realizzazione), un messaggio viene ossessivamente ripetuto: «non è poi così male: e attenti, che potrebbe andare peggio».

Il disagio è più forte, proprio perché non ha nome. E non ha nome perché la nazione è ancora prigioniera nel dominio della rappresentazione. Ci si ostina a negare la realtà, mentre la sua proiezione immaginaria si è già ampiamente sgretolata. Ma non basta ancora. Ci si aggrappa ai brandelli rimasti, alle scorie dei sogni, per la paura di ciò che esiste davvero in fondo al pozzo. E allora, quando un disagio non riesce ad esprimersi, invade e paralizza ogni angolo dell’animo. Più l’angoscia viene negata, più domina le nostre scelte.

L’opzione più efficace e logica sarebbe, a questo punto, quella di tematizzare questo disagio. Nominarlo, cioè articolarlo culturalmente. Ci stanno provando, negli ultimi tempi, autori – scrittori, registi, musicisti – diversi tra loro, come Giuseppe Genna con Dies Irae (2006), Giorgio Vasta con Il tempo materiale (2008), Antonio Moresco e Walter Siti, Stefano Sollima e Daniele Vicari rispettivamente con i film ACAB e Diaz  (che rappresentano probabilmente l’inizio del ritorno al cinema civile italiano che fonde impegno e azione) ed infine Il Teatro degli Orrori con il cupo e sorprendente concept-album Il Mondo Nuovo. Sono, forse, annunci di qualcosa che sta per definirsi: la narrazione culturale dell’italianissima zona oscura. Quella in cui siamo sprofondati tutti.

Una Risposta a Isolation Desolation

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